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Ma l’Italia è davvero al riparo dalla crisi dei mutui subprime?

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Il crollo di Bear Stearns del 14 marzo ha provocato un turbinio di ribassi nelle borse mondiali. Da Wall Street a Singapore, passando per l’Italia, la paura legata ai mutui subprime ha nuovamente fatto tremare i mercati. Dopo dieci giorni e 75 punti base tagliati dalla Federal Reserve al proprio tasso d’interesse, i rischi sono terminati?

Bear Stearns, quinta banca statunitense, fondata nel 1923 e titolare di un asset comprendente 33 miliardi di dollari di mutui, ha perso in una sola seduta oltre il 50% della propria capitalizzazione di borsa. L’innesco è stato causato dalla crisi di liquidità in cui versava l’istituto di credito, dovute alle perdite iscritte a bilancio legate ai mutui subprime, per circa 2 miliardi di dollari.

Prontamente il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha fornito un appoggio alle difficoltà di Bear Stearns attraverso la banca commerciale JP Morgan, per via della vecchia divisione normativa fra istituti di credito d’investimento e commerciali. Ancora, Bernanke ha contribuito a tagliare il costo del denaro dello 0,75%, portando il tasso di riferimento ai minimi livelli dal febbraio 2005, al 2,25%. Si tratta della terza sforbiciata ai tassi praticata in pochi mesi. Questo per alimentare la crescita economica, ignorando nel breve termine il netto aumento della base monetaria, che si traduce in un’impennata del tasso inflazionario. Ma quello che abbiamo visto, da agosto a questa parte, è solamente una parte di un default ben più profondo, come dimostra il caso Bear Stearns, scoppiato senza alcun preavviso. Infatti, la serie di svalutazioni complessive correlabili ai subprime, calcolate dagli analisti delle maggiori società di rating come Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s, sono attualmente nell’ordine dei 180 miliardi di dollari.

Peccato che le esposizioni delle cartolarizzazioni dei mutui ad alto rischio siano stimate intorno a 400 mld di dollari, ben più del doppio di quello che è emerso finora, come ricordato anche da Dominique Strass-Kahn, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Cosa significa questo fatto? Che in un mercato devastato dall’epidemia del settore immobiliare, sta per piovere un’altra ondata di svalutazioni, ben più dannose di quelle viste finora, considerato che la congiuntura economica non si può giudicare in modo positivo.

Dato per confermato il freno della produzione industriale statunitense, -0,5% a febbraio, la parola recessione non è più usata solo per gli slogan elettorali, ma è una realtà. Nell’attuale stato delle cose siamo di fronte ad una crisi sistemica, legata ad una di liquidità dei maggiori istituti bancari americani. L’ipotesi di pandemia è acuita dall’effetto globalizzazione che ha reso tutti i mercati intercomunicanti. Molti economisti continuano a chiedere l’intervento degli Stati in situazioni di imperfezioni finanziarie come quella legata ai mutui ipotecari subprime.

Ciò che viene dimenticato, tuttavia, è il ruolo del mercato stesso. Lo scoppio della bolla speculativa degli immobili è solo un semplice aggiustamento di posizioni non paritetiche degli operatori nello stesso mercato. Proprio il termine speculazione simboleggia una prevaricazione rispetto ad un altro attore, posizione debole nella particolare situazione. In questo caso, come in tutti quelli di libero mercato, ad una domanda specifica, v’è una offerta relativa. Quando queste raggiungono picchi di inefficienze, il mercato ritrova il suo equilibrio condannando chi ha assunto posizioni di maggior speculazione. L’intervento dello Stato, in questo caso, non fa altro che spostare più in là il problema, cercando nel frattempo, di trovare una soluzione per salvare quella o quell’altra società coinvolta. Il problema è che si dimentica del suo ruolo principale, quello di garantire e preservare la stabilità dei prezzi all’interno del mercato, attraverso la banca centrale.

L’immissione di liquidità, il continuo taglio dei tassi di riferimento e di sconto, l’indulgenza sui generis nei confronti degli istituti di credito “peccatori” non hanno altro risultato che le mele marce non cascano dall’albero. Bene, cioè male, dato che la Fed finora si è comportata così, al contrario della Bce di Jean-Claude Trichet che ha mantenuto sempre fede alla sua missione primaria.

Le varie fasi evolutive della crisi subprime, quindi, non si possono ancora dire terminate. Fintanto che vi sarà l’intervento particolare di Bernanke, l’epidemia non troverà le sue vittime. E senza vittime, lo siamo tutti. Si, perché i titoli “fallati” possono ancora viaggiare attraverso i mercati finanziari e colpire all’improvviso, come dimostrano le recenti svalutazioni di Credit Suisse ed Ubs. L’Italia? Per ora nulla, dato che tutto il mondo economico sembra rivolto all’affaire Alitalia. C’è da ricordare, però, che abbiamo in casa due dei maggiori gruppi bancari europei, Unicredit e Intesa-San Paolo, molto attivi sui mercati esteri. Finora, nulla è trapelato, anche per le differenziazioni degli asset sono molteplici. Come dire: nessuna nuova, buona nuova.

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1 COMMENT

  1. E pensare che alcune
    E pensare che alcune settimane fà S&Poor’ annunciava al mondo la luce in fondo al tunnel, la fine della nemesi finanziaria, la maggior parte delle svalutazioni sono ormai dietro di noi. Chissà cosa ne pensano quelli della Goldman Sachs visto che nella loro consapevolezza ricordano che in fondo 460 miliardi di dollari sono ancora dietro l’angolo un 50 % nel settore residenziale il resto fra credit card loans,auto loans,commercial e industrial lending,non financial corporate bond,collateralised debt obbligation,collateral default swap e tutta la carta marcia che non e’ ancora apparsa nei bilanci delle banche,ma rimane confinata( per quanto ancora?)in quelli non pubblici delle societa’ veicolo,nei conduits e nei fondi hedge. Mi pare impossibile che le banche italiane non abbiano nemmeno una gcvcia di questo mare di carta…

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