Marx è morto, i marxisti no
27 Gennaio 2008
Quando il ciclo economico è in assestamento e si
affacciano paure di recessione fioccano in libreria lavori come “Capitalismo.
Istruzioni per l’uso”, Karl Marx. Il testo a cura di Enirco Dosaggio e Peter
Kammerer, edito da Feltrinelli (Milano, pagg. 208) è un antologia del pensiero
del filosofo di Treviri che rappresenta l’ennesimo tentativo di separare il
Marx utopista da quello critico del Capitalismo.
Siamo sicuri sia possibile praticare una simile
separazione? Dacché è caduto il muro di Berlino e i disastri dell’economia
socialista sono venuti a galla, i sostenitori del sol dell’avvenire hanno preso
ad ammantare di un alone di velleitarismo nostalgico volontariamente elitario
un programma politico economico e una interpretazione dei rapporti umani che
era dichiaratamente rivoluzionaria e propugnatrice di un sovvertimento violento
ove necessario.
Ai giorni nostri e specialmente in Italia, paese che
osserva un vuoto pauroso di puntelli filosofici e culturali di natura laica di
un qualche valore, il mondo dei sostenitori a diverso titolo del collettivismo
appare perdersi nel nichilismo e consolarsi con il recupero in chiave pop di
paradigmi bicentenari. L’antologia postmoderna del pensiero marxista, dopo l’introduzione di Dosaggio e
Kammerer che si affaticano per trovare un posto a Marx nella società
contemporanea, dipana la sua trama come un romanzo. Ai capitoli vengono dati
titoli come ‘My name is Marx’ e ‘Il lavoro.
Vendersi la vita’ e il racconto si apre con il rapporto di un agente segreto prussiano, poi
documenti, testimonianze, paradossi, passaggi celebri, analisi.
La bibliografia vuole apparire come imparziale, suggerendoci ad esempio quella
di Leszek Kolakowski, “Nascita, sviluppo e
dissoluzione del marxismo”, 1976-1978, Sugarco, ma resta un po’ datata visto
che trattasi di testo antecedente alla osservazione empirica del risultato
ultimo negli sviluppi del pensiero marxista. Frasi che mandano in brodo di
giuggiole vetero e neo marxisti: “un possessore di denaro” è “come bruco
del capitalista”, “feticismo delle merci”, “tutto quel che è solido svanisce
nell’aria”, “la critica non è una passione del cervello, è il cervello della
passione”; “noi non trasformiamo le questioni terrene in questioni teologiche.
Noi trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per
lungo tempo la storia si è risolta in superstizione, noi risolviamo la
superstizione in storia”; “una sedia a quattro zampe ricoperta di velluto
rappresenta, in date circostanze, un trono; ma non per questo una sedia, cioè
un oggetto che serve per sedersi, diviene un trono per la natura del suo valore
d’uso”; “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. Dunque
non sono brutto, in quanto l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è
annullata dal denaro. Come individuo io sono storpio, ma il denaro mi dà 24
gambe”, per un pensiero da capire appunto.
A chi come noi non resta illuminato, viene consigliato di
intendere questa nuova proposizione e interpretazione di Marx come stimolo
critico nei confronti di un sistema capitalistico irrimediabilmente compromesso
e corrotto. Permane nella
lettura che si ricava dall’antologia, l’idea che la lezione circa l’errore
tecnico alla base della teoria del plusvalore (in dottrina fatto pacifico da
più di qualche decennio) che dimenticò di considerare la variabile innovazione,
non sia stata ancora digerita da tutti visto e considerato che il Capitalismo
viene rappresentato come il trionfo dell’impotenza delle idee e del potere delle
cose.
Quanto
paradossale sia una lettura similare ai giorni nostri è del tutto intuitivo, se
si considera come senza il continuo feed-back che il Capitalismo assicura alla
spinta innovativa, alla ricerca, gli ‘odiati’ mercati non potrebbero essere soggetti
a meri aggiustamenti, a fasi ciciliche (come quella che stiamo vivendo), bensì
dovrebbero implodere irrimediabilmente (come è invece accaduto al sistema
socialista). E poi ancora i passi sulla religione, il no a tutti i
riformismi, perché cavalli di Troia capitalisti piegati al volere del denaro,
ecc. ecc. Tornano insomma d’attualità ancora una vota frasi celebri come “l’esigenza
di abbandonare le illusioni sulla sua (del popolo) condizione, è l’esigenza di
abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni”, quell’ermetismo
poetico messo al servizio di una filosofia pronta a consegnare all’uomo lo
splendore dell’assenza di responsabilità. Un mondo facile e alla portata di
tutti senza tante fatiche come dovrebbe essere secondo giustizia. E soprattutto
l’assenza di responsabilità, una delle poche definizioni certe, va ricordato,
del “male”. Ma inversione per inversione se è vero, come insegna Popper, che la
migliore pratica è una buona teoria, una pratica pessima non può che nascere da
una pessima teoria. Ergo i drammatici corollari del marxismo.
Ma ci sono solo ragioni ‘liriche’ dietro la fortuna di
Marx in Italia? Per occhi un po’ più smaliziati, le ragioni del successo
italiano del pensiero marxista possono ben essere comprese semplicemente
considerandole come giustificazione teorica, quella che esse hanno
rappresentato, in supporto all’espropriazione statale e parastatale della
ricchezza faticosamente raggiunta nel secondo dopoguerra. Sotto la spinta
culturale e popolare di matrice marxista, per assecondarla e incanalarla, è
finito infatti per passare quel gigantismo welfaristico e affaristico da cui
l’Italia da treant’anni a questa parte mai si è ripresa. Questo libro ci riporta lì,
direttamente alle radici culturali del male italiano.
Capitalismo. Istruzioni per l’uso, Karl Marx, a cura di Enirco Dosaggio e Peter Kammerer, Feltrinelli, pp. 266, euro 10
