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Ma chi lo ha detto che per essere liberali bisogna riconoscere i diritti di tutti?

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Tra gli equivoci che intorpidiscono la political culture del nostro paese c’è il legame quasi irriflesso tra liberalismo e diritti. Più si attribuiscono diritti agli individui, più ci si sente liberali. In questo la “scuola torinese” - da Norberto Bobbio a Gustavo Zagrebelsky - è stata “cattiva maestra”. Non si contesta, ovviamente, il valore intellettuale dell’opera di Bobbio, straordinario lettore e commentatore dei classici della filosofia politica, né si vuol togliere a Zagrebelsky l’alta tribuna dalla quale teorizza il “diritto mite”. Si avanzano forti dubbi, invece, sulla qualifica di “liberali” concessa a quanti allargano, in ogni direzione, la sfera dei diritti che costituiscono la cittadinanza, senza considerare che, anche nell’ambito della politica e delle leggi, vale il principio dell’economia per il quale l’inflazione riduce drasticamente il potere di acquisto.

Più aumentano le pretese riconosciute alle prestazioni altrui (e, in primis, dello Stato), più perdono peso quelle che avevano inaugurato l’era della dignità e della libertà degli individui e che li avevano promossi da sudditi a cittadini: almeno in un’ottica liberale, dove “prendere i diritti sul serio” significa, innanzitutto, individuare pochi diritti “fondamentali” e impegnarsi ‘seriamente’ alla loro effettiva promozione. Il padre del liberalismo angloamericano, John Locke, non ne conosceva più di tre: la vita, la libertà, la proprietà. Posti a fondamento della Costituzione degli States - la più antica dell’Occidente - sono bastati: a vietare, in nome della vita, il fumo nei luoghi pubblici; a garantire in nome della libertà, una incondizionata facoltà di critica nei confronti della più alta carica della Federazione; a tutelare, in nome della proprietà, consumatori e risparmiatori dai comportamenti scorretti delle grandi holding sul mercato.

Il sospetto è che proliferazione indebita dei diritti serva, innanzitutto, a gettar fumo sulla cancellazione, o comunque sul ridimensionamento di qualche diritto riguardato dai classici come indisponibile. La Costituzione italiana, esaltata tra le più “avanzate” del mondo libero, ad esempio, sembra riconoscere la terza generazione dei diritti - quelli sociali - ma ne ridimensiona drasticamente uno di prima generazione, la proprietà, condizionandone la tutela alla sua ‘funzione sociale’. A prenderlo alla lettera, l’art. 42 può figurare anche in una costituzione di tipo sovietico né giova a riscattarlo una sua interpretazione più ‘pragmatica’, all’italiana. Se servisse soltanto a mettere in guardia dagli ‘abusi’, infatti, esso diverrebbe pleonastico giacché non solo alla proprietà è vietato essere ‘antisociale’: la stessa libertà, nella definizione kantiana, finisce quando si sottrae alla prescrizione del neminem ledere. (Si è liberi finché non si reca danno agli altri).

A mio avviso, per “mettere ordine nel gran disordine”, occorrerebbe riflettere, senza pregiudizi ideologici, sulle tre dimensioni che rendono sensato il discorso sui diritti:

- diritti di chi;

- a che cosa;

- nei confronti di chi;

Se si fosse messa a fuoco la prima dimensione, relativa alla comunità dei cittadini, si sarebbero evitate tante banali deprecazioni postume, così ricorrenti nella storiografia e nella saggistica contemporanee. Ci si sarebbe accorti che l’esiguo numero degli aventi diritto al voto e, quindi,  alla partecipazione politica nell’Atene del V secolo o l’esclusione degli indiani, degli africani, dei messicani dalla citizenship statunitense obbedivano a una loro logica, anche se quelle discriminazioni oggi sarebbero giustamente improponibili. A differenza di altre forme di governo,  la democrazia è un condominio che amministra e distribuisce risorse concrete agli inquilini e, in cambio, se ne aspetta lealtà, dedizione, ‘conformità sociale’ ovvero abiti della mente che richiedono specifiche competenze intellettuali, morali e culturali.

 Nei despotati orientali, orde o imperi, i sudditi sono tutti eguali e non ci sono (in linea di massima) discriminazioni razziali, culturali, religiose perch

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1 COMMENT

  1. reciprocità
    concordo sul fatto che i diritti siano un gioco a somma 0: l’aumento epr taluni comporta un costo per talaltri. Se io voglio che tu esca da casa mia, a te toccherà uscire se non vuoi essere sanzionato da un’autorità pubblica.

    Ma i diritti godono (o soffrono) anche della proprietà di reciprocità: un non-diritto di una parte comporta una libertà per la controparte. Se io non ho il diritto di farti uscire da un parco pubblico, tu potrai liberamente passeggiarci.

    In altre parole, anche la forma regressiva del diritto prevede una qualche forma di sofferenza da parte di una delle parti.

    E su questo trade-off tra costi e benefici dei diritti progressivi versus quelli regressivi che si dovrebbe stabilire il sistema dei diritti.

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