Macché governo tecnico, chi ha potere di spesa pubblica deve essere eletto

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Macché governo tecnico, chi ha potere di spesa pubblica deve essere eletto

10 Novembre 2011

L’Italia non ha bisogno di un governo tecnico. L’esecutivo che sarà chiamato a ritessere il patto fra le generazioni, approvando le riforme necessarie all’Italia – pensioni, lavoro, pubblica amministrazione – deve poter contare su un mandato popolare. Abbiamo bisogno di un esecutivo politico che si sappia assumere le responsabilità di ciò che è impopolare e non di leadership partitiche senza attributi e timorose di assumersi la responsabilità di dire all’Italia che è giunto il momento di tagliare la spesa pubblica e ridurre il debito.

L’acciaccato sistema politico italiano, quello che in giornalese è stato definito negli anni ‘Seconda Repubblica’ è in una condizione pietosa. E’ sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi diciassette anni però – ovvero dal 1994 a oggi – questo stesso sistema ha avuto il merito d’introdurre e proteggere un principio politico fondamentale, sconosciuto all’Italia della Prima Repubblica e dei partiti: la responsabilità politica in materia di spesa pubblica e imposizione fiscale vagliata da un processo elettorale.

Il 1994 fu un anno di svolta per l’intero paese. Finalmente gli italiani – pur con un sistema elettorale non puramente maggioritario e certo non in linea con quello che avevano ‘richiesto’ ai referendum validi del 1992 – poterono scegliere (o non scegliere) un leader, Silvio Berlusconi, espressione di una piattaforma politico–programmatica definita, chiara e dunque responsabile sul piano politico. Ebbero insomma la libertà di esprimere un governo, e non un partito. Ovviamente ciò è stato vero anche per la sinistra e i suoi candidati: Occhetto, Prodi, Rutelli, ancora Prodi e Veltroni.

E’ di cruciale importanza che il principio della responsabilità su spesa e imposizione fiscale non venga meno in questo momento, soprattutto ora che l’Italia è assediata dalla longa manus dei poteri finanziari nord-europei e costretta a vivere sotto il peso di opinioni malnate di analisti finanziari ignoranti, al soldo di chi specula al rialzo e al ribasso sui rendimenti dei nostri titoli di debito pubblico.

Già all’epoca della tragica transizione tra Prima e Seconda Repubblica, l’agonizzante sistema dei partiti (che comunque aveva reso l’Italia la quinta economia del mondo agli inizi degli anni ’90) ricorse ai governi tecnici, con gli Amato e i Ciampi a presiederli, per prelevare coattivamente dai conti bancari degli italiani, senza che vi fosse alcuna responsabilità politica suffragata da un processo elettorale democratico d’ispirazione maggioritaria.

Come noto quei governi tecnici, oltre a tassare, svendettero agli amici degli amici le mega-rendite dei de facto monopoli di Stato, con grave danno alle casse dello Stato e alla qualità dei servizi resi, in settori mai liberalizzati del tutto. Oggi l’Iri non c’è più e i nostri ‘campioni nazionali’ sono ridotti al lumicino.

All’Italia rimane Finmeccanica che dà fastidio al comparto militare franco-tedesco. Rimane Enel che ha in mano il mercato energetico d’Italia e Spagna, di cui Edf-Suez, il gigante energetico francese, non piangerebbe un ridimensionamento. C’è Eni che è un competitor maggiore della francese Total. Senza contare la gola che devono fare a Parigi, Berlino e Londra le banche italiane, piene di debito italiano ma comunque solide, come solido è il tessuto produttivo di questa grande nazione europea che è l’Italia. Un commissariamento dell’Italia sotto un governo tecnico indebolirebbe il paese.

Il senatore Mario Monti – membro autorevole di quella borghesia del Nord Italia che da quasi un secolo ha smesso di governare come gruppo di potere e che è stata costretta radunarsi in elitari partitini o a camuffarsi nei gangli dei defunti partiti di massa della Prima Repubblica, fuori dai giochi nella Seconda del Cav. e che oggi rientra dalla finestra ridimensionata – non sarà in grado di proteggere il nostro interesse nazionale. Questo è poco ma sicuro.

Senza contrare che la ‘nomina’ pone un problema di trasparenza politica senza precedenti: nessuno sa, salvo i pochi della cittadella del potere, chi sia davvero Mario Monti, in cosa creda, quale sia la sua opinione in materia di pensioni, di lavoro.

Per quale motivo noi italiani non avremmo il diritto d’eleggere Mario Monti, piuttosto che subirne la nomina? Come ha giustamente detto il ministro Rotondi l’altro ieri: “Se Monti vuol fare il primo ministro, si candidi!”.

Il presidente Berlusconi ha tradito le aspettative e si è circondato di persone di scarso valore morale e tecnico, spesso di strumentale convinzione liberale, il ministro dell’economia Giulio Tremonti in primis, che nulla hanno fatto per implementare l’agenda riformatrice di Berlusconi. Forse è giusto che il Cav. esca di scena.

Quel che non è giusto, è che la sua dipartita trascini con sé l’unico grande risultato che egli lascia in eredità: un sistema politico fondato sull’alternanza, forse imperfetto, ma comunque difensore appunto di responsabilità politica. Se Mario Monti sarà portato a Palazzo Chigi, una piccola restaurazione sarà stata compiuta. Uno scenario purtroppo probabile.  Il popolo italiano invece dovrebbe essere messo in condizione di pronunciarsi, adesso. Elezioni dunque, al più presto. E poi governi chi può, nell’interesse nazionale dell’Italia e solo dell’Italia.