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Magnaschi non smentisce. E sull’Ansa spunta l’ombra di Prodi

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Mentre tra le fila del centrosinistra si tenta di gettare acqua sul fuoco, la vicenda Visco-Speciale si arricchisce di nuovi nomi illustri. L’ultimo, rivelazione de il Giornale dei giorni scorsi, è quello di Pierluigi Magnaschi, ex direttore dell’Ansa, sollevato dal suo incarico alla fine di novembre 2006, a causa della “pubblicazione, da parte dell’agenzia, della notizia che il viceministro Vincenzo Visco aveva chiesto la decapitazione del vertice della Guardia di finanza di Milano”. All’Ansa, naturalmente, smentiscono. E Boris Biancheri, presidente dell’agenzia di stampa, si trincera dietro le giustificazioni di rito: “In nessuna seduta del comitato esecutivo o del Cda in cui la sostituzione di Magnaschi è stata discussa – afferma al Giornale - in nessun contatto da me avuto con singoli soci né con esponenti di governo o di forze politiche è mai stato toccata la vicenda Gdf o di notizie date dall’Ansa al riguardo”. E parla non di licenziamento ma di “sostituzione” basata sulla “valutazione dell’attività professionale in vista di un’esigenza di rinnovamento e ammodernamento della stessa”. Questioni di età, dunque. Nulla a che fare con la politica. Almeno in apparenza. Ma stavolta il cerchio non si chiude.

Secondo indiscrezioni, infatti, dopo che il licenziamento di Magnaschi è stato reso esecutivo, Romano Prodi in persona – con la complicità dello stesso Biancheri –  facendo pressioni sugli editori dell’Ansa, avrebbe tentato di piazzare un suo fedelissimo alla direzione dell’agenzia. Il nome che allora venne fatto era quello di Andrea Bonanni, corrispondente di Repubblica da Bruxelles proprio negli anni in cui il presidente del Consiglio occupava gli scranni della presidenza della Commissione. Poi qualcosa andò storto. Le indiscrezioni pubblicate sul quotidiano Libero in merito alle presunte pressioni del premier fecero naufragare l’iniziativa e gli editori dell’Ansa, con grande gesto di responsabilità, nominarono Giampiero Gramaglia nuovo direttore dell’Agenzia.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Si fa per dire. “Certamente la pressione politica che è stata esercitata sul mio caso – afferma a l’Occidentale Pierluigi Magnaschi – è di una gravità inaudita, perché tende a mettere il bavaglio alla libertà di informazione. Ma non voglio che il mio diventi un caso politico”. Quindi niente nomi, niente rivelazioni, niente di più di quanto racconta il Giornale, che ricostruisce “i fatti con la tempistica più esatta”. Ma per Magnasco neppure nessuna smentita del giorno dopo. Quindi la parola ai fatti.

Luglio 2006, nelle redazioni di Roma e Milano dell’Ansa circola voce del trasferimento degli ufficiali della Guardia di Finanza di Milano, collegandoli alla vicenda Unipol. A sostenerlo sono diverse fonti all’interno dell’agenzia di stampa, raggiunte da Il Giornale. Il lavoro dei giornalisti si concentra tutto per trovare conferma a quella che era partita come un’indiscrezione. E alla metà di luglio l’Ansa interpella il ministero dell’Economia per ottenere una versione ufficiale dei fatti. Allora, secondo la ricostruzione di Gianluigi Nuzzi, dall’ufficio stampa del ministero esce una secca smentita: “non pubblicate niente perché non è vero”. Ma la macchina giornalistica è già in moto. L’Ansa pubblica, e trentun minuti dopo uno dei più stretti collaboratori di Vincenzo Visco, il generale Zanini, chiama al telefono l’allora comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, intimandogli si smentire immediatamente le indiscrezioni trapelate nella serata, soprattutto nel riferimento alla vicenda Unipol. Ma – ricostruisce Nuzzi – Speciale tentenna. E dopo un’ora dall’uscita dell’agenzia Visco rompe gli indugi e decide di smentire di persona e “categoricamente qualsiasi riferimento al caso Unipol”. Dichiarando che la notizia è “un falso costruito ad arte”.  La questione, dunque, apparentemente si chiude lì. Fino alle dichiarazioni di Magnaschi di ieri. Che oggi conferma: “Quando ho letto le carte di Speciale tutto è stato chiaro. Ogni tassello è tornato al suo posto”. Ora Magnaschi ha solo una speranza: “che la faccenda non cada nel dimenticatoio”.

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