Mandela stavolta sbaglia, l’apartheid non c’entra

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Mandela stavolta sbaglia, l’apartheid non c’entra

22 Maggio 2008

Nelson Mandela, ex presidente del Sud Africa e storico leader della lotta all’apartheid, ha condannato le violenze contro gli stranieri scoppiate nei giorni scorsi prima ad Alexandra, una township di Johannesburg, e poi in altri quartieri e città: “Quando arrivai ad Alexandra nel 1941 – ha detto tra l’altro – i suoi abitanti ignoravano distinzioni tribali o etniche, si sentivano un solo popolo e rifiutavano le divisioni che il governo razzista tentava di inculcare”.

Sostenere che il tribalismo – forma estrema di razzismo che non solo discrimina le persone in base all’appartenenza biologica, ma nega l’universalità della condizione umana – non esisteva in Sud Africa fino a pochi anni fa e che è frutto dell’apartheid non rende onore a Mandela e soprattutto non aiuta a capire quel che sta succedendo. Lui è uno Xhosa e sa benissimo che la sua tribù ha sempre combattuto l’altra maggiore etnia sudafricana, gli Zulu, spesso subendone la superiorità militare. Sa inoltre che l’identità tribale è il fattore fondamentale su cui nei secoli si è costruita l’esistenza di ogni africano e che il conflitto tribale, per contendersi le fonti naturali di sostentamento e le scarse risorse prodotte dalle economie di sussistenza, è una costante della storia del continente, un fattore economico strutturale e quindi un fenomeno endemico che, in determinate condizioni, si trasforma persino in guerra genocida, come accadde ad esempio in Rwanda negli anni 90 e come sta avvenendo in Darfur, Sudan, dal 2003.

La causa degli attuali disordini in Sud Africa è la presenza di milioni di immigrati provenienti dagli stati vicini, soprattutto dallo Zimbabwe, da dove a partire dal 2000 sono fuggiti tre milioni di persone in cerca di scampo alla miseria e alla dittatura di Robert Mugabe.

L’immigrazione in Sud Africa non è un fenomeno nuovo. Da quando esiste, e nonostante l’apartheid, il paese ha attratto un flusso costante e consistente di stranieri. Ma in passato buona parte di essi cercava e trovava lavoro nelle miniere, nelle fabbriche e nelle fattorie. Adesso, invece, per lo più i nuovi arrivati si fanno spazio nel cosiddetto ‘settore informale’ già affollato da milioni di autoctoni e, come loro, vivono di espedienti e di attività più o meno regolari contando sull’assistenza pubblica e sugli aiuti umanitari nazionali e internazionali.

Le township dove si insediano gli immigrati sono popolate da giovani senza lavoro e senza più aspirazioni, gli ex bambini di strada: “Una generazione – come ha scritto la studiosa africana Axelle Kabou nel suo libro “E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo?” – oggettivamente privata del futuro”. Quelli che venerdì 16 maggio hanno aggredito, ucciso, incendiato e saccheggiato prendendo di mira gli stranieri e le loro proprietà sono gli stessi che ogni fine settimana, ubriachi e attaccabrighe, trasformano i quartieri poveri delle principali città del Sud Africa in campi di battaglia, finendo a centinaia feriti e contusi negli ospedali e mandandoci i malcapitati vittime della loro violenza.

È quel che succede in quasi tutti i grandi centri urbani africani, ma in Sud Africa, forse, più che altrove perché qui i sentimenti di frustrazione e risentimento sono più acuti e diffusi.

La fine dell’apartheid, 15 anni fa, è stata saluta come l’inizio di una nuova era di prosperità e benessere generali. Il primo governo nero, attribuendo alla leadership bianca la causa di ogni male, parlava di istruzione, salute, casa, lavoro come diritti ingiustamente negati dal precedente regime e ha creato l’illusione che fossero ormai a portata di mano per tutti. Ma, come è stato presto evidente, luce elettrica, acqua potabile, salute e istruzione più che diritti sono conquiste che hanno un prezzo e che richiedono tempo e fatica. Circa metà della popolazione sudafricana, malgrado i progressi documentati nell’ultimo “Community Survey” pubblicato a marzo dall’Ufficio nazionale di statistica, oggi continua a vivere in condizioni di povertà, aggravate di recente dall’aumento del prezzo dei generi alimentari di base.