Ma chi lo ha detto che per essere liberali bisogna riconoscere i diritti di tutti?

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Ma chi lo ha detto che per essere liberali bisogna riconoscere i diritti di tutti?

28 Dicembre 2007

Tra
gli equivoci che intorpidiscono la political
culture
del nostro paese c’è il legame quasi irriflesso tra liberalismo e
diritti. Più si attribuiscono diritti agli individui, più ci si sente liberali.
In questo la “scuola torinese” – da Norberto Bobbio a Gustavo Zagrebelsky – è
stata “cattiva maestra”. Non si contesta, ovviamente, il valore intellettuale
dell’opera di Bobbio, straordinario lettore e commentatore dei classici della
filosofia politica, né si vuol togliere a Zagrebelsky l’alta tribuna dalla
quale teorizza il “diritto mite”. Si avanzano forti dubbi, invece, sulla qualifica
di “liberali” concessa a quanti allargano, in ogni direzione, la sfera dei
diritti che costituiscono la cittadinanza, senza considerare che, anche nell’ambito
della politica e delle leggi, vale il principio dell’economia per il quale
l’inflazione riduce drasticamente il potere di acquisto.

Più aumentano le pretese riconosciute alle
prestazioni altrui (e, in primis,
dello Stato), più perdono peso quelle che avevano inaugurato l’era della
dignità e della libertà degli individui e che li avevano promossi da sudditi a
cittadini: almeno in un’ottica liberale, dove “prendere i diritti sul serio”
significa, innanzitutto, individuare pochi diritti “fondamentali” e impegnarsi
‘seriamente’ alla loro effettiva promozione. Il padre del liberalismo
angloamericano, John Locke, non ne conosceva più di tre: la vita, la libertà,
la proprietà. Posti a fondamento della Costituzione degli States – la più antica
dell’Occidente – sono bastati: a vietare, in nome della vita, il fumo nei
luoghi pubblici; a garantire in nome della libertà, una incondizionata facoltà
di critica nei confronti della più alta carica della Federazione; a tutelare,
in nome della proprietà, consumatori e risparmiatori dai comportamenti
scorretti delle grandi holding sul
mercato.

Il sospetto è che proliferazione indebita
dei diritti serva, innanzitutto, a gettar fumo sulla cancellazione, o comunque
sul ridimensionamento di qualche diritto riguardato dai classici come
indisponibile. La
Costituzione italiana, esaltata tra le più “avanzate” del
mondo libero, ad esempio, sembra riconoscere la terza generazione dei diritti –
quelli sociali – ma ne ridimensiona drasticamente uno di prima generazione, la
proprietà, condizionandone la tutela alla sua ‘funzione sociale’. A prenderlo alla
lettera, l’art. 42 può figurare anche in una costituzione di tipo sovietico né giova
a riscattarlo una sua interpretazione più ‘pragmatica’, all’italiana. Se
servisse soltanto a mettere in guardia dagli ‘abusi’, infatti, esso diverrebbe
pleonastico giacché non solo alla proprietà è vietato essere ‘antisociale’: la
stessa libertà, nella definizione kantiana, finisce quando si sottrae alla
prescrizione del neminem ledere. (Si
è liberi finché non si reca danno agli altri).

A mio avviso, per “mettere ordine nel gran
disordine”, occorrerebbe riflettere, senza pregiudizi ideologici, sulle tre
dimensioni che rendono sensato il discorso sui diritti:

diritti
di chi
;

– a
che cosa
;

– nei
confronti di chi
;

Se si fosse messa a fuoco la prima
dimensione, relativa alla comunità dei cittadini, si sarebbero evitate tante
banali deprecazioni postume, così ricorrenti nella storiografia e nella
saggistica contemporanee. Ci si sarebbe accorti che l’esiguo numero degli
aventi diritto al voto e, quindi,  alla
partecipazione politica nell’Atene del V secolo o l’esclusione degli indiani,
degli africani, dei messicani dalla citizenship
statunitense obbedivano a una loro logica, anche se quelle discriminazioni oggi
sarebbero giustamente improponibili. A differenza di altre forme di governo,  la democrazia è un condominio che amministra e
distribuisce risorse concrete agli inquilini e, in cambio, se ne aspetta
lealtà, dedizione, ‘conformità sociale’ ovvero abiti della mente che richiedono
specifiche competenze intellettuali, morali e culturali.

 Nei
despotati orientali, orde o imperi, i sudditi sono tutti eguali e non ci sono
(in linea di massima) discriminazioni razziali, culturali, religiose perch