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Africa e America Latina

Ma è davvero il Sud del mondo il nuovo fronte del Cattolicesimo mondiale?

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Quelli che stiamo vivendo sono ovviamente giorni oscuri per la chiesa cattolica romana. Per oltre dieci anni, la chiesa statunitense è stata investita da accuse di abusi su minori, e devastata dai relativi processi. Il Vaticano si consolava con il pensiero che si trattasse di un fenomeno prettamente americano però, quest’anno, casi analoghi sono emersi in tutta Europa – e più amaramente che mai in Irlanda, uno dei paesi più cattolici al mondo. In tutto il continente ci sono vescovi ai quali è stato chiesto di dimettersi, e una tale richiesta è stata avanzata anche nei confronti dello stesso Papa. Alcuni commentatori si stanno chiedendo persino se la Chiesa sopravvivrà a questa crisi.

Diversi fatti suggeriscono invece che la Chiesa durerà, anzi potrebbe anche essere benedetta da uno storico boom di fedeli; ma in luoghi dove le sue tradizioni non sono così antiche. Per anni, il cuore del cattolicesimo è emigrato dall’Europa, spostandosi in Africa e in America latina. Alcuni commentatori hanno affermato che il Vaticano si trova, adesso, nel posto sbagliato: duemila miglia più a nord delle terre in cui il cattolicesimo sta gettando nuove radici. I recenti scandali accelereranno questo trasferimento radicale, screditando le vecchie gerarchie europee e aprendo le porte a una nuova generazione di alti prelati maggiormente sintonizzati sui bisogni e le preoccupazioni dell’emisfero meridionale. Il mondo cattolico, letteralmente, si capovolgerà.

Per secoli, la chiesa cattolica è stata incontestabilmente più forte in Europa che altrove. Nel 1900, il continente contava circa i due terzi dei suoi quasi 270 milioni di fedeli. In America latina si trovavano altri 70 milioni di credenti mentre l’Africa ne aggiungeva al computo complessivo appena due milioni. Nel 1920, l’anglo-francese Hilaire Belloc poteva ben dire: “La Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede”.

Da allora, e in particolare dagli anni ’60, la Chiesa è andata spostandosi verso sud. In parte ciò è dovuto all’evangelismo dei missionari cattolici; si pensi alle conversioni in Africa. Ma i cambi demografici hanno giocato un ruolo importantissimo: mentre la popolazione dell’Europa viveva una crescita marginale, quelle del sud del mondo esplodevano – e con esse il numero dei cattolici in quelle contrade. Oggigiorno nel mondo ci sono 900 milioni di cattolici in più che nel 1920, ma soltanto 100 milioni di questi nuovi fedeli sono europei.

Il declino del cattolicesimo in Europa si può spiegare, almeno parzialmente, con una generale tendenza al materialismo e un altrettanto generale indifferenza verso le tematiche religiose. Una recente ricerca mostra che soltanto metà dei francesi rivendica l’appartenenza alla Chiesa, contro l’80% di vent’anni fa. C’è stato anche un massiccio declino dei praticanti. Soprattutto nell’Europa occidentale, milioni di cattolici sono membri della Chiesa solo in senso tecnico, cioè in quanto battezzati; ma non hanno mai varcato la soglia di una chiesa, né appoggiano le posizioni ufficiali della Chiesa sulla moralità o la sessualità. Alla fine del millennio, soltanto il 18% circa dei cattolici spagnoli e il 12% di quelli francesi dichiaravano di andare regolarmente a messa; il dato per Germania, Austria e Olanda varia tra il 10 e il 15%.

Al contrario, l’America latina è adesso di gran lunga la regione più cattolica di tutte. La rapida crescita demografica nell’ultimo secolo ha fatto schizzare il numero dei credenti a circa 460 milioni, che diventeranno 600 milioni nel giro di vent’anni – e saranno allora il 45% della platea mondiale dei cattolici. Le statistiche vaticane pongono il Brasile al primo posto tra i paesi cattolici, con 160 milioni di fedeli pari all’85% della popolazione nazionale (ma stime più attendibili suggeriscono il 65%, a causa dell’espandersi delle sette neoevangeliche. Anche così, il numero di cattolici è enorme).

L’Africa, nel frattempo, è diventata teatro di una autentica rivoluzione religiosa. Durante il Ventesimo secolo il numero di cristiani si è moltiplicato in tutto il continente, e quello dei cattolici è cresciuto in modo particolare. Nel 2000 l’Africa contava 130 milioni di cattolici i quali, come osservato dall’esperto in questioni vaticane John Allen, Jr. nel libro “The Future Church”, rappresentano un tasso di crescita del 6.700%. Nel 2025 dovrebbero esserci almeno 220 milioni di cattolici africani, che costituirebbero un sesto della comunità cattolica mondiale (scrivo “almeno” perché la chiesa africana con tutta probabilità sottostima il numero dei suoi fedeli, in quanto priva della struttura istituzionale per conoscere con esattezza quel che avviene sul campo. Secondo quanto riportato dal Rapporto mondiale della Gallup, il numero di africani che si dichiara cattolico è già prossimo ai 200 milioni, ossia il 20% maggiore di qualunque dato di cui disponga la Chiesa).

Nel 2050, l’Africa dovrebbe contare molti più cattolici dell’Europa. In effetti, dalle proiezioni si evince che a metà del secolo l’Europa fornirà, a dir tanto, il 15% dei cattolici mondiali – e molti di loro saranno immigrati provenienti da Africa, Asia e America latina.

E così, mentre la Chiesa cattolica resterà uno dei più importanti – probabilmente, il più importante – protagonista nell’economia morale del pianeta, sarà comunque un’entità del tutto diversa. E la sua trasformazione non può essere che affrettata dalla presente crisi legata allo scandalo abusi.

I precedenti scandali sessuali, come quelli accaduti negli Stati Uniti all’inizio degli anni Duemila, non ebbero alcun effetto apparente sull’adesione al cattolicesimo in Europa. Ma i casi più recenti, esplosi in Germania, Irlanda, Belgio e altri paesi europei, avranno una profonda influenza nel vecchio continente, anche perché sono state formulate accuse di negligenza verso i vertici della Chiesa, incluso lo stesso Papa. L’impatto sarà particolarmente severo nell’Europa occidentale, il cui potente sistema mediatico è sempre più critico verso le gerarchie cattoliche e verso la stessa Chiesa.

Non possiamo quantificare con esattezza l’entità di questo impatto sulla comunità cattolica europea; tuttavia, citando l’Istituto Forsa, si può ipotizzare che un quarto di essa stia considerando l’idea di uscire dalla Chiesa. Come minimo, questa crisi allontanerà ulteriormente dalla Chiesa i non praticanti, e marginalizzerà i fedeli più devoti. Produrrà inoltre una diminuzione delle finanze vaticane, soprattutto in quei paesi dove i cittadini scelgono a chi affidare una quota delle proprie tasse per fini umanitari; c’è da aspettarsi un massiccio spostamento di fondi, lontano dalle cause cattoliche.

La copertura mediatica dello scandalo abusi e le risposte imbarazzate del Vaticano forniranno inoltre ampie munizioni a coloro che vogliono tenere la Chiesa al di fuori della politica. Chi le si oppone troverà assai più semplice zittire la voce del Vaticano quando si discuteranno nuove leggi in materie come aborto, matrimoni e adozioni gay, ricerca genetica. Per tutte queste controversie è facile predire come andrà il dibattito: quando i capi della Chiesa citeranno la difesa dei bambini e dei loro diritti tra le ragioni per opporsi a determinate politiche, i loro critici laici ribatteranno prontamente che vescovi e cardinali non sono sempre stati preoccupati dei bambini e dei loro diritti. Sarà un rilievo difficile da controbattere.

Ma gli effetti dello scandalo abusi saranno assai minori in Africa e in America latina, dove la lealtà alla religione è intimamente connessa a un complesso sistema di regole sociali e familiari (il cattolicesimo africano, per esempio, è ancora legato alla fedeltà verso la famiglia, i luoghi, l’etnia, la storia, un po’ come accadeva in Europa tanti secoli fa). Inoltre i media laici non godono in quelle aree della stessa pervasiva presenza che hanno invece in Europa, mentre la Chiesa dispone di un suo proprio, poderoso sistema di comunicazione di massa che verrà mobilitato in difesa della fede. Se anche le rivelazioni sugli abusi allontaneranno alcuni cattolici dalla Chiesa – consegnandoli magari a confessioni rivali – si tratterà comunque di persone che erano sul punto di abbandonare. Quei fatti non avranno fatto altro che dare la spinta finale.

In effetti, mentre la crisi velocizza lo svanire dell’influenza cattolica in Europa, aiuta altresì la Chiesa a rafforzare le proprie radici nel sud del mondo. I fedeli, in quelle regioni, continueranno a crescere, e le gerarchie ecclesiastiche saranno costituite sempre più da religiosi del sud. Quando arriverà il tempo di scegliere il successore di papa Benedetto XVI, i cardinali, consci degli effetti dello scandalo abusi, prenderanno probabilmente in considerazione candidati innovativi, non compromessi con i fatti europei. Un papa latinoamericano sarebbe una scelta logica. Oppure, ragionando come John Allen su quello che potrebbe essere la Chiesa nel 2050, si potrebbe immaginare un papa africano, rappresentante del suo continente sul proscenio mondiale. E’ assai probabile che lo scandalo abusi non farà altro che precipitare il concretizzarsi di un tale scenario; la prossima volta che i cardinali dovranno scegliere un nuovo capo per il Vaticano, potrebbero chiedersi: perché non un africano?

E a quel punto, magari, qualcuno potrebbe proclamare che “l’Africa è la Fede”. Chi potrebbe contraddirlo?

Philip Jenkins è l’autore di “Jesus Wars: How Four Patriarchs, Three Queens, And Two Emperors Decided What Christians Would Believe For The Next 1,500 Years” (HarperOne, 2010). 

Tratto da New Republic.

Traduzione di Enrico De Simone.

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