Ma i paradisi fiscali sono davvero arrivati al capolinea?

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Ma i paradisi fiscali sono davvero arrivati al capolinea?

17 Marzo 2009

Il prossimo 2 aprile a Londra in occasione del G20, si discuterà molto di paradisi fiscali. Questi ultimi hanno infatti rappresentato il perno di quella finanza globale che, come noto, ha rappresentato la prima causa dell’attuale crisi.

 

Gli hedge fund, solo per fare un esempio, artefici di speculazioni di borsa che hanno spesso moltiplicato l’effetto domino dei rischi, hanno sede in più o meno ameni paradisi fiscali. Nelle sole isole Cayman, a fine 2008, erano registrati oltre diecimila hedge fund. Ma anche i cosiddetti titoli tossici, prima di invadere le piazze finanziarie di tutto il mondo, venivano “assemblati” nei vari paradisi fiscali. Tutti i principali istituti di credito (anche italiani) hanno del resto una sede alle Cayman, o alle Bahamas, o a Dubai o a Singapore etc etc.

Tutti erano e sono, dunque, parte integrante di questo sistema, da alcuni definito, con termine sicuramente efficace, “turbocapitalismo”. Oggi questo sistema, complice la crisi, è al tramonto. La posta in palio sono del resto quei 5000 – 7000 miliardi di dollari (stima Ocse) di capitali esteri che si trovano ben nascosti nei paradisi fiscali. Senza contare i circa 1500 miliardi di dollari che ogni anno vengono qui riciclati. Le parole usate dal Direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strass – Kahn rendono l’idea di quale è la nuova strategia anti paradisi fiscali, i quali, dice Strass – Kahn, vanno affrontati “a colpi di dinamite”. Quando però si parla di paradisi fiscali bisogna spiegare esattamente cosa si intende per tali.

Tra quelli comunemente così definiti non rientrano infatti soltanto gli Stati che concedono condizioni fiscali vantaggiose, ma anche quelli che assicurano l’anonimato o che assicurano l’assenza di controlli monetari o che, infine, rifiutano la collaborazione internazionale e lo scambio di informazioni. Questi Stati, in Italia, erano fino ad oggi individuati in un apposito elenco di “cattivi”, indicati nella cosiddetta “black list”.

Con la Finanziaria 2008 si è passati invece dalla logica della “black list”, dove erano inseriti, appunto, gli Stati con regimi fiscali privilegiati, a quella della “white list”, dove sono inseriti invece gli Stati virtuosi, quelli cioè che consentono un adeguato scambio di informazioni e nei quali il livello di tassazione non è molto inferiore a quello applicato in Italia. Perché tale white list sia operativa bisognerà comunque ancora aspettare il relativo decreto attuativo, ad oggi non emanato.

Un lista analoga alla nostra “black list” è peraltro stata elaborata anche dall’OCSE (l’ultima versione risale al 2005). Tale lista, però, è destinata, a breve, ad essere allargata ad altri Stati finora “graziati”. Tra i paesi da considerare a tutti gli effetti paradisi fiscali dovrebbero infatti oggi rientrare anche quelli caratterizzati da un rigido segreto bancario, come appunto la Svizzera, il Lussemburgo o l’Austria.

Questi paesi (insieme anche a Hong Kong e Singapore e forse anche alle isole britanniche del canale della Manica e a San Marino) si andrebbero quindi ad aggiungere a quelli già da tempo inseriti nella lista nera dell’OCSE, quali, per esempio, il Principato di Monaco, Andorra o il Liechtenstein. Il nuovo impulso dato alla lotta contro i paradisi fiscali sta facendo vedere comunque i suoi primi effetti e “cedimenti”. Andorra e Liechtenstein hanno deciso infatti di allentare il segreto bancario.

Il Principe Alois del Liechtenstein ha in particolare annunciato di essere pronto a riconoscere gli standard dell’Ocse in materia di fisco e trasparenza e a concludere una serie di accordi bilaterali finalizzati alla lotta contro l’evasione fiscale. Andorra, per conto suo, ha invece affermato che abolirà il segreto bancario entro novembre 2009.

Ma anche il Belgio, per non finire nella lista dei “cattivi”, starebbe pensando di modificare in fretta la propria legislazione sul segreto bancario e si è detto pronto ad aderire allo scambio internazionale di informazioni a partire dal 2010. La Svizzera, infine, sconquassata dalle note vicende UBS, cerca di opporre ancora una minima resistenza, ma lo stesso Ministro delle Finanze, Hans – Rudolf Merz, ha ammesso che, dopo la decisione del Liechtenstein, la posizione della Svizzera diventa molto difficile. Insomma, un’epoca al tramonto.

Del resto, un altro problema per le banche elvetiche (e non) potrebbe essere rappresentato dalle voci, che sempre più si diffondono, in merito alla eventualità di scudi fiscali nazionali, o addirittura di uno scudo fiscale adottato in sede di Unione Europea, e che potrebbero causare ulteriori fughe di capitali dai caveau degli istituti che si trovano nei vari paradisi fiscali sparsi un po’ in tutto il globo.

La domanda che infatti a questo punto si pone è la seguente: con la perdita della tutela assicurata fino ad oggi dalla inviolabilità del segreto bancario, o comunque con il tramonto dei paradisi fiscali, quali nuove rotte prenderanno i flussi finanziari che dietro tale segreto e paradisi si nascondevano? Dove andrà questa montagna di denaro? E’ probabile che, nel prossimo futuro, gli investitori, nel rivedere le proprie strategie, si muoveranno secondo due parole d’ordine: liquidità e sicurezza. Una conferma in tal senso deriva, per esempio, dal fatto che negli ultimi 4 mesi del 2008 sono rientrati dall’estero in USA ben 140 miliardi di dollari e in Europa quasi 190 miliardi di euro. Gli investitori, magari in attesa di “scudi fiscali” che consentano di far rientrare a casa i capitali senza gli oneri impositivi da cui erano fuggiti, comprano quindi sempre più titoli americani o europei, oppure tornano a rifugiarsi nell’oro (da fine 2007 ad oggi sono stati comprate ben 402 tonnellate del prezioso metallo).

Ma, in tale contesto di crollo generalizzato del sistema paradisi fiscali, qualcuno ancora cerca di mantenere i privilegi, che, fino ad oggi, hanno assicurato capitali “facili”. La capofila di tale “opposizione” è senz’altro la Cina. L’opposizione della Cina, contraria a rinunciare ai “suoi” paradisi fiscali (Hong Kong e Macao), ha infatti impedito che il vertice che il G20 esprimesse una posizione comune sul tema. E in un sistema del genere, se manca una pedina, tutto il resto è destinato comunque a crollare.