Ma il pacchetto da 40 miliardi è davvero la ricetta giusta contro la crisi?

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Ma il pacchetto da 40 miliardi è davvero la ricetta giusta contro la crisi?

04 Febbraio 2009

 

Anche l’Italia cede alla crisi economica. Allo studio del governo c’è un pacchetto di aiuti pari a 40 miliardi di euro che, nelle intenzioni del premier Silvio Berlusconi, serviranno a stimolare l’economia reale. Dopo Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Benelux, l’Italia entra nel novero dei governi che preferiscono intervenire, piuttosto che lasciar far al mercato il suo corso. Ma c’è chi si domanda se un ritorno alle politiche keynesiane sia effettivamente un bene.

Anima ancora l’opinione pubblica statunitense la lettera inviata al New York Times da oltre 200 economisti, guidati dai Nobel Ed Prescott e Vernon Smith. La missiva ricordava al presidente Barack Obama che il mondo accademico americano (ma non solo) è in totale dissenso rispetto alle politiche fiscali appena varate, il cosiddetto Piano Obama da oltre 825 miliardi di dollari. Una delle voci più autorevoli, Alberto Bisin, professore alla New York University, ha fatto presente sulle pagine de La Stampa che «sono ormai più di vent’anni che le teorie economiche keynesiane, su cui è fondata la necessità di grossi stimoli fiscali durante una recessione, sono completamente screditate in accademia». Eppure c’è chi ancora le utilizza, come Paul Krugman, Nobel per l’Economia 2008 e penna di punta del NY Times. Dopo un breve periodo di critica nei confronti del neo presidente americano, il 26 gennaio ha ribadito che agire sullo stimoli fiscali è l’unica via d’uscita per la peggior crisi dalla Grande Depressione.

Evidentemente, anche in Italia hanno letto le parole di Krugman, considerato l’evolversi della situazione in merito agli aiuti di Stato. In primis con Fiat, poi con l’intero sistema, Berlusconi ha agito di forza, anche se in modo contraddittorio. Il 13 ottobre 2008, nel pieno del mese nero delle borse mondiali, il premier giudicava così l’economia italiana: «Per quanto riguarda l’Italia credo che noi siamo in una posizione francamente ottimale e molto migliore rispetto agli altri Paesi». Purtroppo ora il quadro è mutato ed il piano d’aiuto all’economia reale sarà addirittura spalmato su tre anni, fino ad un totale di 80 miliardi di euro. Berlusconi, infatti, da Governincontra ha stimato che possano essere sommati, alla cifra erogata dal governo, fondi europei e regionali: «Ai 40 miliardi basta aggiungere i 6 miliardi di riduzione previsti dal decreto Iva, i 16,6 miliardi per le infrastrutture, i 10 miliardi per il finanziamento alle imprese e gli 8 miliardi per gli ammortizzatori sociali per avere il pacchetto completo».

Bene, direbbe qualcuno, ma ci sono almeno due variabili da cui non si può prescindere per assumere la giusta posizione di fronte alla crisi. La prima riguarda il debito pubblico italiano, giunto a dicembre al suo massimo storico. Lo stimolo giusto dev’essere quello della pressione fiscale, vero limite del nostro paese, riducendolo per imprese e persone fisiche. Foraggiare il sistema attraverso una spesa pubblica dissennata non farà altro che impoverire il nostro Stato. Anche perché, se la coperta è corta, lo è da ambo le parti. Vanno bene i fondi europei, ma gli altri miliardi da dove arriveranno?

La seconda variabile da non sottovalutare è relativa la reale efficacia di un’iniezione di miliardi nel sistema italiano. Abbiamo avuto la fortuna (o sfortuna?) di avere un modello economico differente rispetto ai paesi anglosassoni. Che si parli di arretratezza o di conservatorismo, poco cambia. Quello che conta è che l’Italia ha potuto osservare dall’esterno l’effetto delle politiche di assistenza statale al mercato, ma non ne è ha fatto tesoro. In America sono stati spesi oltre 2 trilioni di dollari per ottenere cosa? Nuovi fallimenti e nuovi record battuti da parte del tasso di disoccupazione.

La crisi si sente, è pesante e sarà durevole. Una delle cose da non fare assolutamente è di peggiorar la situazione, già incrinata, dell’economia italiana. Le stime di crescita economica stilate dal Fondo Monetario Internazionale per il 2009 non ci vedono peggio di altri paesi europei. Perfino il rapporto deficit/pil non è paragonabile alle nefaste previsioni per Regno Unito e Francia. Perché, quindi, rovinare tutto nella solita, italica, maniera?