L’unica emergenza da cui siamo usciti è la crescita zero

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La sorpresa espressa dal ministro dell’Economia sui buoni risultati della trimestrale di cassa rappresenta la conferma della scarsa capacità previsiva dei modelli utilizzati in via XX Settembre, oltre ad essere l’immagine speculare dell’avventatezza di alcune fosche previsioni dello scorso anno, che parlavano di situazione simile a quella del 1992, e quindi di forte deterioramento del merito di credito italiano. Previsioni peraltro anch’esse sconfessate dalla sostanziale stabilità del differenziale di rendimento tra Btp decennale italiano e corrispondente titolo di stato tedesco.

Un rapido sguardo alla composizione delle fonti di entrata, così come riportata dalla Relazione Unificata, ci segnala alcuni dati interessanti. Ad esempio, che l’incremento dell’Ire (imposta personale sui redditi) è stato del 6,4 per cento nominale. Considerato che il pil nominale italiano è cresciuto del 4,1 per cento per l’intero 2006, che in Italia non esiste restituzione del fiscal drag, quindi che l’inflazione determina un aumento di tassazione, a causa dell’aumento dei redditi nominali, possiamo concludere che dal versante dell’Ire non vi è stato alcun reale exploit nell’andamento del gettito. Forse occorrerebbe richiamare il fatto che l’incremento del numero di occupati (pari a più di 500.000 persone tra il quarto trimestre 2006 e lo stesso periodo 2005, ultimo dato disponibile) ha contribuito allo sviluppo del reddito, e all’incremento di gettito Ire. Più interessante il gettito da tassazione societaria (Ires). Quest’ultimo, cresciuto nell’anno del 16,3 per cento, riflette il miglioramento di profittabilità delle imprese derivante dalla ripresa congiunturale. Quello che è interessante è il fatto che già in sede di acconto di autoliquidazione il gettito Ires era in crescita (+ 15,9 per cento), e ha mantenuto lo stesso trend anche sul saldo. Considerazioni analoghe per il gettito Iva, che nel 2006 ha avuto una crescita nominale dell’8,8 per cento: la ripresa degli scambi commerciali, e alcune misure antielusive spiegano il rimbalzo. Vale la pena segnalare anche che la precedente legge finanziaria, realizzata dal governo Berlusconi, ha generato incassi una tantum per oltre 5,5 miliardi di euro, in larga parte derivanti dalla riapertura dei termini sull’imposta sostitutiva dell’Ire e dell’Ilor sulla rivalutazione di beni aziendali iscritti a bilancio. Anche il gettito dell’imposta sostitutiva sui redditi da capitale è cresciuto del 28 per cento, grazie al brillante andamento dei mercati finanziari, variabile che non è certo nel controllo del governo. In sintesi, larga parte dell’incremento di gettito è frutto del positivo andamento congiunturale globale, cosa del resto indirettamente confermata anche dai conti pubblici francesi e tedeschi, gli altri “grandi malati” d’Europa. Data la struttura di aliquote nominali italiane, ogni incremento di attività economica si traduce in un forte rimbalzo di gettito, e questo prescindendo da misure correttive antielusive ed evasive, o da provvedimenti di anticipazione di gettito. Ora dobbiamo lavorare per ristrutturare la spesa e il sistema fiscale, altrimenti al prossimo rallentamento congiunturale subiremo l’ennesimo buco fiscale che ci porterà a riflettere sull’ennesima occasione persa, forse l’ultima.

Intervenendo al forum di Confcommercio a Cernobbio, Tommaso Padoa Schioppa ha dichiarato che “l’emergenza può dirsi superata”. A noi sembra che l’unica vera emergenza che abbiamo superato è quella della crescita zero, che di riflesso ha piagato anche i conti pubblici, soprattutto nel 2005, e dalla quale siamo usciti (anche se con minor vigore rispetto ai paesi con cui ci confrontiamo) grazie alla forte espansione globale del 2006. In questo senso, il governo Prodi non ha alcun merito nel recupero di gettito fiscale, e ha anzi il demerito di aver attuato una restrizione fiscale di oltre un punto percentuale del pil che peserà sulla crescita, senza alcuna correlativa riduzione di spesa pubblica, che è anzi aumentata. Riguardo quest’ultimo tema, e dopo aver dato un qualche merito alla Finanziaria tremontiana del 2006 (meriti ancor più rilevanti trattandosi di anno elettorale), Padoa Schioppa pronuncia parole di grande saggezza:“Abbiamo un problema di dimensione dello Stato, se si tagliano baldanzosamente le tasse bisogna tagliare in modo altrettanto baldanzoso le spese”. Padoa Schioppa sembra quindi consapevole di alcune priorità per rendere la crescita sostenibile, in primo luogo che la competizione globale richiede la creazione di condizioni favorevoli all’investimento diretto estero. Il nostro paese, in quest’ambito, ha molti, gravi e irrisolti handicap: dall’eccesso di burocratizzazione all’insufficiente dotazione infrastrutturale, dall’approssimativa tutela dei diritti di proprietà al medievale funzionamento del mercato del lavoro. Non risulta che il governo Prodi abbia finora affrontato alcuno di tali nodi strutturali. Nel frattempo, tuttavia, i nostri competitor europei stanno muovendosi con decisione sulla strada della riduzione della tassazione delle imprese. L’ha attuata la Spagna, la promette il candidato presidente francese Sarkozy, sta per attuarla la Germania. Si tratta di tagli ampi e profondi, finanziati con l’eliminazione di alcuni loopholes quali (nel caso della Germania) la possibilità di dedurre dall’imponibile della casa madre gli interessi passivi su prestiti ricevuti da controllate estere, oltre che da altre misure di ampliamento della base imponibile, secondo la nuova ortodossia  fondata su semplificazione ed universalità di applicazione della normativa fiscale.

Ora, visto che l’eventualità di ammodernare l’Italia sul piano burocratico sembra piuttosto improbabile, con buona pace degli stucchevoli slogan sull’apertura di un’impresa in sette giorni, il ministro dell’Economia tenta almeno di porre le basi per ridurre la pressione fiscale sulle imprese. Si potrebbe partire dall’Irap, imposta creata da Prodi e Visco nel 1997, che aggiunge 4,25 punti percentuali allo statutory rate del 33 per cento di Ires, e poi scendere ulteriormente. Siamo certi che questa presa di posizione del ministro dell’Economia provocherà il solito schiamazzo d’ordinanza, con sindacati e sinistra radical-onirica a chiedere di sospendere ogni e qualsiasi discussione su ipotetiche riforme delle pensioni. Ma questa volta suggeriremmo di dare convinto ascolto a Padoa Schioppa, visto che la riduzione della pressione fiscale sulle imprese è ormai divenuta un imperativo anche nella Vecchia Europa, dove la competizione fiscale è stata ufficialmente dichiarata aperta dalla realtà prima che da deliberate scelte strategiche delle élites politiche.

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