Ma entrare nel giardino di casa della Russia è stato un errore

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Ma entrare nel giardino di casa della Russia è stato un errore

30 Agosto 2008

Tra i viali malinconici del Parco Gorky di Mosca, il veto sta cambiando direzione. Di nuovo. Era solo il 1990 quando una canzone conquisto’ i cuori dell’Europa. Wind of Change celebrava il crollo dei muri, la fine della guerra fredda. Il disgelo delle menti, oltre che delle cancellerie. Di li’ a poco, la Russia rientrava nella storia. E sorprendeva tutti, con la sua primavera democratica e la rincorsa di un miraggio occidentale. Oggi la Russia sembra aver interrotto il suo cammino veso Ovest. Le ragioni, pero’, non stanno soltanto nel nuovo corso putiniano e in quello che vene ostinatamente, e semplicisticamente, additato come un rigurgito di imperialismo d’antan.

Molte delle ragioni dell’incomprensione che avvelena i rapporti con la Russia oggi riecheggiano in quella svista di un senatore americano sulle truppe “sovietiche” che invadono la Georgia. Si tratta di molto più che un innocuo lapsus linguae. E’ la spia di una distorsione storico-politica che ha molto, moltissimo a che vedere con la corsa pazza che l’Occidente ha intrapreso verso una nuova guerra fredda. E con la cessazione improvvisa del “vento del cambiamento”.

Dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha compiuto passi da gigante nell’avvicinarsi alla società occidentale. Non è stata una transizione perfetta né completa. Ma la Russia non è uno stato qualunque.  La Federazione è ancora un impero in miniatura. Troppo grande per comportarsi come un qalunque stato nazionale europeo, troppo abituata a sedere ai tavoli della diplomazia internazionale da superpotenza, e troppo consapevole della propria storia, dominata da un leitmotiv psicologico e geopolitico: il timore dell’accerchiamento. Non bisogna essere storici di professione per conoscere l’eterno rompicapo russo delle sfere d’influenza, delle zone cuscinetto, dello steccato che protegge l’impero dalla minaccia di un’invasione. L’America, questa semplice lezione di storia, non sembra conoscerla. Ma ciò che stupisce è la leggerezza con cui l’Europa finge di ignorarla.

L’Occidente ha tenuto sinora, nei confronti della Russia in transizione, un atteggiamento duplice e colpevolmente ambiguo. L’Occidente delle cancellerie ha incoraggiato le riforme, ha aperto canali di collaborazione e partnership privilegiate, ha associato Mosca a consessi prestigiosi e roboanti come il G7. Ma le aperture politiche e in parte economiche sono tutte a basso costo per l’America e gli alleati, eppure straodinariamente proficue sia per l’allineamento russo a questioni cruciali per il governo del mondo come la guerra al terrorismo e la lotta alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, che per la disperata sete di idrocarburi dell’Europa, placata grazie al gas e al petrolio siberiani. Parallelamente a esse l’altro Occidente, quello degli eserciti, non ha invece mai dismesso gli schemi mentali e i disegni strategici della più pura logica da guerra fredda. Espandendosi, sempre più a Oriente, sempre più vicino ai confini dell’Impero.

La collaborazione Nato-Russia è stata nei fatti poco più che un esercizio di diplomazia e un’abile mossa propagandistica. La realtà sul campo ha invece visto il progresivo inglobamento all’interno dell’Alleanza di tutte le ex sfere d’influenza prima russe, poi sovietiche, poi ancora russe. Il crollo del Patto di Varsavia non ha provocato alcun reale cambio di strategia nei corridoi dell’Alleanza. Ha semplicemente spalancato i cancelli della cortina di ferro – facendo balenare quello che è apparso come un facile vuoto da colmare. Ma il “vuoto” geopolitico post-sovietico è insidioso, almeno quanto è allettante.

La Russia indebolita e convalescente rimaneva e rimane, a dispetto della superficialità occidentale, una potenza che nutre l’ambizione di contare. Mosca non ha tuttavia obbiettivi intrinsecamente antitetici alla prosperità e alla potenza dell’Occidente. E’ scevra da fondamentalismi religiosi e ha abbanonato da tempo quelli ideologici. Ciò che non ha abbandonato è l’atavica paura dell’accerchiamento. Nè la risoluzione a evitarlo, costi quel che costi.

La Nato, l’Unione europea e la Casa Bianca hanno sin qui fatto finta di nulla. Ma quando i missili e le basi militari si spostano ai confini della Russia, è ingenuo credere che le foto ricordo ai vertici dei grandi e le calorose professioni di amicizia possano soddisfare le esigenze di un impero che ritorna sul palcoscenico mondiale dopo quasi due decenni di eclissi. L’ipocrisia occidentale di fronte alla crisi in Georgia – il Kosovo indipendente  a ogni costo e l’Ossezia suddita per forza, le bombe Nato buone e i tank russi cattivi – avrà un prezzo salato. L’Occidente sta spingendo alla deriva un partner senza il quale nessuna delle sfide che l’attendono potrà essere vinta. Non il Medio Oriente, non la questione nordcoreana, non la proliferazione, non l’Afghanistan né l’Asia centrale.  E passi che l’America si permetta di scambiare ancora la Russia con l’Unione Sovietica. Ciò che è disarmante, nella perdita della Russia, è che le cancellerie europee abbiano dimenticato che quando si tratta di guerra fredda, il conto, tra Washington e l’Europa, non viene mai saldato alla romana.

E  se il vento, a Mosca, si fa di nuovo gelido, per le nostre capitali d’Europa sarà presto tempo di brividi.