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Maurice Bignami: addio alla rivoluzione e ai suoi miti, senza rimpianti

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Quando ti imbatti in un libro di questo genere (Addio Rivoluzione, di Maurice Bignami. Rubbettino, 2020) istintivamente sei portato a diffidare: non sarà l’ennesimo racconto degli anni della lotta armata, il solito mix di pentimento (per la violenza e gli omicidi) e di autocelebrazione (per l’inossidabile ideale comunista che ne era alla base)? Non sarebbe certo una novità e, con uno sforzo minimo, per ricordarcelo ci possiamo aiutare con un articolo dell’Occidentale sulle apparizioni pubbliche di irriducibili e su alcune letture degli anni di piombo e dello stesso caso Moro.

 

Ma a naso continui a curiosare, forse indotto per contrasto dall’eco mediatica, tutto sommato abbastanza scarsa, anche se con almeno due eccezioni di qualità sul Sussidiario e sul Foglio.

L’approccio sembra funzionare, e già in copertina trovi nel sottotitolo (Requiem per gli anni 70) un aggancio per continuare. L’inversione a U diventa esplicita nel prologo: “A metà degli anni Ottanta ho chiuso con il marxismo e optato per la democrazia. Quella liberale, rappresentativa. Mi verrebbe da dire per l’Occidente, se non fosse sempre stato casa mia (a cui dare fuoco, magari). E come corollario, per il libero mercato… Il frutto di una lettura, forse un po’ sghemba, della Dottrina sociale della Chiesa.” E ancora: “Non è solo una visione della società e dello Stato, è innanzitutto un’attitudine intellettuale e politica che si incentra sul concetto di persona, e di libertà che ne deriva”.

Col viatico di queste premesse come non affrontare il racconto di una biografia politica che si va ad intrecciare con un ventennio caratterizzato dalla contestazione e poi dalla lotta armata? La biografia è quella di un ragazzo nato nel 1951, cresciuto a pane e comunismo, con tutto il percorso già in qualche modo segnato: dall’esperienza giovanile in FGCI, al Sessantotto, agli echi americani della Beat Generation; e poi la militanza in Potere Operaio, Autonomia e Prima linea. Il confronto col padre, ex partigiano comunista che ha serbato ‘un’eredità bella e tosta’ va avanti anni e si conclude idealmente nel 2000, pochi mesi prima della sua morte: “Mio padre mi disse che le idee erano buone, erano gli uomini ad avere sbagliato tutto. Pensai che quella era forse l’opinione che più ci divideva. Le idee erano veramente pessime, sono sempre state idee del cazzo”. Definitivo, ma tutt’altro che superficiale, perché la maturazione di questa consapevolezza si dipana lungo tutto il libro, con l’acme della libertà conquistata paradossalmente al momento dell’arresto: “Finalmente. Non ne potevo più”: nel corso della sua ultima rapina per finanziare Prima linea, in un istante aveva deciso di non sparare ai poliziotti che aveva di fronte, di non usare le granate che aveva con sé, di appoggiare a terra il mitra.

 

Nessuno degli episodi significativi e degli slogan di quegli anni si sottrae a una riflessione: le lotte antimperialiste, i presidi davanti alle fabbriche, la militanza ‘antifascista’. A questo proposito è molto significativa la pagina dedicata al rogo di Primavalle e all’uccisione dei piccoli fratelli Mattei, i figli del ‘fascista’: un’occasione totalmente mancata per riflettere sul retroterra ideologico e sulle conseguenze nefaste di certi slogan e di certe pratiche politiche basate sul continuo esercizio della violenza.

 

Nell’insieme sono 324 pagine rinforzate da altre 20 di bibliografia (testi consultati dall’autore, non messi lì a mo’ di decorazione colta, tipo foto con libreria alle spalle), discografia e filmografia; con un apparato di note che occupa più di 50 pagine: una cavalcata della memoria non affidata all’improvvisazione, innervata dalla vicenda di una persona e della sua ‘conversione’, fino alla rottura radicale con il marxismo e con l’idea stessa di “rivoluzione. Un percorso collettivo e personale che si deve leggere alla luce di una citazione di Hannah Arendt, una delle tre con cui si apre il volume: “Io non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali. Tutto il pensiero è meditazioni, pensare in seguito a una cosa”.

 

Il libro merita ancora una riflessione a proposito dell’idea di rivoluzione, a cui Bignami dà l’addio già dal titolo. L’esperienza personale e le “meditazioni” lo hanno portato al suo ripudio, ma a quanto pare non limitato episodicamente all’orizzonte proprio della sua generazione (ossia rivoluzione come opposizione violenta alla ristrutturazione imperialistica del capitalismo, rispetto alla quale la risposta imborghesita dei partiti comunisti era considerata inadeguata). Dal suo percorso trapela la consapevolezza di una categoria più generale, proprio alla maniera di Arendt, autrice usata significativamente in esergo ma anche molto presente nella bibliografia: “A conclusione del lungo ciclo che aveva insanguinato il mondo dalla Rivoluzione francese in poi… arrivammo buoni ultimi”: insomma, nel famoso “album di famiglia” di cui parlava la Rossanda sono arrivate anche le foto dei nonni.

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