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L’Unità riabilita Togliatti, ma i conti con Stalin non tornano

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Togliatti riabilitato? L’Unità ne è fermamente convinta (la tesi è sostenuta in un articolo di Bruno Gravagnuolo del 18 luglio) e a averlo fatto sarebbero nientemeno che  Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, nella riedizione aggiornata del loro Togliatti e Stalin, edito dal Mulino. Se così fosse sarebbe una notizia bomba perché furono proprio i due studiosi nel 1997 a seppellire sotto il peso di documenti inconfutabili la mitologia coltivata da gran parte della storiografia italiana sulla svolta di Salerno:  una scelta autonoma  del leader del Pci, il primo atto che testimoniava la non subalternità di questo partito nei confronti di Mosca. Ad una lettura attenta del volume, però, appare chiaro che Aga Rossi e Zaslavsky, piaccia o no, non riabilitano proprio nessuno. Si  sono limitati a riconoscere in un’intervista  che  il convinto stalinista Palmiro Togliatti era più moderato e meno tetragono di Pietro Secchia. Se questa ammissione, del resto abbastanza scontata, è una “riabilitazione”,  vuol dire che l’Unità si accontenta ormai davvero di molto poco. In una conversazione con chi scrive nel 1997, Vitctor Zaslavsky, dopo aver sostenuto l’assoluta dipendenza di Togliatti dalle decisioni di Mosca, definì  il segretario del Pci più intelligente e capace di Thorez. Era anche quella una riabilitazione%3F  La verità è che L’Unità e Gravagnuolo si arrampicano sugli specchi. E che – come dice con nettezza Elena Aga Rossi – “noi non abbiamo cambiato il nostro giudizio come può verificare chiunque legga il nostro saggio”.

Ed in effetti è proprio così. Anzi, le valutazioni già espresse sulla svolta di Salerno e sul Migliore si approfondiscono  e si rafforzano alla luce della nuove carte che i due studiosi hanno consultato e che analizzano nella più recente edizione del loro libro.  Innanzitutto ci sono due documenti, l’uno del gennaio e l’altro del febbraio 1944, in cui Togliatti esprime una linea opposta a quella della svolta di Salerno. Il primo, che s’intitola bozza di risposta ai compagni italiani, redatto insieme a Dimitrov e inviato a Molotov, sostiene che occorre schierarsi a favore di un governo Sforza e non del governo  Badoglio, e appoggia la richiesta di abdicazione del re. Il secondo documento, vergato dal Migliore, è ancora più netto del precedente. Eccone alcuni passaggi: “I comunisti chiedono l’abdicazione del re, in quanto complice della costituzione del regime fascista e di tutti i crimini di Mussolini, e in quanto centro di unificazione, nel momento attuale, di tutte le forze reazionarie, semifasciste e fasciste che oppongono resistenza alla democratizzazione del Paese e coscientemente sabotano gli sforzi di guerra dell’Italia… I comunisti … rifiutano di partecipare all’attuale governo e denunciano nella politica di questo governo un ostacolo a una vera partecipazione del governo italiano a una guerra contro la Germania”.

La posizione di Togliatti è questa sino alla notte del 4 marzo del 1944 quando viene ricevuto da Stalin.  Nel corso di quel colloquio, durato 45 minuti, di cui racconta Dimitrov nei suoi diari, il dittatore sovietico  suggerisce al Pci di abbandonare per il momento la richiesta di abdicazione del re e di entrare nel governo Badoglio. Afferma testualmente: “ Per i marxisti la forma non ha mai un significato decisivo. Decisiva è la sostanza della questione. Il re non è peggiore di Mussolini. Se il re va contro i tedeschi, non c’è motivo per chiederne l’immediata abdicazione”. Ed è proprio questa strategia, indicata da Stalin, che Togliatti porterà avanti appena sbarcato a Salerno, accantonando senza colpo ferire tutte le cose precedentemente scritte.

Accanto a queste conferme sulle origini della svolta, la riedizione del saggio di Aga Rossi e Zalaslavsky contiene alcune significative novità. “Si può forzare”? E’ questo l’interrogativo che Togliatti pone a Stalin alla fine del 1949, intendendo con ciò la possibilità di una rottura rivoluzionaria. La risposta è netta: “Impossibile”.  Questa conversazione viene riportata negli appunti, vergati direttamente dal Migliore, ritrovati dai due studiosi e sino ad oggi mai interamente pubblicati, e testimonia come è da Mosca che venga continuamente lo stimolo alla prudenza e alla cautela nella situazione italiana. Anche Togliatti probabilmente era convinto che questa fosse la via da battere, ma chiedeva l’opinione di Stalin per poterla usare nella battaglia interna al partito contro l’estremismo di Secchia.

La verità è che allora, non poteva esistere alcuna autonomia del Pci da Mosca. E del resto sino alla rottura del 1956, l’Urss aveva un suo entusiasta sostenitore anche in Pietro Nenni. I leader del comunismo occidentale erano solerti esecutori delle decisioni di Giuseppe Stalin. Togliatti le attuò con intelligenza e con prudenza. Tutto qui. Zaslavsky e Aga Rossi confermano la loro tesi che nel 1997 provocò dure polemiche da parte degli storici italiani e in particolare da parte degli storici comunisti. A cambiare giudizio, e di molto, sono stati questi ultimi. L’Unità se n’è accorta?                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

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1 COMMENT

  1. ti stupisce la cosa?
    ti stupisce la cosa? pensare che per alcuni (tra cui io) non c’è nessuna differenza tra Stalinismo e Nazismo.
    p.s. ma credo che anche a l’ Unità lo sappiano
    un saluto
    Laura

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