Riflessioni sulla vecchiaia

Ma chi lo ha detto che la rivoluzione non può partire dalla terza età?

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“Dovrebbe esserci una cabina a ogni angolo di strada, dove se hai l’età giusta puoi prenderti un Martini e la pastiglia della buona morte”. La dichiarazione del celebre scrittore britannico Martin Amis – secondo cui, appena varcata la soglia della settantina, questa potrebbe essere una possibile soluzione – ha provocato, come era facile attendersi, una serie di reazioni scandalizzate: ci stiamo avviando verso un’eutanasia di massa, vogliamo un suicidio assistito per gli anziani etc. Quella di Amis è una provocazione, una boutade forse di gusto discutibile, utile tuttavia a sollecitare qualche riflessione sull’invecchiamento, sui suoi stereotipi negativi ma anche sulle sue possibilità inesplorate. Penso, ad esempio, a quel che scrive James Hillman  per cui sarebbero proprio gli ultimi anni della vita a portare a compimento quel carattere che è andato disegnando la nostra faccia, le nostre abitudini, e che governa integralmente il nostro essere.

“Esiste un qualcosa che plasma ciascuna vita umana in un’immagine globale, comprendente le sue contingenze casuali e i suoi momenti sprecati in attività inutili. Spesso gli ultimi anni sono dedicati a esplorare tali particolari insignificanti, ad avventurarsi negli errori passati per scoprirvi configurazioni comprensibili”.

Il ritorno si configura, in effetti, come uno dei temi fondamentali degli anni finali della vita: il ritorno al paese natale, alle strade dei giochi infantili, alle scuole e ai vecchi insegnanti: “qualcosa ci chiama a ritornare in un’epoca in cui il cuore si apriva senza riserve”.

Squarci di “luoghi altri”, di “tempi altri”: sembra che un pezzetto dell’anima di ciascuno sia rimasto prigioniero in quella casa, in quel quartiere, in quella piazza. Ma che cosa rappresenta tale struggente nostalgia? Sono davvero gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza ciò di cui si va in cerca o si aspira a qualcosa che quegli anni rappresentano? L’anelito al ritorno, lungi dall’essere una idealizzazione regressiva o una fuga dalla realtà esprime, secondo Hillman, il bisogno dell’anima di liberarsi dal tempo cronologico che domina l’invecchiare del corpo. L’inventario di ogni esistenza è enorme: gli ultimi anni sono preziosi per ripassare la propria vita, per mettere ordine tra i ricordi custoditi nel medaglione del cuore. E’ certo un movimento all’indietro, un’opera di recupero che, tuttavia, estende la vita oltre i suoi confini, conferendo presenza e forza al tempo passato perché non diventi tempo perduto. Pare quasi che la mente non voglia incamerare nuovo materiale—ecco la diminuzione, tante volte lamentata, della ‘memoria a breve termine’ degli anziani!—affinché le immagini di tempi e luoghi lontani possano emergere in tutta la loro forza—e così la ‘memoria a lungo termine’ possa mantenersi e consolidarsi.

Hillman vede nella senilità la condizione naturale e necessaria affinché il carattere si confermi e si compia, quel carattere che, come si è detto, costituisce l’opera della nostra intera esistenza. Ciò che invecchia non sono soltanto le nostre funzioni e i nostri organi ma quella particolare persona che siamo diventati.

Se per ‘spiegare’ la vecchiaia ci rivolgiamo di solito alla biologia, alla genetica, alla fisiologia geriatrica, per ‘comprenderla’ ci occorre qualcosa di più: appunto, l’idea di carattere. Senza tale idea i vecchi sono soltanto persone con qualcosa in meno e in peggio e diventano decrepiti nella nostra testa e nel senso sociale della parola prima di esserlo fisicamente: ci appaiono disfunzionali perché non immaginiamo per loro alcuna funzione. Ma la produttività è una misura troppo angusta dell’utilità. Si tratta pertanto di disfare la coppia morte-vecchiaia e di ricostituire l’antica connessione tra vecchiaia e unicità del carattere, debellando innanzitutto l’idea che noi siamo fondamentalmente ‘creature fisiologiche’ e che, di conseguenza, il nostro pensiero su di noi possa esser ridotto a ‘pensiero sul nostro corpo’.

“Ciò che viene per primo nel tempo (batteri, mitocondri, muffe e brodi, composti chimici e scariche elettriche) non sta necessariamente al primo posto nel sistema di valori o nel pensiero. (…) La vita dipenderà pure da batteri, muffe e composti chimici, ma il pensiero arriva a complessità che non si possono ridurre a mattoni precedenti.”

Biologismo ed economicismo regolano ormai la nostra cultura e rendono la vecchiaia spaventosa dal momento che le categorie egemoni sono quelle di funzionalità e utilità. Sennonché non si invecchia – è la tesi centrale de La forza del carattere – solo per degenerazione biologica ma anche, e soprattutto, per ragioni culturali: tra queste l’idea della vecchiaia come di un tempo inutile che trova nella morte il suo fine in attesa del quale, grazie ai progressi della medicina, si ‘sopravvive’ come mummie animate in una zona crepuscolare.

Nell’interrogarsi sulla verità ‘vera’ nascosta in quella che convenzionalmente si chiama terza età, Hillman si confronta con le due visioni, pessimistica e ottimistica, della vecchiaia. Entrambe, a suo avviso, partono dall’idea della senilità come afflizione: mentre la prima ci fa precipitare nell’ossessione--già a cinquant’anni--dell’inarrestabile declino fisico e mentale, cui non resta che soccombere, la seconda ci impegna in eroici programmi di resistenza contro l’invecchiamento, da debellare come se si trattasse di una malattia.

A quale etica si ispira l’ Occidente – si chiede Hillman – se la faccia che invecchia non è “onorata” (come insegna il Levitico) ma modificata chirurgicamente? Dove si fonda la pietas se si nasconde la vulnerabilità della nostra umana condizione?

Ma è proprio inevitabile che ciò avvenga? Non è possibile pensare diversamente rispetto alle idee correnti dominate dal giovanilismo? Perché, ad esempio, non provare a immaginare che la vecchiaia sia afflitta dall’idea stessa di afflizione? In effetti, la patologia principale della vecchiaia, secondo Hillman, è l’idea che ne abbiamo e che avrebbe bisogno di essere sostituita, a cominciare da quella per cui l’intera nostra esistenza sarebbe dominata dalla fisiologia. E’ dunque nel quadro di una vera e propria ‘ecologia della mente’ che dovremmo intraprendere una “terapia delle idee”, dismettendo, come vecchi abiti logori, le immagini convenzionali della vecchiaia.

Poiché ognuno di noi acquisisce gli stereotipi sulla vecchiaia da bambino o quando è molto giovane, potrebbe essere interessante verificarne gli effetti sul processo stesso dell’invecchiamento. Cosa può significare, ad esempio, credere che la terza età sia un’epoca della vita fatta di bisogni e di rinunce o invece guardare all’età della pensione con un cauto ottimismo? Esiste, in altri termini, un “effetto a distanza” della visione negativa o positiva che si ha della vecchiaia? Secondo i risultati emersi dal recente Baltimore Longitudinal Study of Aging, chi crede nello stereotipo negativo della vecchiaia finisce spesso per incarnarlo appieno.

Se non intendiamo l’invecchiamento come mero processo fisiologico, esso potrebbe diventare—è quanto suggerisce Hillman—una forma d’arte. Chiamati a incarnare il ruolo archetipico dell’avo, custode oculato della memoria, difensore non bigotto della tradizione, i vecchi diventano rappresentazioni ancestrali, figure mitiche insostituibili, preziose, veri e propri personaggi della commedia della civiltà. La rassegna della vita può rappresentare una strategia per trasformare gli eventi in esperienze, per raggrupparli in trame dotate di senso, per affabulare i racconti in storie.

Il lento processo che nell’essere umano è il fare anima (la conoscenza pratica della natura e della strada, dei sogni, dei saperi, delle maniere e dei gusti, di eventi successi tanto tempo fa) ha bisogno, ci ricorda ancora Hillman, dell’intelligenza dei vecchi, i quali dedicano la propria esistenza a fini che non sono il funzionamento pragmatico. Nonni e nonne tengono in vita riti e tradizioni, possiedono una riserva di storie, alimentano le memorie, trasmettono veri e propri bit di cultura (i memi ) di generazione in generazione: trascurando il loro apporto, impediamo l’evoluzione della nostra specie verso forme di vita superiori.

E’ questo anche il pensiero espresso da Theodor Roszak  il quale, partendo dalla constatazione che i prossimi decenni saranno sempre più dominati dalla popolazione anziana, parla di una “rivoluzione della longevità”. La sempre crescente percentuale di anziani nella popolazione potrebbe far pendere la bilancia a favore di quei valori che starebbero loro più a cuore: l’alleviamento delle sofferenze, la non violenza, la giustizia, la conservazione della salute e della bellezza del pianeta. Il semplice fatto che i vecchi siano così numerosi potrebbe rivoluzionare la società in cui viviamo, aiutandola a passare da un capitalismo predatorio, basato sullo sfruttamento ambientale, a quella che Roszak definisce la “sopravvivenza del più mite”: il patto di reciproco sostegno tra gli esseri umani e l’essere del pianeta.

Un’idea assolutamente non convenzionale della vecchiaia da assumere come un’età spericolata ed eroica di coraggio estremo, di assunzione volontaria di rischi emerge da una pagina bellissima di Robert Nozick il quale, dopo aver riflettuto sul forte attaccamento all’esistenza, sull’impulso ad aggrapparsi alla vita sino alla fine, addita un’altra soluzione che lo attrae maggiormente:

"Un individuo che, dopo aver avuto una vita piena, è ancora energico, lucido e determinato, potrebbe scegliere di rischiare seriamente la sua vita oppure di sacrificarla per un’altra persona o per una buona, nobile causa. Certo non lo si deve fare alla leggera, o troppo presto, però ad un certo punto, prima della fine naturale – i dati attuali sull’età media della vita suggeriscono un’età fra i 70 e i 75 anni – una persona potrebbe concentrare i propri interessi e i propri sforzi nell’aiutare gli altri in modo più aperto e arrischiato di quanto farebbe gente più giovane, più prudente. Queste attività potrebbero comportare gravi rischi per la salute nell’assistere i malati, pericoli per la propria incolumità fisica nell’interporsi tra gli oppressi e le loro vittime – penso al genere di attività pacifica e di resistenza non violenta di Gandhi e Martin Luther King – o nell’aiutare chi vive in zone violente. Con la libertà d’azione che gli ha conquistato la disponibilità a correre dei gravi rischi, l’ingegno umano inventerà nuovi modi e tipi d’azione che altri, singolarmente o congiuntamente, potranno emulare. Questa strada non sarà per tutti, ma alcuni potrebbero seriamente considerare l’eventualità di passare i loro penultimi anni nel coraggioso e nobile sforzo di essere utili agli altri, nell’impresa di portare avanti la causa della verità, della bontà, della bellezza e della santità, così da entrare dolcemente in quella notte soave, o infuriarsi per il morire della luce, ma, prossimi alla fine, facendo brillare al massimo la propria luce.”

Nuovo e importante, nel discorso del laico e libertario Nozick, oltre alla serenità socratica che pervade il suo congedo, è il forte richiamo alla vocazione etica di una età che è chiamata all’audacia anziché alla rassegnazione, alla sfida anziché alla rinuncia. Un’età che riconosca il valore della vita non nel mero vegetare biologico ma nell’affermazione delle ragioni che possano conferirle significato e valore: appunto, la “luce”dell’esistenza.

 

 

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