L’ultimo Foster Wallace racconta il tennis in un mix di carne e luce

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L’ultimo Foster Wallace racconta il tennis in un mix di carne e luce

31 Ottobre 2010

Dopo molte battaglie consumate sulla terra rossa, nel 2006 Roger Federer e Rafael Nadal si incontrano per la prima volta a Wimbledon. A Londra, sul campo centrale dell’All England Club, i due giocatori più forti del mondo incrociano finalmente le racchette nella cattedrale del tennis, e l’attesa è alle stelle: mai, prima d’ora, Nadal aveva osato mettere in discussione la supremazia di Federer sull’erba. Lo stadio è gremito: tifosi, giornalisti, appassionati e curiosi aspettano impazienti l’inizio di una partita storica, che – per la cronaca – vedrà lo svizzero trionfare su Rafa in quattro set (6-0, 7-6, 6-7, 6-3). Tra i giornalisti provenienti da tutto il mondo, quella domenica, c’è anche un giovane scrittore americano con un passato da tennista: è David Foster Wallace, inviato a Londra dal “New York Times” per raccontare – a suo modo – il fenomeno Federer.

Dall’incontro tra un giovane genio della letteratura e il genio assoluto del tennis nasce un saggio sorprendente, pubblicato a suo tempo da “Play” – magazine sportivo del quotidiano newyorchese – sotto il titolo “Federer as Religious Experience”. Oggi, a quattro anni di distanza da quella finale e a due anni dal suicidio di Wallace, l’articolo diventa un libro: “Roger Federer come esperienza religiosa”, tradotto da Matteo Campagnoli per le Edizioni Casagrande. Il titolo dell’opera – che tratta “dell’esperienza che uno spettatore ha di Federer, e il suo contesto” – è farina del sacco di un autista londinese, che così descrive la sensazione che si prova osservando Roger Federer dal vivo. Esperienza imprescindibile, perché – chiosa l’autore – “il tennis in televisione sta al tennis dal vivo più o meno come un film porno sta alla reale sensazione dell’amore umano”.

Il libro di Wallace si apre con il racconto dei “Momenti Federer”, ovvero gli attimi in cui – vedendo Roger in azione – “ti cade la mascella, strabuzzi gli occhi ed emetti suoni che fanno accorrere la tua consorte dalla stanza accanto per controllare che tutto sia a posto”. A titolo esemplificativo, lo scrittore cita un passante in top spin realizzato nella finale degli US Open 2005 contro Agassi; ma, vista la grandezza dell’uomo in questione, ognuno di noi ha il “suo momento Federer”, ed è un vero peccato che Wallace non abbia potuto gustare il colpo sotto le gambe con cui lo svizzero, agli US Open dello scorso anno, ha infilato un attonito Novak Djokovic in semifinale. Dietro a queste magie, l’autore vede una spiegazione metafisica: Federer, viene da pensare, “è uno di quei rari atleti preternaturali che sembrano dispensati, almeno in parte, da certe leggi della fisica”.

Cosa questo comporti per i fortunati spettatori è materia di “Roger Federer come esperienza religiosa”, un vero gioiello per gli amanti del tennis e dell’illuminante produzione saggistica di Wallace. Parlare di Federer, spiega l’autore, è parlare di “bellezza cinetica”, una caratteristica “strettamente legata alla possibilità per un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo”. In un tennis che negli ultimi due decenni è stato sempre più dominato dalla forza fisica, da racchette più grandi e leggere, da top spin a fondo campo – in altre parole, da giocatori come “lo spagnolo mesomorfo e totalmente marziale Rafael Nadal” – Roger Federer “sta dimostrando che la velocità e la potenza sono semplicemente lo scheletro del tennis odierno, non la carne”. Ed ecco perché, per la prima volta in diversi anni, “il futuro di questo gioco è diventato imprevedibile”.

Da una finale di Wimbledon che “ha la trama della vendetta, la dinamica del re-contro-regicida, la contrapposizione netta delle personalità”, da una partita che vede “le due facce dell’Europa a confronto: il machismo passionale del Sud contro la clinica e intricata maestria del Nord”, dalla “tenuta rigorosamente bianca che Wimbledon, non senza una certa compiaciuta soddisfazione, riesce ancora a imporre”, Roger Federer – scrive Wallace – emerge come “ciò che in effetti potrebbe (a mio avviso) essere: una creatura dal corpo che è insieme di carne e, in qualche modo, di luce”. Da quella partita sono passati quattro anni, e per Roger dominare il circuito è più difficile di un tempo. Ma in fondo poco importa, perché nessun altro tennista verrà definito una commistione di carne e di luce da un genio della letteratura mondiale. Federer, ne siamo sicuri, sarà geloso di questo privilegio.

David Foster Wallace, “Roger Federer come esperienza religiosa”, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2010, pp. 56, euro 8,50