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L’Uomo democratico di Veltroni è un comunista etico

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Sull’ultimo congresso dei DS si è molto scritto ed era giusto così. A Firenze, piaccia e non piaccia, è cominciata una storia nuova che influenzerà la politica degli anni a venire. Dalle ceneri, per altro non più incandescenti, della “sinistra storica” è nata una delle due gambe del Partito Democratico, di un partito cioè, che fa di un aggettivo un sostantivo e che, in una sintesi che ha il sapore di una operazione da ingegneria genetica, apre la strada al Partito di centrosinistra senza trattino. Non ha senso soffermarsi molto sulla Margherita, l’altra gamba del nuovo partito, perché di per sé la Margherita portava con sé – anche nel simbolo botanico - i germi di un nuovismo che avanza nella capacità di unire in un partito ciò che la politica aveva diviso. Sui Ds, anche in nome del travaglio interno, pare utile fare una riflessione di ordine politico e culturale cominciando dal luogo del delitto; del resto i più famosi criminologi insegnano che la vittima ha in sé il nome dell’assissino. La vittima sono i DS cioè i Democratici di Sinistra, quelli che avevano alla radice della Quercia la falce e martello, quelli che ancora si chiamano tra loro compagni, quelli che hanno cambiato nome ma non identità. Gli stessi, insomma, che per un gioco della grammatica dopo essersi chiamati PCI si sono chiamati PDS, poi hanno perso la P e si sono chiamati DS e poi hanno perso la S, che stava per Sinistra, ma in compenso hanno ritrovato la P che torna ad indicare il partito. Anche senza essere semiologi, va da sé che, nel tempo, hanno perduto l’identità per recuperare il contenitore. L’ovvietà di questo è nelle affermazioni di Mussi e Angius i quali, senza mezze misure, quando hanno capito che alla domanda “chi sono” non c’era risposta e che questo era il bello del capolavoro, si sono sentiti in diritto, oltre che in dovere, di dire che forse qualcosa non funzionava. Del resto le domande che fanno l’uomo quello che è - e cioè un “animale razionale” dotato di anima e parole - sono tre: chi sono, da dove vengo e dove vado. Davanti a queste tre domande hanno vacillato anche i tanti militanti DS. Perché, mentre sul “da dove vengo” qualche vago ricordo più o meno remoto permaneva, era sulle altre due, e cioè sul dove vado e soprattutto sul chi sono che la logica si faceva stringente e le intelligenze si sentivano vuote e senza risposta. I dirigenti DS a partire da Fassino, tuttavia, una risposta figlia del pensiero debole l’hanno abbozzata  e in sostanza hanno disegnato una via di uscita che suona così: veniamo da una storia sbagliata alla quale siamo sentimentalmente legati ma che non abbiamo il coraggio di riproporre neppure nelle sue declinazioni più innovative; siamo tutto ciò che nel mondo ci pare funzionare e, ed è questo che conta di più, sappiamo dove vogliamo andare e cioè lontano dalla nostra storia e volare leggeri verso un futuro che non ci chieda le generalità. E’ una scelta drammatica che ha il sapore della fuga dalla patria, che ha il colore di chi sa che se ne deve andare se vuole sopravvivere, che ha il volto di chi lascia tutto pur di non essere niente di ciò che è stato. E’ una scelta tragica, non eroica ma che ha, a tratti, l’ombra del coraggio dei vili che tuttavia sono vitali. Primum vivere, questo dicevano gli occhi di Fassino con la stessa saggezza, magari non apprezzabile ma certamente riconoscibile, di chi sa che la sola via alla sopravvivenza è la dimenticanza, il cambio di nome, l’azzeramento. Figli di tutti e di nessuno, senza avi, ma finalmente  liberi di dire il proprio nome senza doversi scusare: così comincia il viaggio degli “autostoppisti” della politica e non è detto che non vadano lontano. Solo un uomo è stato capace di dare una risposta di senso nella cattedrale del “senso che non c’è”: Walter Veltroni. Ecco che accanto all’inno al sacrificio di Fassino e all’apoteosi della fredda e intelligente scelta coraggiosa di D’Alema si erge il filosofo morale dell’homo democraticus: il Sindaco di Roma passa dall’elogio del pensiero debole all’elogio del pensiero forte, fortissimo, escludente nella sua cifra etica, tollerante con chi ancora non ha capito, ma tagliente con chi decide di stare da un’altra parte. La prende di petto, lui, la domanda di senso: il chi siamo. E allora chi sono ‘essi’? Sono un insieme di persone ognuno con il proprio “avo” nel cuore  che hanno il pregio di stare sempre dalla parte giusta quasi a risarcimento di un passato dove hanno sempre preso il terno fermo o sbagliato. Essi sono coloro che soffrono con chi soffre, che provano sdegno nei confronti del male del mondo, che si sentono fratelli degli ultimi, che stanno con chi subisce violenza, che tra il bene e il male si sentono più affini al bene, che quando vedono un’ingiustizia non ne godono, che ritengono che per la disoccupazione sia giusto trovare un rimedio, che pensano che alla povertà vada trovata una soluzione, che amano il talento e vorrebbero vederlo gratificato, che pensano che non sia bello che i giovani laureati guadagnino poche centinaia di euro per fare le televendite, che non tollerano che le generazioni di oggi soffochino quelle di domani ma che allo stesso tempo provano per quelli di ieri e quelli di oggi una gratitudine generazionale. Insomma essi sono il bene; e ‘loro’, gli altri? Gli altri sono un massa informe che si divide tra la categoria “del buon selvaggio” buono nella sua natura ma in attesa della luce della consapevolezza per viverla a pieno e coloro che, nella loro presunta lucidità di pensiero, decidono di non essere all’interno del Partito Democratico e, conseguentemente, sono dalla parte sbagliata non politicamente ma moralmente. Con Veltroni ritorna la selezione etica della scelta politica, ritorna la “violenza intellettuale” dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra. Sembrerà un assurdo, ma con Vetroni è tornato il comunismo che taglia con l’accetta il mondo in due, che non riconosce agli altri la dignità della diversità e all’alterità. Con Veltroni la politica torna ad essere “pensiero violento”, aut aut, non insieme di soluzioni, ma insieme di ethos tra diversi. Con Veltroni tornano i comunisti dal pensiero forte, quelli che non sbagliano mai, quelli che se tu non sei dei loro è certamente un problema tuo. Preoccupano solo quegli applausi convinti, ma forse è il segno che quella assertività senza via di uscita e senza appello ha risvegliato l’anima di una folla che pavlonianamente ha riconosciuto il verbo di un totalitarismo intellettuale e di una supremazia etica. Che dire? Nulla di nuovo sotto il sole: non ci resta che tifare per D’Alema e Fassino!           

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