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Macron-Erdogan, uno scontro di civiltà tra Occidente e Islam

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Non succedeva dal 1901, quando Jean Antoine Ernest Constans, ambasciatore di Francia presso la Sublime Porta, fu richiamato a Parigi, ma per una ragione completamente diversa: un debito non pagato, mentre l’ultima volta che la Francia aveva riportato in patria un diplomatico, «per consultazioni», era stato nel febbraio del 2019, l’anno scorso,  per protestare contro un incontro dell’allora vice presidente del consiglio italiano, Luigi di Maio, con i gilet gialli.

Ora è successo di nuovo quest’anno, domenica, con l’Eliseo che ha deciso di far imbarcare su un areo, destinazione lo Charles de Gaulle, il proprio rappresentante, da Ankara. La scintilla, le frasi di in un discorso a Malatya, nell’est del paese ottomano, da parte del presidente turco, Erdogan, che ha nuovamente attaccato il capo dello Stato francese, Macron, con una frase che non è affatto piaciuta oltralpe: Macron ha un «problema» con l’Islam – ha detto il capo di Stato turco – consigliandogli di «sottoporsi a visite mediche».

Parole «inaccettabili» del “sultano”, hanno fatto sapere da Parigi, in quanto «l’offesa e la volgarità non sono un metodo. Esigiamo da Erdogan che cambi il corso della sua politica perché è pericolosa da tutti i punti di vista. Non entriamo in polemiche inutili e non accettiamo gli insulti», hanno rimarcato in Francia. A questo, si aggiunga che lo scorso novembre Erdogan aveva già usato espressioni sprezzanti contro il suo omologo francese che aveva parlato di morte cerebrale della Nato: «Ma esamini la sua di morte cerebrale», aveva risposto, piccato, Erdogan.

Il casus belli, adesso, l’intenzione dichiarata dell’Eliseo di rafforzare la separazione tra Stato e religioni in Francia all’indomani della macabra uccisione di Samuel Paty, l’insegnante che aveva tenuto una lezione sulla libertà di espressione mostrando le vignette satiriche su Maometto pubblicate dal periodico francese Charlie Hebdo, con Erdogan che replica ordinando il boicottaggio di tutti i prodotti francesi. Un botta e risposta che rimette al centro la difficile, se non impossibile convivenza della cultura occidentale con l’Islam. In particolare, di quella francese, in cui il ruolo dello Stato rappresenta un modello che supera concetti quali quello del multiculturalismo e dell’integrazione, e che si risolve nell’assimilazione, tout court, delle diverse etnie e delle religioni, nel concetto di Stato.

Un laicismo di cui la rivista satirica Charlie Hebdo è un’icastica rappresentazione, attraverso quell’indifferenza valoriale che nutre verso qualsiasi credo o religione, tanto che nel 2015 una branca di assassini islamici uccise 12 giornalisti della testata, ferendone poi 11, solo perché erano state pubblicate delle vignette su Maometto, ritenute blasfeme dal fanatismo islamista. Anzi, le vittime sono salite ora a 13, di quella strage, poiché a quelle va aggiunto il docente Paty, il quale è stato sgozzato e decapitato da un ceceno diciottenne, a sua volta ammazzato poi dalla polizia francese. La “colpa” del professore, agli occhi ottenebrati dell’islamista, quella di aver voluto spiegare in classe il valore della libertà, anche attraverso la dissacrazione di un dettame religioso.

Perché è questa la differenza tra un occidente che pensa che la libertà di parola e di pensiero, nella continenza del linguaggio, sia un principio non negoziabile, e quelle culture che invece la negano, non separando ciò che è pubblico, dalla spiritualità di ciascuno; ciò che è Stato, dalle singole libertà individuali, che invece, come accade nella Turchia di Erdogan, si fondono in una totalizzazione che non distingue le due dimensioni.

È il principio liberale classico, incomprensibile nei regimi teocratici, il quale oggi però vacilla anche in Occidente. Lo slogan che infatti si diffuse nelle piazze di tutta Europa, all’indomani dello sterminio dei redattori del settimanale satirico, “Je suis Charlie Hebdo”, si è a mano a mano svuotato. Forse perché neanche allora si era capito quale fosse la potenza di quel messaggio, tanto che oggi non sono più tanto dei casi isolati quei «sì, però…», che tendono in qualche modo a ridiscutere il fondamento inalienabile di quella dichiarazione, aprendo un viatico ad una possibile “comprensione” dell’eccidio dei 12 (13). Comprendere, dicono, non è giustificare; però questo mainstream che va sempre di più serpeggiando in certi ambienti elitari, non comprende perché vi debba essere libertà di offesa verso una religione altrui.

È questa la libertà? Si chiedono. Il punto è che non sia questa la domanda da porsi, mentre invece ci si dovrebbe interrogare se in realtà esista davvero una laicità senza spirito, senza religione. E la risposta non può che essere quella che intuisce che anche la ragione più illuminista, è in sé “spirito” e che contiene quella dinamicità che unisce, la quale è il carattere proprio di ciascuna religione. Già, in quanto il soccorso a questa tesi  arriva anche dall’accezione etimologica del termine religione, che significa, appunto, “tenere insieme”.

Dunque, la libertà del linguaggio, così come l’intende l’Occidente, è quello spirito laico in cui la verità può anche essere sganciata dalla realtà che si nomina. L’Occidente ha avuto Wittgenstein, una tradizione di pensiero del tutto assente nell’Islam, che rende incomprensibile l’Occidente stesso nel sistema religioso dell’Islam. Consequenzialmente, è questo il contenuto profondo della libertà così come è inteso nel Continente, ad una potenziale o presunta illogicità di un linguaggio o di un pensiero, si dovrebbe rispondere con gli stessi strumenti di cui un altro linguaggio potrebbe e dovrebbe disporre. Non con la violenza fisica.

Una struttura di pensiero, questa, avulsa anche dai modelli culturali del presidente turco, Erdogan, il quale ha cancellato, sempre di più, il “kemalismo” – una sorta di liberalismo in salsa ottomana – dalla storia della Turchia.

Ora è del tutto ovvio che, molto prosaicamente, sia la politica sullo scacchiere internazionale ad essere determinante in questo scambio di colpi tra i due presidenti, francese e turco. Tanto che la presidenza francese ha fatto notare anche l’assenza di messaggi di condoglianze e di sostegno del presidente turco dopo l’assassinio di Samuel Paty, sottolineando l’appello al boicottaggio dei prodotti francesi che è già stato messo in atto da associazioni di commercianti di Paesi del Golfo persico. Lo stop alle merci sarebbe già stato inoltre decretato da catene della grande distribuzione in Kuwait e Qatar, tra l’altro. In più, in  quest’ultimo paese l’università ha anche sospeso una serie di iniziative dedicate alla cultura francese.

Per l’Eliseo, insomma, è in atto una campagna islamista contro la Francia: non è scoppiata per caso e sotto la regia turca. Infatti tanti sono i temi internazionali che oppongono Parigi ad Ankara, dalle tensioni nel Mediterraneo della Turchia con la Grecia, al confitto in Libia, passando dalle tensioni nel Karabakh. L’Eliseo ha chiesto ieri, di nuovo, che la Turchia metta fine alle sue pericolose avventure nel Mediterraneo e nella regione, denunciando poi con forza il «comportamento irresponsabile» di Ankara nel Nagorno Karabakh. Ora Parigi su questo scenario si attende, entro due mesi, delle risposte da Ankara, che, però, non arriveranno.

Ma, ciò che più conta, è che risposte non arriveranno neanche dal fronte filosofico-politico, poiché così come nel mondo il fallimento del melting pot appare sempre più evidente – un paradigma che definiremmo “orizzontale” di scontro – è ancora più chiaro che lo schema assimilazionista francese, con quel patto repubblicano “verticale”, in cui ci si scambia la cittadinanza, relegando la religione nelle mura domestiche, ha mostrato da tempo tutti i suoi limiti.

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1 COMMENT

  1. Tutti hanno ignorato gli “avvertimenti”, nemmeno tanto velati, di Oriana Fallaci ed altri ora che raccogliamo i danni qualcuno si meraviglia ma non ha il coraggio di assumere le iniziative necessarie e “ferree”.

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