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Un cappello pieno di ciliege

L’ultimo libro di Oriana tesse il filo della vita per intrappolare la morte

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La Vita e la Morte. O meglio: l'eterna - e impari lotta - tra le due sorelle siamesi che ognuno porta con sé dall'ora in cui viene concepito. Il libro postumo di Oriana Fallaci, "Un cappello pieno di ciliege", è un viaggio nel tempo alla ricerca delle radici attraverso l'albero genealogico della sua famiglia, ma può essere letto come una ricerca estesa alle sorti dell'intera famiglia umana. Anche se Oriana - ne sono convinto - si era tuffata in questa avventurosa Recherche con l'intento di compiere un percorso circolare che partiva da sé per arrivare a se stessa (anzi, a sé stessa, come scriveva lei, e non ammetteva repliche, così come ha voluto che le ciliege, nel titolo del suo libro, fossero rigorosamente senza la "i"). E lo confessa quando scrive che "tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me".

 

Oriana si è tuffata nel passato, insomma, a cercare le tracce di se stessa, e "fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell'immaginazione e il vero si unì all'inventabile e poi all'inventato". E dunque c'è lei nel suo arcavolo Carlo Fallaci, un tempo miscredente e ribelle, e nella bella Caterina Zani, che seppe resistere a Napoleone, e nell'intrepido Francesco Launaro che per vendicare la morte del padre sgozzò venti musulmani. E perfino in Anastasìa, quell'antenata che abbandonò Giacoma, la figlia illegittima, nella ruota girevole di un orfanotrofio, per la quale Oriana dice di provare una strana indulgenza e si intenerisce guardando le tappe di quella scelta egoista. Nessuna, fra gli Io femminili del casato Fallaci - o meglio "delle innumerevoli vite che vissi prima di nascere con lo Io di oggi" - ha avuto meno istinti materni di Anastasìa, eppure Oriana non la condanna, non infierisce pur di fronte a un atto così riprovevole come l'abbandono di una creatura appena nata. Perché? Questo è un interrogativo che resterà senza risposta, ma è certo sorprendente che l'autrice di "Lettera a un bambino mai nato" sia rimasta affascinata da questa madre sventurata. Ha raccontato Christiane Amanpour, la giornalista anglo-iraniana che fu amica della Fallaci: "Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli".

Allora, forse, la simpatia per Anastasìa simboleggia, attraverso un sottile percorso psicologico, la parte nascosta di Oriana, quell'inconscio risentimento verso chi ha conosciuto e vissuto con pienezza la maternità. O verso se stessa? Non è certo un caso se proprio Anastasìa è l'unica arcavola che, proprio come Oriana, sbarca a New York, la sua seconda patria.

Ma quel rifiuto di mamma non interruppe l'albero genealogico, non spezzò la catena vitale che avrebbe portato, nel secolo successivo, a Oriana. Un rischio che invece si era concretizzato, molto più reale, nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, e la Fallaci corse il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere, quando Carlo si imbarcò per l'America al seguito di Filippo Mazzei. Nel Cappello pieno di ciliege c'è dunque un metronomo preciso che oscilla tra la Vita e la Morte, ossia tra i due misteriosi estremi dell'esistenza umana. Come in tutti i libri di Oriana. Basti pensare all'Intervista a sé stessa, quando lei si chiede se ha paura della morte e risponde: "A forza di frequentarla, guardarla in faccia, sentirmela attorno e addosso, con lei ho maturato una strana dimestichezza. Così l’idea di morire non mi fa paura".

Sul serio?

"Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte io non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita".

E' questo il fil rouge di tutta l'opera letteraria della grande fiorentina. Lo rivelò lei stessa, nel '94, in una lunga intervista  rilasciata a Maria Antonietta Cruciata e apparsa sulla rivista "Michelangelo": "Il tema della morte c'era in Lettera a un bambino mai nato, e c'era anche in Un Uomo: libro che incomincia e finisce con i funerali del protagonista. C'era, c'è anche in Se il Sole muore, dove il verbo morire si trova addirittura nel titolo. Però in ciascuno di essi v'è un tema parallelo: il tema della Vita. Più che la  morte, quindi, direi che il tema dei miei libri è l'eterno scontro tra la Vita e la Morte...". Oriana odiava la morte e rifiutava di accettarla perché amava disperatamente la vita. E infatti i suoi libri si concludono tutti col trionfo della Vita. "Morire, una semplice battuta di arresto. Una pausa di riposo, un breve sonno per prepararsi a rinascere, a rivivere per morire di nuovo sì ma per rinascere ancora, rivivere ancora, vivere, vivere all'infinito", dice Angelo prima di saltare in aria con la terza nave, alla fine di Insciallah. E Lettera a un bambino mai nato finisce con queste parole: "Ora muoio anch'io. Ma non conta. Perché la Vita non muore".

Scrive Oriana nel suo libro postumo, nel prologo alla narrazione:.. "Superando i confini di quel passato andai in cerca degli eventi e delle creature che lo avevano preceduto, e fu come scoperchiare una scatola che contiene un'altra scatola che ne contiene un'altra ancora all'infinito...". E poi: "Nascere non è forse un eterno ricominciamento e ciascuno di noi il prodotto d'un programma fissato prima che incominciassimo, il figlio d'una miriade di genitori?". E infine: "Io odio la Morte. L'aborro più della sofferenza, più della perfidia, della cretineria, di tutto ciò che rovina il miracolo e la gioia d'essere nati... Non so piegarmi all'idea che la Vita sia un viaggio verso la Morte e nascere una condanna a morte. Eppure l'accetto...".

 

Un cappello pieno di ciliege non è solo un libro postumo: è la summa dell'esistenza di Oriana vista con la lente del suo trapassato remoto, come un fiume che ha un inizio (il 1773) e una fine (il 1889) ma in realtà è un romanzo che tenta di esorcizzare la morte attraverso la vita che insegue se stessa. Vi si ritrovano tutti i luoghi di Oriana, da Panzano ("un paesino di fronte alla casa in cui voglio morire"), a Ponte Vecchio (ed è lì, sulla Torre dei Mannelli che avrebbe poi desiderato andarsene), all'amata Firenze, a New York. E ci sono i "suoi" temi: la Vita, la Morte e l'Alieno (il traghettatore dall'una all'altra), la strega (un termine che l'affascinava),  i musulmani con cui avrebbe ingaggiato l'ultima battaglia, la vendetta ("So che vendicarsi porta male, che quei venti algerini m'hanno portato male. Ma allora non lo sapevo, e per chi l'ha avuta grossa la vendetta è una gran medicina. A compierla provai sollievo e scoprii finalmente la pace"). E la libertà nei cromosomi degli antenati.

Di questo Cappello pieno di ciliege Oriana mi aveva parlato in rare occasioni. Una sera, a cena, al termine di una delle sue fluviali lezioni su Occidente e Islam, mi disse. "La vuole una chicca? Le anticipo come finirà la mia creatura, se e quando riuscirò a portarla in fondo. L'ultima scena sarà un grande falò, con la casa di famiglia che brucia e crolla inghiottita dalle fiamme". Chissà se il libro sarebbe davvero finito così, con le lingue di fuoco che salgono verso il cielo portando con sé la Vita, la Morte e la loro eterna sfida. Aspettando un nuovo "ricominciamento".

 

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