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L'analisi

Maradona: anatomia di un mito occidentale

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Ci piace immaginare che ora Maradona stia palleggiando con il piede sinistro dinanzi a Dio. Non muore solo il più grande calciatore della storia. E l’Occidente lo sa: muore un mito dell’Occidente stesso. Ma non diamo al termine “mito” un significato banale perché non si vuole solo sostenere che Maradona sia stato leggendario: ciò è incontrovertibile e fa parte dell’epica sportiva. Il mito è un meccanismo semiotico e simbolico, il prodotto di una “mitopoietica” appunto: i miti si originano per ragioni misteriose ma vengono anche fabbricati dall’industria del consumo. Un dono “divino” quei piedi che sapevano far fare al pallone ciò che volevano, un dono naturale e misterioso. Tanto più naturale e originario quel talento tanto più posticcio e perverso il sistema mediatico-economico che si è nutrito di Maradona, trasformandolo spesso in un prodotto-feticcio, anche se lui, Diego, non era facilmente addomesticabile e governabile. “Un mito d’oggi”, scriverebbe Roland Barthes, anche se Maradona era un mito di ieri, di un mondo perduto, non necessariamente migliore, di un calcio fatto di bandiere, simboli, calciatori che avevano idee politiche, squadre che incarnavano un modo di stare al mondo e di concepire uno stile di vita. Lontano anni luce dal sistema-calcio di oggi nel quale i campioni appaiono asettici, a-ideologici, apolitici, plasmati ad hoc dal marketing e dal merchandising, meri simboli di loro stessi e non di un mondo altro.

Chi era davvero Diego o meglio cos’era il mito (semioticamente) inteso di Maradona?  Se il mito è racconto, in antitesi al logos del ragionamento, quello di Maradona è la narrazione della genialità della periferia argentina che diviene centro del mondo, magari condotta con l’enfasi di un Gianni Minà; è l’autobiografia di una nazione con luci ed ombre; è la narrazione del riscatto sociale e calcistico di Napoli, emblema sportivo di una forma di neo-meridionalismo (o di un pensiero meridiano proprio del Sud); è il divenire di Diego, come scrisse Gianni Mura, “uomo-città”, “Maradonapoli” appunto; è il racconto del calciatore anti-sistema che lotta contro i poteri forti del calcio (vero o falso che fosse).

Se il mito è concepito invece, sulla falsariga dello psicologo Wundt, come emozione e sentimento, allora Maradona è stato il cervello dell’emozione (per dirla con Antonio Damásio) in mezzo al campo, il calciatore a cui nessun allenatore poteva spiegare come giocare e che non poteva essere ingabbiato in nessun modulo. Era l’antitesi del calcio contemporaneo, la genialità eccentrica ed imprevedibile contrapposta alla prevedibilità degli schemi calcistici: era il numero 10 per antonomasia prima che quel numero divenisse un numero qualsiasi. Come in ogni mito-racconto vi sono una parte luminosa e una oscura, incomprensibile e in Maradona la luce del suo calcio è stata oscurata anche dall’abisso della perdizione: una mitografia non può essere un’agiografia e ricordarlo ora che non c’è più non può significare santificarlo e farlo assurgere a divinità pagana. Raccontare il suo mito significa rendere giustizia alla verità della sua vita, nel bene e nel male.

Ma c’è anche una visione antropologica del mito concepito come tempo perduto, pre-razionale, come storia avvenuta in un tempo non bene identificato: ed ecco che, in piena pandemia Covid-19 che ha messo in crisi il calcio vetrina e patinato delle pay-tv, la cavalcata di Maradona contro gli arcinemici inglesi nei quarti di finale di Messico 1986 (una vendetta calcistica degli argentini dopo la guerra delle Falkland) appare come l’icona mediatica di un mondo giurassico dove le sfide tra le squadre erano anche guerre tra mondi. Non è casuale che la morte di Maradona sconvolga la maggior parte di noi: è la morte di qualcosa che è nel nostro inconscio. Perché, in fondo, Maradona è anche un archetipo dell’inconscio collettivo, una forma-rappresentazione della genialità sregolata che appare oggi così eterodossa in un sistema che ci vorrebbe sempre conformisti ed efficienti. C’è, forse, un Maradona nascosto in ognuno di noi e, sfortunatamente, non nei nostri piedi: una parte eretica, ribelle, oscura, trasgressiva, talora autolesionista (come di sicuro Diego è stato), che magari non emerge mai o che, come nel caso del pibe de oro, ha fatto spesso capolino. Un eroe dannato, condannato purtroppo dai suoi stessi vizi, come l’indimenticato campione del Manchester George Best. Ecco perché la morte del mito Maradona parla anche al nostro inconscio.

Nel caso di Maradona il suo ribellismo si è colorato di tinte politiche: più o meno consapevolmente, è divenuto il mito calcistico dell’America del Sud, del guevarismo, del sedicente “anti-imperialismo”, di quella terra alla fine del mondo da cui disse di provenire Papa Bergoglio. E’ suggestivo pensare che qualcosa unisca la storia di Maradona – e la mitopoietica che ne è originata – con l’avvento di un pontificato che sta riscrivendo la “geopolitica” cattolica, tanto più che Maradona e Francesco si conoscevano e si stimavano. Persino un calciatore come Maradona (forse il più grande tra i calciatori) appare parte di quel conflitto latente dell’Occidente tra una teologia “australe” della liberazione (o di quella che viene chiamata teologia del popolo) e una teologia “boreale” tradizionalista. Ma davvero la morte di Maradona chiama in causa dibattiti ecclesiastici e teologici? Forse non in modo esplicito, ma il fatto che Maradona parlasse in terza persona non era solo segno, come qualcuno corrivamente pensava, di “egolatria” ma della consapevolezza che “Maradona” è la terza persona di un simbolo che gioca nel campo culturale e non solo in un campo di calcio. Quando muore un “mito d’oggi” (ma anche di ieri) non è vero che scompare un mondo ma, in qualche modo, quel vecchio mondo viene disseppellito, torna a galla, come un luogo del nostro inconscio, riportando alla luce conflitti sopiti o rimossi. Il Maradona anti-imperialista, populista e anti-sistema era, al contempo, un ganglio del sistema, icona pop, capace di popolare l’immaginario letterario e cinematografico: se il sistema era la tesi, Diego ne era l’antitesi. La sintesi è stata la nascita di un mito rivoluzionario e commerciale, di un’icona ribelle e di un feticcio pop. Un eroe dei due mondi, eroe della nazione argentina ed eroe del popolo napoletano; primo vero brand calcistico globale e, al contempo, un simbolo dell’anti-globalismo e del guevarismo calcistico.

L’etnologo Jensen diceva che esiste un legame tra mito e culto e non vi è dubbio che intorno a Maradona sia sempre esistita una forma di culto, quasi sempre acritica: la venerazione dei napoletani e degli argentini non è mai declinata e ha resistito agli scandali e alle debolezze dell’uomo Maradona. Persino un grande regista come Paolo Sorrentino si è sentito in dovere di ringraziare Maradona, durante la cerimonia di consegna dell’Oscar per La grande bellezza, annoverandolo tra gli ispiratori del suo cinema. E lo ha rappresentato con tenerezza e indulgenza nel suo film Youth- la giovinezza, mentre, affaticato e sovrappeso, palleggia ancora “divinamente”. Per questa ragione Maradona è anche un mito-culto che oltrepassa quelle “umane troppo umane” debolezze che hanno finito con l’amplificare la sua forza “simbolica”.

Quella del mito di Maradona – e usiamo una categoria del filosofo Mircea Eliade – è una ierofania in un mondo secolarizzato, una manifestazione pagana del sacro che ha al contempo un valore storico e un valore archetipico: il suo essere accostato dall’immaginario popolare a nuovo San Gennaro, l’essere stato definito “piede sinistro di Dio” e “mano di Dio” (espressioni che quasi tutti i media stanno usando per commemorarlo) disegnano lo spazio sacro di un mito calcistico. Ma anche un “Dio” pagano può morire e la livella di Totò non risparmia nemmeno Diego: solo che il mito sopravvive e “così percossa, attonita la terra al nunzio sta”. Il mondo si scopre unito dinanzi alla sua morte.

Esiste un altro modo per decifrare la mitologia di Maradona. Se è vero che il mito, come spiega Barthes, è un prodotto culturale, allora esso serve a occultare le differenze tra le classi sociali: funziona come una specie di anestetico della dialettica storica. A pensarci bene, il mito “Maradona” è trasversale perché ha incantato l’alta borghesia, la piccola borghesia e il popolo, ammesso che queste categorie siano ancora valide e non vadano sostituite con schemi di lettura della società più complessi e ibridi. Senza cedere a letture neomarxiste, la scomparsa di Maradona, un vero e proprio lutto collettivo globale, ha causato un cortocircuito informativo e sociale: il mito Maradona pare aver sedato, soprattutto con la sua morte, ogni conflitto tra classi o gruppi sociali. La sua fine coinvolge e sconvolge in egual misura estimatori e detrattori, oltrepassa gli steccati e gli antagonismi sociali, genera una specie di pandemia informativa che occulta quella reale del virus. Proprio lui, che del popolo voleva essere ambasciatore ed eroe, nel mesto giorno della sua dipartita, viene trasformato in mito collettivo, borghese e popolare al contempo, trasversale e transgenerazionale. Durerà poco questa specie di pax interclassista, questa tregua tra le forze e gruppi sociali in conflitto. Ma Diego ha fatto il miracolo, l’ultimo della sua vita: il mondo ha dimenticato per alcune ore i suoi antagonismi, si è scordato perfino del Covid-19 e ha parlato solo di lui.

Come ci ha insegnato Umberto Eco, c’è un meccanismo ideologico dietro ogni mito: e il mito Maradona sopravviverà a Diego perché esso non è soltanto una leggenda “umano-calcistica” ma una macchina “desiderante” dell’intera società (quella di cui parlavano Deleuze e Guattari), una macchina che riproduce il desiderio nella sua contraddittorietà, nella sua genialità creativa e anche nella sua maledizione. Maradona forse siamo noi.

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