McCain ha fatto la scelta giusta: il ticket con la Palin può valere la Casa Bianca
12 Settembre 2008
Il caldo che attanaglia Roma tremola all’orizzonte, lontano nella brezza che accarezza la sera. I giovani della Summer School organizzata anche quest’anno da Magna Carta stanno seguendo i loro seminari; il panorama dalle colline di Frascati al crepuscolo, nel silenzio interrotto solo dal frinire dei grilli, toglie quasi il fiato. Dopo una giornata di intenso lavoro, gli scienziati politici John Fortier e Michael Barone, dell’American Enterprise Institute (AEI), si prendono volentieri un momento di pausa, spegnendo i computer dai quali seguono infaticabilmente i sondaggi sulle elezioni americane per concedersi un aperitivo in questa incantevole cornice.
Seduta con gli studiosi dell’American Enterprise Institute, faccio il punto della situazione riguardo al voto statunitense previsto per il 4 novembre. Il primo tema che trattiamo è quasi inevitabilmente la nomina di Sarah Palin come running mate di John McCain, argomento che ha regnato incontrastato negli ultimi giorni sulle prime pagine dei quotidiani. Si tratta senza dubbio di una scelta che in America ha suscitato un odio feroce da parte della stampa di sinistra, mi raccontano gli studiosi, e a dire il vero ha anche sollevato qualche dubbio tra i sostenitori del Senatore dell’Arizona. Alla Palin vengono rimproverate la presunta inesperienza politica e le sue posizioni intransigenti in merito a quelli che vengono definiti i social issues: la contrarietà ad aborto ed eutanasia, l’enfasi posta sulla famiglia e la fede, l’appoggio incondizionato al porto d’armi e all’estrazione del petrolio.
“Sarah Palin ha un naturale talento politico”, esordisce Michael Barone sorseggiando il suo vino. “Non appena avuta la nomina, i quotidiani hanno cercato di farla a pezzi, ma lei ha resistito rispondendo alle accuse colpo su colpo, e smontando le bugie sul suo conto – tra tutte, quella di pessimo gusto che Trig, il bimbo affetto dalla sindrome di Down, fosse figlio di una prima gravidanza indesiderata della figlia Bristol. La Palin ha poi tenuto un mirabile discorso alla convention Repubblicana, dove ha attaccato con ironia e tenacia l’avversario alla presidenza Barack Obama come è tradizione che faccia ogni buon vicepresidente Repubblicano: ha così dimostrato di possedere la forza d’animo necessaria ad affrontare la campagna presidenziale, ed ora tutti i Repubblicani sono con lei”.
Chiedo a John Fortier se crede che la scelta di Palin sia stata dettata da considerazioni di interesse, per riequilibrare quella che è parsa fino a questo momento una scarsa attenzione di McCain verso i social issues – e dunque per conquistare l’elettorato evangelico e i conservatori sociali. “A mio parere,” dice Fortier “si dà troppa importanza al fatto che Sarah Palin è una social conservative molto più a destra di John McCain, nonché al fatto che sia donna. Io credo che John abbia scelto Sarah Palin in base ad una decisione personale, non secondo meri calcoli utilitaristici; e che lo abbia fatto perché la Palin è un politico coraggioso, che ha lottato contro la corruzione e che crede nelle riforme e nel cambiamento, anche se questo la porta a volte ad opporsi al suo stesso partito. Io la vedo come una sorta di McCain da giovane, un vero spirito maverick; e credo proprio sia stato il suo piglio battagliero a spingere il Senatore dell’Arizona a chiederle di schierarsi al suo fianco”.
Pongo ai due studiosi un’altra domanda, a mio parere fondamentale per comprendere il momento pre-elettorale negli Stati Uniti oggi: secondo loro la stella di Obama si sta spegnendo, o è il firmamento Repubblicano che ha trovato il modo di brillare più forte?
Michael Barone accende lentamente una sigaretta, poi si rilassa guardando il panorama. “A parte qualche grossolano errore di stile – errori totalmente trascurabili, a volte ingigantiti dalla stampa per cercare l’eco mediatica ed in ogni caso riconducibili all’inesperienza politica –, Barack Obama resta un grande oratore. Ed è innegabile che, a prescindere dai meriti individuali dei candidati, la gente è ancora persuasa che oggi i Democratici siano in grado di gestire la difficile situazione economica in America meglio dei Repubblicani. Tuttavia è anche diffusa la convinzione che, seppur la guerra in Iraq sia stata un grave errore, John McCain abbia le conoscenze più adatte per decidere il momento giusto per il ritiro delle truppe, nonché di organizzarlo meglio; e che potrebbe affrontare il problema del fabbisogno energetico statunitense proponendo soluzioni nuove, dove possibile rispettose dell’ambiente”.
“D’altro canto”, interviene John Fortier, “la grandiosità della campagna elettorale di Obama ha prestato il fianco alla sua ridicolizzazione, non trovate?”. Annuisco, e mentre John si serve abbondantemente dalla coppa delle noccioline ricordiamo insieme il sigillo presidenziale posticcio posizionato sullo scranno dei discorsi di Obama, esibito durante la campagna del Senatore dell’Illinois; ed annoveriamo alcuni dei roboanti e a volte decisamente troppo astratti slogan per il cambiamento, tanto amati dai media Democratici. “Il problema di Obama” continua Fortier, “è che non ha capito che la gente è scontenta di questa Amministrazione Repubblicana perché ne critica l’incompetenza, non le idee. Anche per questo il Senatore dell’Illinois, abbandonando le posizioni di centro che inizialmente aveva adottato e spostandosi ulteriormente a sinistra, rischia di perdere l’elettorato moderato. Oramai i Democratici liberal in economia, ma conservatori nei valori, sentono meno il richiamo del proprio partito e guardano maggiormente alle proprie affinità con John McCain – che invece si situa molto più al centro rispetto al Grand Old Party, lasciando alla Palin il compito di dar voce alla destra più conservatrice”.
“La mossa più incauta da parte di Obama”, prosegue Barone terminando il suo vino “è stata a mio parere quella di accusare Sarah Palin di essere giovane e poco preparata; e quando l’accusa gli è stata ritorta contro, ha scelto di paragonare il proprio curriculum politico a quello della Governor dell’Alaska. A prescindere dalla conclusione raggiunta dagli elettori su chi tra Obama e Palin ha più o meno esperienza, il Senatore dell’Illinois ha spostato il confronto tra un candidato alla presidenza e una possibile vicepresidente, ponendo implicitamente McCain su un piano superiore. In questo modo, Obama ha ammesso la maggiore preparazione politica del candidato Repubblicano commettendo quello che voi italiani definireste un clamoroso autogol”.
“Ad ogni modo”, ricorda John Fortier, smorzando i nostri entusiasmi nel momento in cui stiamo già per dichiarare il successo del ticket presidenziale McCain-Palin, “in caso di vittoria, John McCain si troverà ad affrontare una maggioranza Democratica al Congresso, che si opporrà fortemente a qualsiasi proposta di ridurre la spesa pubblica e premerà per affrontare le questioni di riscaldamento globale secondo modalità che necessariamente penalizzano la grande industria statunitense. Le possibili tensioni al Congresso potrebbero rendere la vita difficile al nostro ex-soldato, impedendogli di agire…”.
“Comunque”, conclude Michael Barone, “la consuetudine negli Stati Uniti vuole che le elezioni siano saldamente in pugno di quel candidato che è in grado di definire gli issues: ovvero, di colui che è capace di dettare l’agenda politica, e non di subirla. E se John McCain sarà in grado di mantenere il vantaggio finora conquistato, complici magari altre maldestre gaffes di Barack Obama, la coppia McCain-Palin ha una possibilità concreta di assicurarsi la prossima presidenza statunitense”.
Mentre gli studiosi dell’AEI ritornano ai loro sondaggi, ed io mi avvio a prepararmi per la cena, ripenso alle parole di Michael Barone ed a quella che finora è stata la capacità davvero straordinaria di McCain di dettare i temi di questa campagna elettorale. McCain è stato in grado di prendere le distanze da quella che viene percepita come una disastrosa Presidenza Bush, portando il dibattito sull’economia a guardare a scenari futuri, piuttosto che a fallimenti passati; ha denunciato le velleità neoimperialiste di Putin ancora prima che si aprisse la questione del Caucaso, riaffermando la competenza tradizionalmente attribuita ai Repubblicani in politica estera; ed infine, con la scelta di Sarah Palin come vice alla Casa Bianca, ha ristabilito un legame fortissimo con la middle America.
Sarà l’atmosfera magica di Frascati, ma credo davvero che McCain ce la possa fare.
