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La squadra del presidente in azione

Medio Oriente, gli Usa lanciano la rete ma i pesci non abboccano

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La rete è stata lanciata. In questa settimana gli stati maggiori della diplomazia americana si muovono in Medio Oriente per far ripartire il processo di pace tra Israele e Palestina e tra Israele e mondo arabo. L’obiettivo della squadra di Obama è di lavorare simultaneamente su agende differenti, affrontandole una volta, passo dopo passo, piuttosto che cercare di arrivare simultaneamente ad una soluzione complessiva.

Il primo ad arrivare è stato l’inviato speciale del presidente, Mitchell. L’americano con la carica più alta a visitare la Siria dal 2005. Lo aveva fatto tempo fa, ci ha riprovato adesso. Israele e la Siria avevano ripreso a dialogare grazie alla mediazione turca; la Guerra di Gaza ha bloccato le trattative. Mitchell vuole che ripartano da dove si erano arenate, puntando al coinvolgimento di Damasco nella riappacificazione del Medio Oriente.

Mitchell ha incontrato Assad, definendo il colloquio “franco e onesto” e allettando Damasco con l’offerta di nuove relazioni diplomatiche con gli Usa. Il coinvolgimento della Siria rientra nelle linee guida  dal piano di pace saudita del 2002, rilanciato un paio d'anni fa. Per adesso siamo al punto di partenza: “resuscitare i negoziati – ha detto Mitchell – è l’unica strada per garantire stabilità, sicurezza e prosperità a tutti gli stati della regione”.

In ogni caso quello che accadrà non dipende solo dagli Usa ma anche e soprattutto da quello che farà Israele. Che ha parlato per bocca del leader Netanyahu: “nel quadro delle nostre relazioni di amicizia con gli Stati Uniti non c’è accordo su tutto e ci sforziamo di trovare una soluzione su un certo numero di questioni”. Il Jerusalem Post lascia intendere che una soluzione potrebbe essere 'congelare' gli insediamenti israeliani nella West Bank, lasciando al governo Netanyahu maggiore spazio di manovra a Gerusalemme Est.

Mitchell ha incontrato il ministro della difesa Barak che si è detto “pronto a fare dei ragionevoli passi per la pace”. L’inviato di Obama l’ha definita una “discussione tra amici” non una “disputa tra avversari”, concludendo che i leader arabi devono fare dei passi avanti verso la normalizzazione dei loro rapporti con Israele, visto che l’impegno americano nel difendere la sicurezza israeliana “non cambierà”.

L’altro fronte diplomatico si chiama Iran. E per scongiurare un intervento israeliano contro Teheran si è mosso il segretario alla difesa Robert Gates. Gli Usa sono contro l’opzione d’attacco ma devono prepararsi all’evenienza. Dopo l’incontro di ieri con Netanyahu, il segretario alla Difesa americano ha spiegato che con Israele c’è “identità di vedute” e che la mano tesa verso l’Iran potrebbe scadere presto (si dice il prossimo settembre). Secondo il segretario di stato Hillary Clinton: “Gente come quella iraniana, che ha una così grande cultura e una così grande storia, merita di meglio di quello che ha adesso”.

Il ministro della Difesa israeliano Barak ha comunque fatto capire che Gerusalemme “non esclude alcuna opzione”. Anche se “Non siamo ciechi – ha aggiunto – comprendiamo che qualsiasi cosa facciamo può avere ripercussioni sui nostri vicini e altri ancora e cerchiamo di tenerlo in conto”. L'arrivo del consigliere per la sicurezza nazionale, James Jones, e del consigliere di Obama sull’Iran, Dennis Ross, serviranno a fare il punto con Barak e con lo stato maggiore israeliano. Gates sarà anche in Giordania per chiedere al Re Abdallah di sostenere il processo di democratizzazione iracheno quando il ritiro americano sarà finito.

L’apparato diplomatico americano sta facendo tutti gli sforzi necessari a tirare a bordo quella rete di cui parlavamo all'inizio. Ma per adesso si vedono solo i pescatori mentre i pesci sembrano navigare in acque profonde. Vedremo se sarà una buona pesca.

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