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Premio Letterario Coppedè/4

Mariuccia e l’amore inconfessato per il principe del Coppedè

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Di una apparente età di circa ottant’anni, Vincenzo De Bonis viveva lì, in quel meraviglioso angolo di Roma, tra strade, palazzetti e bellezze artistiche che è il quartiere Coppedè. Vincenzo era figlio unico di una famiglia di origini nobili, proveniente dall’entroterra della provincia abruzzese di Chieti. Proprietari di diversi ettari di terreno, dalla collina al mare, prevalentemente coperti da vigneti con annessa casa vinicola, rinomata e conosciuta anche all’estero, i De Bonis arrivarono a Roma intorno al 1920. L’adolescenza di Vincenzo fu agiata, accompagnata da un benessere ostentato oltremodo.

Gli studi classici condotti con profitto, nei suoi sogni avrebbero dovuto condurlo alla laurea in lettere, voleva diventare professore universitario. Vincenzo non aveva mai avuto una fidanzata, una promessa sposa, la madre Matilde troppo possessiva gli impediva di frequentare giovani donne, tanto più se di rango inferiore. Preferiva, con la complicità del marito Filippo, farlo incontrare con signore di facili costumi, nei bordelli o nelle frequenti feste private organizzate in casa.

La signora Matilde, quando seppe di un certo interessamento di Maria, figlia della loro governante Silvia, nei confronti del ragazzo, minacciò tutti di licenziamento se solo il figlio fosse venuto a conoscenza dei sentimenti e delle intenzioni della ragazza.

Vincenzo non lo seppe mai, ne mai lo avrebbe immaginato, la ragazza di due anni più piccola di lui, era di una bellezza semplice, non provocante, bella soprattutto dentro, nell’animo, dove lui non era stato educato ed abituato ad osservare le donne. Si erano conosciuti il giorno 21 di un freddissimo mese di febbraio, quando lei poco più che adolescente era andata alla villa dei De Bonis ad accompagnare la mamma. A Maria, che si era innamorata di lui per quegli occhi colore del mare, doleva il cuore, e non si rassegnava nel non poterlo neanche vedere. Passò qualche anno, e Maria andò in sposa ad Armando Carusi, un coetaneo, un bravo ragazzo di modesta famiglia con un impiego come operaio in una piccola fabbrica, in periferia. Ottennero anche un portierato nel vicino quartiere Parioli, dove Mariuccia si faceva voler bene, per la sua grazia, per la buona educazione ed il rispetto verso gli altri.

Qualche piccola riparazione di sartoria le permetteva di arrotondare e di avere delle piccole soddisfazioni personali, quelle che ad ogni età tanto fanno bene all’umore delle donne. Non ebbero figli, il cielo non glieli mandò, ma la loro vita fu una vita serena, tranquilla. Armando l’adorava, la rispettava, la copriva di attenzioni, la portava a ballare il sabato sera, la portava in gita, al mare, ai santuari, a spasso nei prati delle meravigliose ville di Roma. Erano una bella coppia, era piacevole vederli seduti su quella panchina, mano nella mano come gli innamorati di Peinet. Dal primo incontro, all’età di ventidue anni, il cuore di Maria e di Armando cominciarono a battere all’unisono, ma i battiti del cuore di Maria erano quelli di un amore razionale, gli altri battiti, quelli irregolari, quelli irrazionali, quelli che fanno rimbalzare il cuore sulle costole, erano ancora per Vincenzo.

La solidità economica della famiglia De Bonis cominciò a vacillare a causa di una scellerata gestione delle proprietà che coincise con il triste periodo della guerra. La disgrazia si concretizzò di li a poco, Vincenzo perse entrambi i genitori vittime di un incidente, di ritorno dall’abruzzo deve si erano recati nel tentativo di risolvere importanti questioni economiche. Vincenzo perse tutto, la famiglia, la villa e le proprietà. Restò solo con se stesso e si allontanò per un lungo periodo, vivendo nascosto dove e come gli era possibile.

Tornò a Roma dopo tanto tempo ed andò a stabilirsi nel suo quartiere, vicino a quella che era stata tanti anni prima la casa sua. Si era sistemato proprio lì, sotto l’arco di via Dora. Quella era la sua stanza da letto, con quel meraviglioso lampadario appeso al soffitto. Alle grate delle finestre appendeva i suoi abiti, nella rientranza delle colonne aveva costruito il suo giaciglio. La vicina vasca con i pesci rossi era all’occorrenza il suo lavandino. Molti lo riconobbero, anche malconcio com’era e si impegnarono ad aiutarlo. A chi non lo riconosceva candidamente diceva di essere Vincenzo De Bonis il Principe del Coppedè.

La prima volta che Maria lo rivide casualmente sotto l’arco di Via Dora, ebbe un sussulto, ma era a passeggio a braccetto con suo marito, e tirò dritto. Nei giorni seguenti lo avvicinò, facendosi riconoscere come Mariuccia la figlia della governante. Ora che i ruoli si erano invertiti, Maria era quello che si dice una signora, e lui un miserabile, lei andava comunque e spesso a trovarlo, di nascosto del marito che non lo seppe, né lo conobbe mai. Le visite erano frequenti, lei gli portava qualcosa da mangiare, gli ritirava la biancheria sporca e gliela restituiva lavata e stirata. Vincenzo Il principe ringraziava per educazione si, ma nella convinzione tutta personale che quelle attenzioni fossero un atto dovuto della servitù, della figlia della governante, nei confronti del suo nobile signore. Lei, affascinata lo contemplava, gli teneva un po’ compagnia, lo faceva parlare. Dall’alto della sua solida preparazione classica, lui lasciava cadere valanghe di discorsi, citazioni filosofiche, musicali, matematiche, il discorso sul metodo di Cartesio, Socrate e i sofisti, il verismo storico del Manzoni, le sonate di Bach, e concludeva: "...povera Mariuccia, ma che ne sai tu di queste cose, la filosofia, la matematica, la musica…". Lei non si impegnava a comprendere, pur volendo non sarebbe stata in grado, la sua semplice preparazione scolastica non glielo permetteva, ma le parole del suo Vincenzo erano per lei una cantilena con la quale si cullava, si ipnotizzava, per poi tuffarsi con la mente nel passato. Nei ricordi lo rivede giovane aitante, in abiti comodi a fare ginnastica nel giardino della villa, accanto alla scrivania dello studio con i libri in mano, seduto a tavola composto ed elegante per un pranzo importante, rivedeva quei giovani capelli, biondi e ricci, un po’ crespi e pettinati all’indietro. Ora lo osservava, seguendo attentamente il suo gesticolare, le sue mani da pianista, quelle dita lunghe ed affusolate non più curate, i capelli ora bianchi un po’ lunghi e spettinati, e gli occhi, ...quegli occhi... quelli si, erano sempre gli stessi, quegli occhi del colore del mare del quale si era perdutamente innamorata. Mariuccia tornava a casa, al suo dovere di moglie, lasciandolo lì nella sua semplice condizione.

Lei, come altre persone caritatevoli, aveva proposto al principe un aiuto più concreto, impegnandosi a cercare un alloggio confortevole, ma lui aveva sempre rifiutato, la dignità prima di tutto, lui diceva di stare bene, cercava di darsi un tono, di rendersi presentabile, e mentendo anche a se stesso continuava a recitare il copione del ricco e nobile signore momentaneamente fuori casa per la ristrutturazione della sua villetta. "Appena terminati i lavori verranno a prendermi e mi riporteranno a casa", questo diceva a chi insistentemente cercava di saperne di più. Lo si vedeva spesso a passeggio sui marciapiedi del quartiere, vestito con gusto, ma trasandato, sempre e comunque in giacca e cravatta. Accettava di tutto in dono, scarpe, vestiti, coperte e cose da mangiare, convinto com’era che tutto gli fosse dovuto per le sue nobili origini. Il vicino convento delle suore provvedeva nella maggior parte dei casi a fargli arrivare in forma anonima, il necessario per sopravvivere. Dormiva sempre a pancia all’aria, con il viso rivolto al grande lampadario. Nel sonno muoveva le labbra quasi a recitare poesie, intavolare discussioni. Chissà cosa c’era nei sogni del principe del Coppedè?

Un giorno, andarono veramente a prenderlo e lo portarono via, quattro uomini ben vestiti, lo misero su un carro e lo portarono in una casa. Ma la scena non era quella che lui aveva sempre prevista e descritta. Nel sonno, e con il viso rivolto verso il grande lampadario di Via Dora, Vincenzo aveva aperto gli occhi colore del mare e si era  addormentato, per sempre. I quattro uomini vestiti di nero lo avevano caricato sul carro funebre e portato nella casa del Signore per l’ultimo saluto. La chiesa era pressoché deserta, qualche suora e poche persone, tra di esse in un banco isolato, una donna minuta vestita di nero impietrita ed avvolta in un dolore infinito, Mariuccia. Sulla misera tomba nella quale fu riposto, fu scritto: "Vincenzo De Bonis, Principe del Coppede". Da allora il giorno 21 di ogni mese, Mariuccia portava sulla sua tomba un mazzetto di fiori di campo, seduta accanto alla lapide, nel silenzio più assoluto socchiudeva gli occhi, nella speranza di poter ascoltare ancora le parole del principe. Il custode del cimitero osservava con tenerezza la scena che si ripetè per alcuni mesi, fin quando la morte portò via con sé anche Mariuccia. Da quel momento la lapide del principe restò miseramente spoglia per tanto tempo ancora. Mariuccia era stata sepolta qualche metro più in là nello stesso cimitero in una bella tomba adornata sempre di freschissimi fiori di ogni colore.

Passarono giorni e giorni, mesi e mesi, in un freddo pomeriggio invernale il custode rastrellava il pietrisco di un vialetto, distrattamente gettò lo sguardo verso il principe e con grande sorpresa notò tre fiori rossi sulla lapide, per lo stupore il rastrello gli cadde di mano. Si voltò di scatto cercando con lo sguardo la figura della donna che da tanto tempo non vedeva più, il cimitero era deserto, d’improvviso scorse lungo il viale centrale, la sagoma di un uomo che riparandosi dal vento con un ampio cappotto nero, si dirigeva verso l’uscita. Il custode sì incamminò a passo svelto, poi di corsa fino a raggiungerlo, gli bussò su una spalla, e quando l’uomo si voltò gli chiese il perché di quei fiori, una parentela, una amicizia? "Vengo spesso qui a trovare mia moglie e sono sempre stato attratto dalla lapide di quel principe spoglia ed abbandonata", "ma perché proprio oggi?" incalzò il custode, "non so, ma oggi i fiori sulla tomba di mia moglie sembravano troppi e non sono riuscito a sistemarli tutti, ma perché queste domande, qualcosa non và?", "no, no, solo una coincidenza" rispose il custode.

I due uomini si salutarono, il custode tornò al suo lavoro, e quell’uomo, Armando Carusi, si incamminò verso l’uscita. Mariuccia quel giorno era riuscita a far arrivare il suo pensiero al suo Principe, al suo Vincenzo. E quel giorno era il 21 febbraio di un anno di fine 900.

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