Ma valeva davvero la pena invadere l’Italia nella seconda guerra mondiale?

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Ma valeva davvero la pena invadere l’Italia nella seconda guerra mondiale?

12 Luglio 2008

Durante la Seconda guerra mondiale, gli Alleati persero più di 300mila uomini nel corso della campagna d’Italia, ed i tedeschi probabilmente quasi mezzo milione. Circa un milione di italiani furono feriti o uccisi, forse più, per non parlare delle devastazioni che quasi ogni città e villaggio tra la Sicilia e la valle del Po dovette subire.

Non si sarebbe potuto scegliere un campo di battaglia peggiore. Per quasi due anni le forze alleate dovettero combattere montagna dopo montagna, collina dopo collina, in uno scenario che pareva specificamente concepito per la guerra di difesa. La decisione di invadere l’Italia fu presa con solo sei settimane di preavviso, e venne attuata da eserciti impreparati e ancor meno addestrati alla guerra sul territorio montuoso che li aspettava. Analogamente, la scelta di difendere la penisola fu presa solo dopo l’inizio della campagna, quando il comandante in capo tedesco, Albert Kesselring, convinse Hitler ad abbandonare il proprio progetto iniziale di ritirarsi sugli Appennini, per permettergli di difendere le montagne a sud di Roma. Tutto questo risultò in due anni di combattimenti, in un teatro quantomeno definibile “secondario”, dove gli Alleati si trovarono costantemente in svantaggio. Ne valeva la pena? 

Una lettura superficiale dei due testi in recensione, THE DAY OF BATTLE di Rick Atkinson e ITALY’S SORROW di James Holland, potrebbe far rispondere di no. Si tratta in entrambe i casi di lavori estremamente validi, ognuno dei quali supera le 500 pagine; i loro autori -uno americano e l’altro britannico- hanno peraltro già pubblicato studi comparati di battaglie avvenute precedentemente nel continente nordafricano. Entrambe i lavori si concentrano sulla campagna dell’esercito della propria nazione, seppur soffermandosi esaustivamente ed attentamente anche sui loro alleati. Le due opere sono in un certo senso complementari: l’americano Atkinson termina il suo libro con la presa di Roma nel 1944, che diventa il punto d’inizio del testo di Holland. Entrambe narrano con intensità e dovizia di particolari i piani dell’Alto Comando da ambo le parti, l’addestramento delle unità che dovevano attuarli, e persino le vite dei civili meno fortunati che a loro malgrado si trovarono coinvolti nel fuoco incrociato, solitamente sotto i colpi dell’artiglieria pesante e dei bombardamenti aerei che distruggevano indiscriminatamente le loro case ed uccidevano i loro bambini. Entrambe i libri sono colmi degli orrori della guerra -dal racconto terrificante di Atkinson dei rocamboleschi atterraggi in Sicilia, dove numerosi aerei furono annientati dal fuoco amico; alla narrazione di Holland che parla delle stragi dei gruppi della resistenza, e di coloro che avevano prestato loro rifugio, sulle pendici del Monte Sole.

In particolare, i due autori concordano totalmente su un aspetto specifico della campagna alleata: i pessimi rapporti tra l’Alto Comando britannico e quello americano. Per quanto li riguardava, i generali statunitensi e quelli britannici avrebbero potuto anche appartenere ad universi differenti. Oltre alla condotta della “primadonna” Bernard Montgomery, che in Sicilia e sulla penisola fu quantomeno immeritevole, ed all’affascinante e sempre composto Harold Alexander -i cui talenti, analogamente a quelli di Dwight D. Eisenhower, erano di natura diplomatica piuttosto che militare- i generali britannici erano seri e preparati. Nonostante non avessero una personalità spiccata, erano contrari a manifestare le proprie emozioni e dimostravano un’inusuale preoccupazione per le vite dei loro uomini. Il loro comportamento agli occhi degli alleati americani venne riassunto puntualmente da Alexander, che li descrisse come “militari poco professonali -per lo meno nel senso in cui noi intendiamo questo termine”

Questa affermazione, all’apparenza banale, si rivela ad un più attento esame decisamente illuminante. West Point ha prodotto alcuni tra i migliori soldati del mondo, eccezione fatta per la Germania; ma quei ragazzi avevano qualcosa in più: erano veri combattenti. Uccidevano, ed erano orgogliosi di farlo; ed erano di tempra forte, con un’avversione verso i loro corrispettivi britannici che consideravano deboli, eccessivamente accondiscendenti e troppo timorosi di subire perdite. Un caso lampante che esemplifica questa descrizione fu il comandante della Quinta Armata angloamericana, il Generale Mark Clark, il cui palese egocentrismo lo rese particolarmente sgradito ai colleghi britannici -verso i quali egli dimostrò sempre altrettanto fastidio. La tensione divenne così palpabile al punto che Clark disubbidì espressamente agli ordini del suo superiore britannico, Alexander, per assicurarsi che la presa di Roma fosse un successo esclusivamente americano. Solo qualche mese più tardi, Alexander gettò all’aria i progetti per un’avanzata comune del fronte angloamericano attraverso gli Appennini a nord di Firenze, per garantire all’esercito britannico una manovra autonoma sul versante adriatico; la confusione ed i ritardi che scaturirono da una simile decisione posero fine ad ogni speranza di assicurarsi la vittoria prima dell’inizio di un altro, lungo inverno.

È necessario tuttavia ammettere che persino la più efficiente e cooperativa delle leadership non avrebbe potuto produrre risultati migliori per gli Alleati, su un terreno dove -per riprendere un’efficace descrizione di Atkinson- “un Gefreiter (caporale) con un binocolo Zeiss ed un telefono da campo poteva far piovere il fuoco dell’artiglieria su qualsiasi cosa si muovesse lì intorno”. In ogni momento, i tedeschi erano in posizione sopraelevata: la catena di alture dalle quali osservavano ogni dettaglio degli approdi di Salerno, le cime a nord di Garigliano dove si rifugiavano per l’inverno, i villaggi in cima alle colline tra Roma e la valle dell’Arno fortificate da generazioni di condottieri, i monti tra Firenze e Bologna e tutti i valichi che l’Ottava Armata dovette attraversare verso la fine del 1944 per il ricongiungimento con i propri compagni alla fine del 1944. Certo, gli Alleati avevano il completo controllo dello spazio aereo, senza il quale i loro eserciti non avrebbero potuto spostarsi; e disponevano di enormi quantità di artiglieria. Ma i fucili servivano a poco sulle montagne, e richiedevano grandi quantità di rifornimenti, che rallentarono l’avanzata anche quando questa divenne possibile.

Ciò che realmente si richiedeva erano le abilità primitive dei goumiers francesi d’Algeria, in grado di penetrare tra le montagne a nord del Garigliano per attaccare sui fianchi le difese di Montecassino; truppe che in seguito rivendicarono la propria ricompensa con un’infinità di stupri e devastazioni capaci di oscurare persino le peggiori atrocità commesse dalle SS. Per quanto riguarda invece la soluzione proposta da Churchill, lo sbarco ad Anzio alle spalle delle linee nemiche portò alla luce unicamente il peggio dell’Alto Comando alleato. Alexander sottoscrisse l’idea senza nemmeno tentare di valutarne le implicazioni. Ai comandanti in capo non vennero dati ordini precisi, né d’altra parte vennero richiesti; e lo stesso si può dire degli obiettivi da perseguire. Il risultato fu che le sfortunate unità coinvolte nell’operazione non riuscirono affatto ad indebolire le difese tedesche, e si trovarono a sopportare quattro mesi di stenti comparabili solo alle peggiori esperienze sul Fronte occidentale durante la Prima guerra mondiale.

Tutto questo è descritto con maestria da Rick Atkinson, tanto da rendere il suo libro uno degli indiscussi capolavori che riguardano la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, almeno la sua storia si conclude con un lieto fine, ovvero la caduta di Roma; James Holland ha invece una storia più triste da raccontare. Una volta presa Roma, la campagna d’Italia raggiunse il suo scopo nel quadro più ampio della strategia degli Alleati, avendo impegnato un numero di forze tedesche sufficiente a rendere possibile le operazioni nell’Europa nordoccidentale. A quel punto, Alexander sperava coraggiosamente -anche se in maniera poco plausibile- di cavalcare l’onda del successo per giungere sino a Vienna; tuttavia non ebbe a disposizione risorse neppure lontanamente sufficienti per procedere. Molte delle sue unità furono distaccate per uno sbarco nel sud della Francia, inclusa l’importantissima divisione da montagna francese (una fortuna per la popolazione civile del nord Italia e dell’Austria), e vennero rimpiazzate da una mescolanza di greci, polacchi, ebrei, brasiliani, indiani e neri americani di diversa formazione ed abilità -incluse anche alcune unità “libere” italiane. Fu a quel punto che gli italiani entrarono in scena, per diventare artefici del loro destino.

Il volume di James Holland dà pieno merito alla dimensione italiana della campagna che, come suggerisce il titolo dell’opera, non fu particolarmente felice. Parallelamente al conflitto tra l’esercito alleato e quello tedesco che devastava il territorio, gli italiani stavano combattendo la loro guerra civile. A sud di Roma non si poteva fare molto, se non chinare il capo e sopravvivere nel miglior modo possibile –il che significava spesso sopravvivere a malapena, specialmente nella zona di Napoli dove regnavano la fame, le rovine, il crimine e le malattie. Più a nord invece una sorta di governo fascista era ancora in piedi, anche se si trattava solo un artificio per mascherare l’occupazione tedesca -ed era comunque un governo appoggiato spesso da molti italiani, come ricorda Holland, che reputavano disonorevole tradire i loro alleati. Esisteva tuttavia un movimento di resistenza, che acquistava sempre più forza mano a mano che gli Alleati procedevano verso nord e che la coscrizione forzata dei tedeschi spingeva gli uomini alla macchia. Si trattava di un movimento appoggiato dagli Alleati, sebbene poco adeguatamente ed in maniera esitante; e che i tedeschi reprimevano sistematicamente con quell’efficiente brutalità appresa sul fronte orientale. Holland è molto corretto nei confronti dei tedeschi: a parte gli ordini esplicitamente emanati da Hitler, ai quali disubbidivano a proprio rischio e pericolo, combattere non era facile e le vie di comunicazione rimanevano sotto il mirino costante dei franchi tiratori. Tuttavia, i metodi adottati dall’esercito tedesco trasformarono rapidamente il fastidio in odio, mentre la mancanza di aiuti da parte degli Alleati risultò in una sfiducia diffusa che il Partito Comunista fu in grado di sfruttare abilmente una volta terminata la guerra.

In un tentativo ammirevole di dare il giusto peso alle sofferenze ed alle fatiche del popolo italiano, oltre che a fornire una narrazione dettagliata degi avvenimenti sul piano militare ad ogni livello, riferita sia agli Alleati che alla Wehrmacht, James Holland intraprende forse una via troppo ardua, poiché dalla sua narrazione piuttosto frammentata non emerge un chiaro filo conduttore. Ciò nonostante, i suoi sforzi danno risultati decisamente apprezzabili, poiché in nessun altra opera che abbia letto fino ad oggi traspare così distintamente la tragicità di questa campagna così frustrante, con gli eserciti Alleati che trascinavano quello che Churchill definì “il rastrello incandescente della guerra” per questo splendido paese.

In risposta alla mia domanda iniziale, ovvero se ne valeva la pena, la domanda che ci si dovrebbe porre in risposta è: in quale altro luogo dovevano combattere gli Alleati, aspettando che le missioni degli U-boat fallissero e che l’addestramento delle loro truppe fosse sufficiente per sbarcare nel nord-ovest della Francia? Non si potevano lasciare i russi isolati per un altro anno; ed a parte ogni altra considerazione, gli errori spaventosi compiuti durante gli sbarchi in Sicilia, a Salerno e ad Anzio insegnarono all’esercito alleato una lezione che, ignorata, forse non avrebbe mai reso possibile lo sbarco in Normandia, una volta giunto il momento.

Infine, parlando come uno tra i pochi che ancora possono dichiarare di aver preso parte alla campagna: nonstante l’Italia fosse un luogo decisamente terribile dove combattere, neppure per un momento uno solo di noi pensò che non dovessimo essere lì.

Rick Atkinson
THE DAY OF BATTLE
The war in Sicily and Italy 1943–1944
791pp. Little, Brown. £25 (US $35).
978 0 316 72560 6

James Holland
ITALY’S SORROW
A year of war, 1944–1945
606pp. HarperPress. £25 (US $39.95).
978 0 00 717645 8

Tra i libri più recenti di Michael Howard, la sua autobiografia Captain Professor: A life in war and peace, 2006; e Liberation or Catastrophe?Reflections on the history of the twentieth century, 2007. Howard è autore di The Mediterranean Strategy in the Second World War, 1968.