Marchionne è l’anno zero delle relazioni industriali. Indietro non si torna

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Marchionne è l’anno zero delle relazioni industriali. Indietro non si torna

24 Gennaio 2011

Per adesso sono solo parole. Poi seguiranno i fatti? E’ presto per esserne sicuri. Ma qualunque sia la piega che prenderanno gli avvenimenti, la svolta di Sergio Marchionne ha aperto un dibattito non solo nel Paese, ma anche nel mondo imprenditoriale. Tanti imprenditori non sono d’accordo con i metodi dell’ad della Fiat e cercano di non alimentare un conflitto che renderebbe ancora più difficile la stentata ripresa in atto. E’ il caso per esempio dell’associazione degli industriali di Bologna e di altre città emiliane, messe sotto pressione da strutture talebane della Fiom che non si sono fatte mancare nulla, quanto a forme di lotta, per affermare le loro pregiudiziali ideologiche. E’ in atto, in quell’area già rossa, il tentativo, per esempio, di chiedere alle imprese metalmeccaniche di riconoscersi nel contratto del 2008 (sottoscritto anche dalla Fiom) e ripudiare quello (separato) del 2009 coerente con l’accordo quadro del 22 gennaio e comprensivo, quindi, delle vituperate clausole di deroga che sono servite alla Fiat per affrontare i suoi problemi, prima che decidesse di rompere gli indugi e patrocinare un vero e proprio contratto aziendale.

Analoghe perplessità esprimano riservatamente quegli imprenditori più legati al Pd o comunque ostili all’attuale maggioranza, per i quali il rapporto con la Cgil rimane essenziale, soprattutto adesso che Susanna Camusso mostra più disponibilità al dialogo di quella del re Tentenna Guglielmo Epifani. Altre forze, invece, sono pronte a mettersi sulla scia della impostazione innovativa proposta da Marchionne.

In realtà, la Confindustria nel suo insieme non vuole correre avventure. Anche gli innovatori temono una totale disarticolazione del sistema, ma capiscono che indietro non si può tornare, neppure con le soluzioni surrettizie inizialmente avanzate all’indomani della minaccia della Fiat di uscire dal sistema confindustriale (il contratto nazionale dell’auto e la costituzione della Federauto, in realtà  longa manus della stessa Fiat, ma sia l’uno che l’altra trasformati in un marchingegno diplomatico per salvare la forma del modello di relazioni vigente).

Così la Federmeccanica ha rotto gli indugi ed ha portato a sviluppi coerenti la svolta dell’accordo di Mirafiori proponendo l’avvio della politica contrattuale dei ”due forni”: le imprese che vogliono uscire dal contratto nazionale sono autorizzate a concordarne a livello aziendale o di gruppo (anche di distretto o a livello territoriale ?), mentre le altre possono continuare ad applicare quello nazionale.

Anche Emma Marcegaglia, dopo essere rimasta a lungo in silenzio durante le settimane della crisi Fiat, ha fatto delle dichiarazioni importanti sui cambiamenti che intende portare in Confindustria. ”A questo punto è venuta l’ora di riformare la Confindustria, e non penso solo di tagliare i costi ma di decidere che mestiere vogliamo fare in futuro, quale rappresentanza diamo alle imprese”: ha dichiarato, entrando nel dibattito sul dopo Mirafiori e annunciando i suoi propositi: più forza ai territori, meno convegni e apertura ai contratti aziendali. Riformare la Confindustria – ha spiegato Marcegaglia in un’intervista al Corriere della Sera, ”vuol dire rafforzare il ruolo delle unioni territoriali per essere più vicini alle imprese. Nel linguaggio mediatico quando si parla di Confindustria in molti pensano solo a Roma e ai nostri convegni, ma sul territorio ci sono esperienze e realta’ magnifiche. Gia’ siamo federalisti  – ha sottolineato – e vogliamo diventare iperfederalisti”.   ”Considero la vicenda Fiat uno stimolo al cambiamento –  ha ammesso Marcegaglia – ma le idee ce le avevamo gia’. Noi dobbiamo uscire da un vecchio schema fordista di ‘fare rappresentanza’, secondo un format unico per tutti. In campo sindacale vuol dire aprire ai contratti aziendali, si fa rappresentanza quasi su misura ma non e’ affatto vero che scomparira’ il contratto nazionale”.    Per la presidente di Confindustria, ”l’83% delle Pmi lo vorra’ ma in parallelo, noi abbiamo l’esigenza di cucire una contrattazione che calzi perfettamente all’organizzazione del lavoro, ai regimi di orario e alle specificita’ di mercato di ciascuna grande azienda. Si potra’ obiettare che si tratta di un indirizzo ambizioso ma – assicura – non e’ certo indirizzato a radere al suolo il sindacato”.   

Marcegaglia sottoscrive le dichiarazioni di Marchionne: ”Dobbiamo abbattere la spirale bassi salari-bassa produttivita’. Quanto alla partecipazione agli utili, sono piu’ che favorevole a soluzioni aziendali, non credo invece a una legge ad hoc sulla partecipazione”.  Di fronte a queste dichiarazioni come hanno reagito i sindacati  Non solo la Cgil (tallonata da vicino da una Fiom sempre più barricadiera) ma anche la Cisl e la Uil hanno reagito in modo negativo. Ma ormai i fatti hanno provato che i cambiamenti sono indispensabili.