Maliki è in testa anche se in Iraq c’è odore di grandi coalizioni
15 Marzo 2010
Lo spoglio delle schede in Iraq va avanti e, nonostante le polemiche sui brogli, e le denunce dell’intromissione di Teheran nel processo elettorale, tutto sommato bisogna ammettere che se nel 2005-2006 i risultati delle elezioni fossero stati questi, invece di dover far fronte alla guerra civile, l’amministrazione Bush avrebbe potuto stappare una bottiglia di champagne, come ha scritto questa settimana Reuel Marc Gerecht sulle pagine del Weekly Standard.
Siamo infatti di fronte a una situazione politica che avremmo già potuto vedere in azione quattro anni fa se la comunità degli arabi sunniti non avesse deciso di disertare il voto e proseguire nella sua sanguinosa insorgenza dai tratti revanscisti. Le elezioni del 7 marzo scorso invece ci hanno dato una buona fotografia di quello che è l’Iraq di oggi: la minoranza arabo-sunnita che ha fatto più o meno quadrato in un solo blocco elettorale, il mondo sciita che conserverà la maggioranza nonostante le divisioni fra i laici e i religiosi, e la minoranza curda che dopo anni di predominio legato alle grandi famiglie di Barzani e Talabani ora deve fare i conti con la “Lista del cambiamento” dell’astro nascente Mustafa.
Nonostante il premier Maliki ostenti sicurezza, forte del 63 per cento delle schede scrutinate (siamo circa al 40 cento dello spoglio), è ancora tutto da capire quali equilibri verranno fuori dal voto, visto che siamo davanti a possibili coalizioni dal carattere estremamente dinamico e mutevole. I portavoce del governo di Maliki continuano a ripetere di voler dare vita a un governo maggioritario, ma tra le opzioni ci sono una coalizione che unisca i curdi con i religiosi sciiti, un’altra che invece metta insieme i sunniti con i laici sciiti, o anche una alleanza fra curdi e sunniti. Gli osservatori guardano con attenzione anche alle prossime mosse di Gafaar Baqer al Sadr, figlio di un politico iracheno ammazzato da Saddam Hussein, che secondo alcune voci potrebbe rappresentare un punto di mediazione fra i due sfidanti, Maliki e Allawi, e ambire a un governo di coalizione.
La situazione dell’Iraq, ad ogni modo, dipende ancora dal ruolo che gli Stati Uniti giocheranno nell’area e da questo punto di vista sarà la realtà sul terreno e non i calendari elettorali a determinare il ritiro delle forze americane. Andarsene troppo presto potrebbe contribuire a rinfocolare le tensioni tra le diverse fazioni, visto che, fino a quando le classi dirigenti irachene non saranno in grado di porre mano ad un vero processo di riconciliazione, il settarismo resta un pericolo dietro l’angolo. Se Maliki conquisterà un nuovo mandato, e la supremazia del mondo sciita resterà, com’è adesso, fuori questione, l’unica chance di avere un Iraq stabile e democratico sarà quella di sedersi attorno a un tavolo per discutere del futuro del Paese.
