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Maschera e volto dell’ISI, l’esercito degli Invisible Soldiers of Islam

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Chiunque abbia trascorso in Pakistan il periodo delle elezioni politiche del febbraio 2008, avrà notato che nelle vetrine delle librerie o sugli scaffali delle abitazioni pakistane era quasi sempre presente il libro sui “Diari del Maresciallo Ayub Khan”, resi pubblici proprio per i 60 anni dalla nascita del Pakistan. Il Maresciallo Ayub Khan è una delle figure più controverse nella storia del Pakistan, per aver preso per primo il potere con un colpo di Stato e anche per aver cercato di creare un collante sociale all’interno di una popolazione estremamente eterogenea, etnicamente e linguisticamente.       

Se ai giorni d’oggi - a torto o a ragione - i servizi segreti dell’Inter-Services Intelligence (ISI) vengono spesso additati come “uno Stato nello Stato”, ciò risale proprio all’era del Maresciallo Ayub Khan, ed in particolare durante il periodo in cui si auto-proclamò Presidente del Pakistan (1958-1969). Khan, già capo di stato maggiore dell’Esercito, non fidandosi dei funzionari di polizia dell’Intelligence Bureau (IB), affidò all’ISI oltre alla raccolta delle informazioni esterne anche quelle dall’interno che riguardavano la sicurezza nazionale. Creando inoltre una divisione per le attività clandestine tese a fornire assistenza ed aiuto alle tribù ribelli dell’India.

In seguito, con il mandato presidenziale di Zulfiqar Alì Bhutto, padre di Benazir, e successivamente con la presa del potere da parte del Generale Zia ul-Haq nel 1977, all’ISI venne affidato anche l’incarico dell’acquisizione di tecnologia nucleare. Grazie a queste tre competenze e al ruolo sempre più centrale dell’Esercito nella vita politica del Pakistan, l’ISI divenne uno strumento fondamentale sia per controllare le possibili minacce interne da parte delle forze centrifughe del Paese, che ne avrebbero potuto minare la stabilità - come avvenne con la secessione del Bangladesh nel 1971 - ma anche per perseguire gli oppositori o chiunque avesse voluto indebolire il ruolo dell’Esercito.

Con l’ascesa di Zia ul-Haq e l’invasione sovietica in Afghanistan, i rapporti tra la CIA, l’ISI e l’intelligence saudita divennero sempre più stretti per sconfiggere l’Armata Rossa. Per l’Esercito pakistano e l’ISI fu una vera manna dal cielo. Ingenti somme di denaro arrivarono direttamente nelle loro casse, vennero subito ridistribuite per finanziare il radicalismo islamico che di lì a poco divenne il più importante strumento di politica estera ma anche di coesione nazionale. L’attacco all’Armata Rossa è stato sfruttato da Islamabad per creare una maggiore profondità strategica in Afghanistan, nel caso di un nuovo conflitto contro l’India.

Per l’ISI il teatro afghano è divenuto importante anche per fini di politica interna. 

L’Afghanistan ha sempre rivendicato la sovranità sui territori della Provincia del Nord-Ovest e non ha mai accettato l’inclusione di quest’area abitata dai Pashtun, etnia maggioritaria in Afghanistan, nell’odierno Pakistan. Ciò risale all’era dell’Impero britannico, quando nel 1893 il Generale britannico Durand demarcò il confine con l’Emirato afghano, la cosiddetta Linea Durand, tagliando in due le realtà tribali preesistenti e facendo così cadere nell’oblio il sogno del grande Pashtunistan (Terra dei Pashtun). Per questo motivo il confine ha continuato ad essere una fonte di tensione tra Afghanistan e Pakistan ed i leader nazionalisti pashtun, residenti in entrambi gli Stati, che non ne hanno mai riconosciuto la legittimità.

Con la dichiarazione d’indipendenza del Pakistan il 14 agosto 1947, l’Afghanistan avanzò subito a livello internazionale la sua contrarietà ai confini pakistani, votando il 30 settembre dello stesso anno contro l’ammissione del nuovo Stato, nato dalla dissoluzione dell’Impero britannico in India, all’ONU. Ma tali motivi di attrito sono andati via via scomparendo a seguito della débâcle sovietica in Afghanistan. L’ISI sfruttò il ritiro dell’Armata Rossa ed il successivo disinteresse statunitense nell’area per installare un governo “amico” a Kabul, che potesse neutralizzare definitivamente le spinte nazionalistiche pashtun attraverso il radicalismo religioso dei Taliban e nel contempo controllare le direttrici stradali per i traffici commerciali con l’Asia Centrale.

Così nel 1996 i Taliban conquistarono Kabul e fondarono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, subito riconosciuto dal Pakistan, seguito solo da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Con l’attentato alle Twin Towers e al Pentagono, pianificato in Afghanistan, gli USA spinsero Musharraf a ritirare il sostegno di Islamabad al regime talebano e a cooperare nella lotta al terrorismo. All’indomani dell’11 settembre 2001, proprio la scelta di Pervez Musharraf di schierarsi al fianco degli USA nella Global War on Terror, ha reso la collaborazione dell’ISI, fondamentale per gli USA e per la rapida disfatta del regime dei Taleban a Kabul. Gli USA ebbero accesso ad un vero e proprio network messo a disposizione dal neodirettore dell’ISI, Generale Ehsan ul-Haq, nominato da Pervez Musharraf l’8 ottobre 2001 al posto del Generale Mahmoud Ahmad. Quest’ultimo sembra che fosse stato contrario all’attacco USA e tra l’altro si trovava a Washington per dei colloqui il giorno dell’attentato.

Nonostante la proficua collaborazione tra Washington ed Islamabad per la rapida disfatta del regime dei Taleban a Kabul, con il passare degli anni l’establishment pakistano ha iniziato a temere che il crescente numero di consolati indiani presenti lungo la Linea Durand potesse celare un’alleanza tra Kabul e New Delhi in grado di ostacolare, o addirittura contrastare, i suoi obiettivi strategici. Così quei talebani e membri di al-Qaeda che erano fuggiti in Pakistan dopo i primi attacchi USA dell’ottobre 2001, vennero successivamente utilizzati dall’ISI per riconquistare quelle posizioni strategiche in Afghanistan che secondo i timori dell’intelligence sarebbero potute cadere in mano indiana.

Questa volta però, a differenza degli anni della dittatura di Zia ul-Haq, l’estremismo religioso si è scagliato anche contro Islamabad quando i militari hanno provato a ristabilire l’ordine e il controllo da parte dello Stato nelle aree tribali e nella provincia del nord-ovest del Paese. Come sostengono molti analisti, all’interno dell’ISI molti degli agenti operativi, fortemente influenzati dal radicalismo islamico ma anche mossi da un interesse forse più di “casta” che nazionale, hanno cercato più volte di sabotare la nuova alleanza di Islamabad con Washington, che considerano una minaccia volta a distruggere proprio quel grande universo dei militanti islamici che loro stessi hanno creato.

Gli attentati al Parlamento di New Delhi nel dicembre del 2001 e quello all’Ambasciata indiana in Afghanistan nel 2008 hanno fatto subito pensare ad una regia da parte di quei settori più irriducibili dell’ISI, che vedono ogni passo avanti nel processo di pace con l’India come un indebolimento del Paese a vantaggio degli interessi indiani. Nel corso degli ultimi anni, proprio per questi timori, l’ISI ha condotto una doppia politica. Da un lato ha sostenuto e collaborato con gli USA contro al-Qaeda in Afghanistan, ma dall’altro hanno dato rifugio a terroristi e talebani, favorendo la crescita di nuovi movimenti filo-talebani che hanno esteso il loro controllo su aree sempre più vaste, dal Pakistan all’Afghanistan sin dentro l’Asia Centrale.         

Nel Paese, ogni qual volta che un regime parlamentare ha prevalso su quello militare, i partiti politici si sono dovuti scontrare con l’Esercito per poter portare l’ISI sotto il controllo del Governo civile, senza mai riuscirci. Già in passato, quando Benazir Bhutto vinse le elezioni, i servizi dell’ISI diretti dall’allora Generale Hamid Gul, si opposero alla sua nomina a Primo Ministro, in quanto avrebbe potuto rappresentare un rischio per i rapporti che aveva intrattenuto con l’India durante il suo periodo di esilio nel Regno Unito. Ma a seguito delle pressioni di Washington, l’ISI e l’Esercito accettarono la nomina di Benazir Bhutto come Primo Ministro, ma a condizione che non si occupasse del programma nucleare.

Oggi, a seguito dei recenti attentati di Mumbai in India, le voci che alcuni settori dell’ISI possano essere coinvolti nelle azioni terroristiche continuano a tenere banco. Come riportato dalla stampa, dalle conclusioni degli interrogatori da parte dell’FBI all’unico terrorista sopravvissuto è emerso che l’ISI non sarebbe coinvolto, ma gli Stati Uniti avrebbero fatto dei nomi su quattro ex alti ufficiali dell’ISI che dovrebbero essere considerati terroristi, tra i quali vi è anche il Generale Hamid Gul. L’Ex direttore dell’ISI si è difeso affermando che “vogliono arrivare al nucleare pakistano. Se riescono a sostenere che i terroristi sono all’interno dell’apparato di sicurezza pakistano, la prossima mossa sarà quella di colpire l’arsenale nucleare pakistano”.

La politica filo-integralista sostenuta dai settori più eversivi dell’ISI, attraverso quella galassia di movimenti presenti in Kashmir e nel nord ovest del Paese, sta mostrando tutte le sue debolezze e rischia di ritorcersi contro, proprio come un “mostro di Frankenstein”. La nuova avanzata dei talebani in Afghanistan potrebbe far pensare al ritorno di un vantaggio strategico degli interessi pakistani nell’area, ma nel contempo tale offensiva si sta avvicinando geograficamente sempre più anche ad Islamabad. Pertanto l’attuale establishment politico e militare pakistano questa volta potrebbe perderne definitivamente il controllo, con ripercussioni sulla stabilità del Paese e il rischio di maggiori pressioni per un’escalation militare con l’India dagli esiti apocalittici per la regione e il mondo intero. 

 

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