McCain “regala” l’Iraq ad Obama?

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McCain “regala” l’Iraq ad Obama?

24 Luglio 2008

B’Iraq Obama. Basteranno 24 ore passate a Baghdad per convincere gli americani di essere un candidato affidabile su politica estera e sicurezza? Tutti i sondaggi mostrano un netto e consolidato vantaggio di Obama sul suo avversario. Ma quando la domanda si concentra sulle qualità che dovrebbe avere il commander-in-chief, allora la musica cambia radicalmente. Pochi giorni prima che Obama partisse per il suo tour internazionale (Afghanistan, Iraq, Medio Oriente, Europa), un sondaggio siglato “Washington Post-Abc News” ha prodotto questa istantanea: il 72 per cento degli americani ritiene che John McCain conosca abbastanza bene gli affari esteri per essere un buon presidente. Nel caso di Obama la percentuale si ferma a 56. D’altra parte, gli strateghi del senatore dell’Illinois sanno che per vincere le presidenziali è sufficiente avvicinarsi al gradimento di cui gode il senatore dell’Arizona in materia di sicurezza. Sarà infatti l’economia, a meno di clamorosi eventi da qui al 4 novembre, il tema dominante di questa tornata elettorale. 

La visita del candidato democratico in Iraq (come le altre tappe del viaggio) è stata seguita minuto per minuto dai media americani e internazionali, che a volte sembrano dimenticarsi che Obama ancora non è stato eletto presidente. Il senatore dell’Illinois aveva visitato l’Iraq una sola volta nel gennaio del 2006. Un’assenza troppo lunga secondo McCain che, in questi mesi, ha rimproverato al suo giovane avversario di parlare di ritiro senza avere la minima idea della situazione sul terreno. “Come può fissare un calendario, senza neanche aver incontrato il generale Petraeus”, ha tuonato l’eroe del Vietnam, che in Iraq c’è stato 8 volte. Sorprendentemente, però, a sostegno della proposta obamiana di ritiro delle truppe americane in 16 mesi si è espresso niente di meno che il premier iracheno. In un’intervista al settimanale tedesco “Der Spiegel”, alla vigilia dell’arrivo di Obama, Al Maliki ha affermato che 16 mesi è un tempo ragionevole ed auspicabile. Tali affermazioni hanno suscitato, come prevedibile, più di qualche mal di pancia, non solo nel campo di McCain, ma anche alla Casa Bianca. Bush si è infatti sempre opposto all’indicazione di una data precisa per il rientro dei soldati in patria, anche se proprio in questi giorni ha parlato di “orizzonte temporale di massima”. 

Il portavoce di Al Maliki si è affrettato a smentire, affermando che “Der Spiegel” aveva male interpretato le parole del leader iracheno. Ma ormai era troppo tardi. “Al Maliki scommette su Obama”, ha titolato il conservatore New York Sun. Per il quotidiano, il premier iracheno vuole “ingraziarsi” il probabile futuro presidente e così ha pensato di dargli una mano. Tuttavia, nelle stesse ore in cui arrivava per Obama “l’endorsement iracheno”, i vertici militari statunitensi ribadivano che l’idea di calendarizzare il ritiro senza tener conto degli sviluppi sul terreno sarebbe un grave errore. Così si è espresso il capo di Stato maggiore, l’ammiraglio Michael Mullen, intervistato dalla Fox News, e il capo delle forze USA in Iraq, il generale David Petraeus, intervistato dalla Nbc. Dichiarazioni subito riprese e amplificate dalla campagna di John McCain. 

In realtà, al di là degli endorsement, Barack Obama ha dalla sua soprattutto gli eventi. Se, infatti, oggi può parlare di tempi di ritiro – concordano gli analisti – è solo grazie alla buona riuscita del “surge”, l’aumento delle truppe in Iraq, fortemente voluto anche da McCain e attuato da Petraeus che ha portato ad un tangibile miglioramento della situazione. Un’operazione alla quale Obama si è opposto e che, ancora fino a non molti mesi fa, aveva giudicato inefficace. Insomma, paradossalmente, sembra che McCain abbia fatto un favore ad Obama. Eppure, il senatore dell’Arizona non dovrebbe rammaricarsene troppo. Fu lui a dichiarare una volta: “Meglio perdere un’elezione che una guerra”.