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Il patto di ferro

M5s e Pd si sposano, mentre noi restiamo “giallorossofobici”

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É l’unico modo che hanno di essere competitivi e prima o poi lo ammetteranno.  Si annusano, si studiano, governano insieme: Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle, prima o poi, faranno una cosa tipo l’Ulivo. Con il ministro Roberto Speranza che pare pronto – ce lo sussurrano dai corridoi che contano – a dare vita all’ennesima “Cosa”. La “Cosa” di sinistra da cui ogni tanto questa nazione riesce a liberarsi, ma solo per un po’. 
Il quadro a nostro parere è pronto: le elezioni regionali non potranno che certificare un sistema ad alleanze variabili. Quelle che saranno palesate o meno. Nel caso in cui il MoVimento 5 Stelle ed il Partito Democratico non dovessero ufficialmente convolare a nozze, il sistema potrebbe essere questo: nella Regione in cui il Partito Democratico ha bisogno di un favore – si legga Campania, Puglia, Marche e Liguria – il MoVimento 5 Stelle potrebbe candidare qualcuno di molto debole o comunque un candidato non in grado di impensierire l’alleato di governo. Tanto si a che i grillini sono una forza politica che agiscono dal Parlamento in su: negli enti intermedi, a parte qualche sparuto caso, non sono mai riusciti a governare.
Sembra che in Liguria l’accordo sia stato trovato attorno al nome del civico Ferruccio Sansa. Il centrodestra totiano dovrà quindi confrontarsi con l’intero asse governativo. La Liguria è la terra di Grillo e l’unione di fatto col Pd rappresenta l’unico modo di provarci. Per sbarrare la strada al governatore Toti, la cui riconferma si dovrebbe, in caso, ad un’amministrazione tanto buona da essere diventata modello per il piano nazionale, serve un tutti dentro. Altrimenti è già persa. Si vedrà cosa ne pensano i liguri.
La cosa divertente – questa sì – sarà assistere alla reazione dell’elettorato grillino, al quale si chiederà di votare o di scansarsi, a seconda dei casi, contribuendo ai risultati della tanto stigmatizzata “piovra” Dem. Non siamo nati ora: sappiamo che l’opinione pubblica può cambiare, e può persino essere convinto con il favore dei sondaggi. Quelli che da qualche mese alimentano l’idolatria di Giuseppi, che tuttavia farebbe bene a circumnavigare per un po’ sul web – magari sotto ai post del ministro del Lavoro – per comprendere quante e quali difficoltà abbiano gli italiani, oltre che il suo reale livello di gradimento.
Il centrodestra ha dunque un’occasione servita su un piatto d’argento. Salvini, Meloni, Berlusconi e Toti possono, oggi, dimostrare di essere legati da un comune sistema di valori, da un “comune sentire”, e non da un mero calcolo percentuale (quello alla base dell’unione di fatto tra pentastellati e Pd). Bisogna fare qualche mea culpa, aprire alla partecipazione dal basso, studiare processi nuovi che possano coinvolgere al meglio le fasce di elettorato che hanno smesso di sentirsi rappresentati dal centrodestra dopo la fine del Pdl. Un lavoro certosino, ma che si può fare. Per tornare a vincere a spasso contro una fusione a freddo cui – persino in misura maggiore rispetto all’Ulivo prodiano – viene facile rimproverare l’incoerenza e la finalità meramente strumentali.
Nicola Zingaretti, quello che doveva scavalcare i grillini a sinistra, si è alleato con il suo competitor. Luigi Di Maio, quello che doveva competere al centro con il Pd, ha fatto la medesima fine. Partiti incendiari, finiti pompieri. Non ci spetta un giudizio morale, ma osiamo pretendere un’ammissione: dite che vi siete fidanzati e smettiamola con questa farsa. Cercheremo – anche se è difficile – di non essere fobici. Mal che vada, potrete confezionare un ddl contro il reato di giallorossofobia.
Frodo
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