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La parabola pentastellata

M5S e i rituali “democristiani” degli ex anti-Casta sedotti dal potere

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È indubbio che c’era qualcosa della vecchia DC, e dei suoi congressi, in questi Stati Generali che hanno certificato l’avvenuta e rapida trasformazione in Casta del partito anti-Casta. Anche se è altrettanto indubbio che dietro l’ipocrisia democristiana, che come d’incanto ricomponeva nei momenti clou le aspre divisioni interne al partito e la lotta fratricida per il potere, ci fosse anche una cultura, e precise scelte politiche, che qui sembrano del tutto mancare.

Alle non articolate suggestioni futuristiche casaleggiane  e all’intransigenza giustizialistica degli inizi si è sostituita una spregiudicata occupazione dei posti di potere. Il potere per il potere, senza altro fine. Con qualche tabù (il Mes, il “doppio mandato”) pronto ad essere aggirato se del caso e con idee mutevoli a seconda delle convenienze. Dietro la DC c’era anche un blocco sociale, che era poi l’Italia profonda che non voleva avventurismi politici, e che perciò non era comunista ma voleva solo essere lasciata libera di lavorare e intraprendere, guadagnarsi il pane e guardare con fiducia il futuro costruendoselo con le proprie mani. Casomai anche “turandosi il naso” al momento del voto.

Era un tempo di vacche grasse, va detto, mentre oggi la torta da dividere, fosse pure con il reddito di cittadinanza e altri sussidi, è sempre più piccola. Sorgerebbe allora spontanea una domanda: fino a quando può durare in queste condizioni un partito fondato su basi così liquide o evanescenti? E può in democrazia un’alleanza per il potere rimanere alleanza se perde, o vede drasticamente ridimensionata, la possibilità di occupare e gestire quel potere?

In fondo, anche la lotta fra Alessandro Di Battista (con Davide Casaleggio a fargli da sponda) e Luigi di Maio (che, vicepremier o no, ha compattato attorno a sé tutti gli altri e si è confermato il vero leader del partito), la lotta fra i fedeli allo “spirito delle origini” e i “governisti”, era destinata a ricomporsi e nei prossimi giorni si ricomporrà. Per quanto radicali e “puriste” possano sembrare le richieste del ragazzo educato di Roma Nord, anch’esse vagano nel vuoto dell’assenza di una cultura politica che sia qualcosa di più articolato delle suggestioni pauperistiche e terzomondiste e delle singole issues, come  le sei presentate al congresso. Né alcuna credibilità poteva avere la battaglia di Casaleggio per la trasparenza dei risultati del voto sui delegati chiamati a parlare, vista la gestione del tutto intrasparente persino degli elenchi degli iiscritti che sono in mano alla piattaforma Rousseau.

In questa situazione, l’operazione “recupero” di Di Maio, da vecchio e consumato democristiano, “inclusivo” perché sa che fin quando c’è il potere tutti possono essere “comprati” e che al massimo bisogna negoziare sul prezzo, non poteva che avere la via spianata. E il potere, almeno per questa legislatura (nulla sembra più improbabile di elezioni politiche nazionali anticipate), ancora ce ne è tanto. “Troveremo una nuova sinergia con Rousseau …  continueremo a lavorare con Davide…”. Di scissioni, almeno per il momento, non se ne parla. E d’altronde ci si scinde, come i vecchi comunisti, sulle idee, non certo sul potere: su quello, fin quanto c’è (o si presume che ci sia), un accordo si trova sempre.

L’elemento più interessante lo dà sempre Di Maio, che parla da leader quale di fatto è sempre rimasto (anche sotto la reggenza di Crimi) e ancor più lo è oggi. Il Movimento vuole “entrare in una grande famiglia europea”. E, democristianeria per democristianeria, uno pensa subito ai Popolari, ove ci si ritroverebbe insieme a Berlusconi, la vera “besta nera” del Movimento delle “origini”. Se ciò mai accadesse, anche con un Movimento ridotto a percentuali residuali, l’effetto destrutturante per lo statico sistema politico italiano sarebbe probabilmente rilevante.

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