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Ma il peggio della crisi finanziaria è passato?

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La crisi subprime è terminata? Tutte le svalutazioni sono state conteggiate nei bilanci? Per quanto tempo ancora la volatilità elevata nei mercati finanziari? Questi sono gli interrogativi che gli investitori, ma non solo, si fanno da alcune settimane.

«La domanda che ci poniamo è questa: il peggio è passato? Se intendiamo il peggio della crisi finanziaria, possiamo dire di sì». Così ha recentemente affermato Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Sulla stessa linea d’onda anche l’agenzia di rating Fitch, che ha stimato che circa l’80% delle perdite dovute alle cartolarizzazioni di crediti ad alto rischio del mercato immobiliare Usa siano emerse.

Il 50% di esse sono state iscritte a bilancio dagli istituti di credito, per un totale ipotizzabile di circa 250 miliardi di dollari. Se si sommano anche le svalutazioni delle società finanziarie, degli hedge fund e delle compagnie assicurative, la cifra raggiunta è intorno a oltre 450 mld di dollari, senza contare le perdite di capitalizzazione sopportate dalle borse mondiali. Il trend congiunturale si dimostra ancora carico di una volatilità che lascia spazio a shock improvvisi, come dimostrano i crolli borsistici che si sono visti in questi giorni. Questo a causa della duplicità della crisi in atto: di liquidità e di credito. La prima, semplicemente, è derivata dalla natura operativa delle banche, in regime di riserva frazionaria; la seconda, invece, è rappresentata dal credit crunch che è già avvenuto nelle scorse settimane. Proprio quest’ultima variabile è quella più subdola.

La restrizione del credito (credit crunch) è un meccanismo fisiologico durante le crisi che investono il comparto bancario, sebbene parta da quello immobiliare. Prima si accresce la bolla gonfiando i prezzi dei beni oltre i reali valori di mercato, si favorisce il credito al consumo in modo irrazionale, nascono gli squilibri, scoppia la bolla (che riequilibra il mercato fallato) e contemporaneamente gli istituti bancari compiono un giro di vite per quanto riguarda la concessione di prestiti. Una stretta ai rubinetti del denaro che è necessaria per evitar di alimentare lo stesso meccanismo vizioso che ha portato alla paralisi e, successivamente, al crollo.

Noi siamo in questo preciso punto della fenomenologia dei default finanziari. Osservando i dati del Morgan Stanley Index relativi alla liquidità presente sul mercato interno statunitense, non si può non notare come la stretta creditizia sia iniziata successivamente al crack di Bear Stearns, avvenuto lo scorso 14 marzo. Non per nulla, il punto più basso della crescita americana è stato registrato il 31 marzo (dati MSCI), per poi riprendersi in modo sostenuto in aprile. Questo è un chiaro sintomo che qualcosa sta cambiando, che molti assetti si stanno riallineando.

Attenzione, però, a non esultare troppo. Come ricorda Strass-Kahn, il peggio della crisi finanziaria è passato, ma per il resto? L’economia reale è quella che vive il momento più complicato, divisa fra l’escalation petrolifera e l’inflazione più elevata degli ultimi cinque anni. Non guardando all’Italia, deve far riflettere il dato che ci arriva da Washington, con l’indice dei prezzi al consumo schizzato oltre il 4%. Ed in questo quadro, ben poco rosee sono le condizioni dei meno abbienti, spesso senza nemmeno più un’abitazione, dato che era impegnata tramite un mutuo ipotecario. Ma se nell’ottica delle banche i subprime si faranno sentire ancora per tutto il 2008, gli sviluppi nel mondo quotidiano non si esauriranno velocemente, a tal punto che lo stesso Fmi parla di «alcuni trimestri per il riassorbimento di tutte le perdite maturate».

In effetti, guardando alle crisi economiche del recente passato (a partire dagli anni ’90), quella iniziata nella scorsa estate sembra essere differente dalle altre. La recessione non ha le sembianze di un abisso: piuttosto quelle di un acquitrino. Si, perché il mercato sembra aver imparato dai suoi errori e si è corretto in modo tutto sommato veloce. Tralasciando la politica tardiva della Federal Reserve, in soli 9 mesi si sono manifestate le posizioni a rischio e sta prendendo forma un’onda lunga di bassa crescita per il Pil statunitense. Possibile che servano almeno altri 3 o 4 trimestri prima che l’economia Usa possa riprendere la sua corsa, utile anche per frenare il deprezzamento del dollaro e le impennate del petrolio. L’instabilità economica concernente l’America ha demolito molte aspettative che gli investitori avevano rivolto verso di essa, spostando capitali verso aree più redditizie ed amplificando assai le difficoltà. Bisogna quindi attendersi, per una parte del 2009, un periodo di stagnazione altalenante nell’area yankee, salvo poi ipotizzare una ripartenza entro la fine del prossimo anno. Un occhio di riguardo però è da riservare alla base monetaria, troppo accresciuta in questi mesi dei tagli scellerati della Fed al tasso di sconto. In un regime di austerity come quello che ci si appresta a vivere, la necessità è quella di agire sulla leva del dollaro, per farlo risalire ed eliminare gli squilibri di cambio rispetto alle altre valute che sono sorti nei mesi scorsi, spesso con scarsi riscontri reali.

Un crack, quello dei subprime, atipico rispetto agli altri: atipico nella forma, nella durata e nei contenuti. Comunque si tratta di un’opera di assestamento dello stesso mercato, che sembra aver finalmente eliminato le mele marce, le stesse che hanno speculato all’inverosimile fino a creare il clima adatto alla crisi. Sempre che il contagio delle cartolarizzazioni selvagge non abbia raggiunto anche altri settori, oltre a quello bancario ed immobiliare.

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