Medio Oriente, più la pace è vicina più aumentano i rischi di guerra

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Medio Oriente, più la pace è vicina più aumentano i rischi di guerra

Medio Oriente, più la pace è vicina più aumentano i rischi di guerra

29 Novembre 2007

Mi piace
Annapolis. Una ridente cittadina che ha saputo 
mantenere con gusto il suo centro storico. Un piccolo porticciolo
attorniato da deliziose boutique. Poi c’è il magnifico palazzo governativo,
noto per il discorso d’addio di George Washington, quando decise di lasciare il
comando dell’esercito alla fine della
rivoluzione e piuttosto che divenire una specie di dittatore montò sul cavallo
e se ne tornò a fare l’agricoltore.

Ah, poi c’è
anche la conferenza di Annapolis sul Medio Oriente, un’area in cui la maggior
parte dei regimi sono guidati da comandanti militari i quali piuttosto che
dimettersi e tornare a casa marcerebbero in armi sull’equivalente locale del
palazzo governativo per tenersi il potere.

Ma vediamo
se si può cogliere qualche indizio interessante dalla massiccia copertura di
stampa dell’avvenimento.

Da Scott
Wilson, Washington Post del 24 novembre: “Non nascondo alcun segreto sulla
posizione saudita: siamo stati riluttanti sino ad oggi – ha detto il ministro
degli esteri saudita, Principe Saud al-Faisal – e se non fosse per il consenso
del mondo arabo che abbiamo avvertito oggi, non avremmo deciso di partecipare”.

Che si
tratti di retorica o che sia un’affermazione sincera la sostanza non cambia.
Questo significa forse che la Siria mantiene un potere di veto sulla politica
araba, con la vecchia mania del consenso che sopravvive solo come scusa per non
fare mai nulla? Se se è così, questo è un altro chiodo piantato sulla bara del
processo di pace.

Wilson poi
scrive: “Con la sua vasta ricchezza in petrolio e la sua autorità sui luoghi
più sacri dell’Islam, l’Arabia Saudita ha grande influenza nel mondo arabo,
incluse le due principali fazioni palestinesi”.

Ma scusate un
momento. Se l’Arabia Saudita può partecipare solo se gli altri regimi arabi
danno il loro permesso, dov’è allora questa grande influenza? E c’è forse
qualche prova dell’influenza saudita su Fatah ( a cui non forniscono soldi) o
su Hamas ( a cui li danno anche se non al governo ma a singoli esponenti vicini a
questo)?

Ignorare
quello che ha detto il principe significa mettere in ombra uno dei problemi
della politica araba – ciascuno dei quali rappresenta un iceberg sulla rotta del
Titanic-processo di pace. Ma il successivo paragrafo di Wilson ignora ancora un
altro aspetto. I sauditi non eserciteranno alcuna vera o presunta influenza.

Perché? Ecco
i motivi:

– Aumenterebbe
il rischio di rivolte interne accrescendo il numero dei sostenitori di bin
Laden e il numero degli attacchi terroristici – visto che da sempre addestrano
la loro gente a considerare Israele come il demonio;

– aumenterebbe
il rischio di conflitti inter-arabi, rompendo così quel consenso di cui si
parlava prima,  in cui i più radicali
hanno diritto di veto,

-li
metterebbe in aperto conflitto con il sempre più potente Iran, cosa che temono
fortemente

– perché
dovrebbero farlo? Meglio lasciare Usa ed Europa a fare tutto il lavoro e
prendersi la colpa per il fallimento

– Le
sofferenze – vere e presunte – dei palestinesi sono un forte strumento
propagandistico

– e
cosa succederebbe se il processo di pace funzionasse e l’Arabia Saudita fosse
costretta alla fine ad avere normali relazioni con Israele? Brividi…!

-I
sauditi odiano ancora Fatah a causa del poco rispetto che Arafat mostrava nei
loro confronti e per essersi schierati con l’Iraq e contro di loro nel 1990-91

Questi
argomenti si vedono raramente menzionati nella stampa o nei convegni eppure
sono al centro delle politiche medio orientali.

E che dire
della presentazione “revisionista” che Wilson fa del piano di pace saudita:

“L’Arabia
Saudita è il principale proponente del piano sostenuto dalla Lega Araba nel
2002 che offre a Israele ampio riconoscimento da parte araba in cambio del
ritiro da tutti i territori conquistati nella guerra del 1967, compresa
Gerusalemme est. L’iniziativa araba che i negoziatori israeliani hanno
rifiutato di inserire nella dichiarazione congiunta, chiede anche una “giusta”
soluzione alla richiesta dei profughi palestinesi che vogliono tornare alle
loro case in Israele”.

Suona
abbastanza ragionevole ma “ampio riconoscimento” è definizione un po’ vaga. Tu
ci dai tutto quello che vogliamo e noi ammettiamo che tu esisti? E quel modo di
presentare il “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi? Notate come Wilson
lo fa sembrare un movimento di massa invece di uno slogan inventato dall’Olp
per spazzare via Israele. Ma alla fine tutti i “no” sono messi in conto a
Israele. Nessuna menzione al rifiuto della pace da parte siriana e palestinese
nel 2000.

In questo
contesto è interessante vedere cosa dice Amy Teibel dell’Ap il 25 novembre: “Il
leader palestinese Mahmoud Abbas ha detto di essere impegnato a fare qualsiasi
cosa possibile per chiudere un accordo entro l’anno prossimo”.

Ma Abbas farà
davvero qualcosa? Metterà fine agli attentati terroristici? Arresterà gli
autori degli attentati? Fermerà la predicazione all’odio nei media palestinesi
di cui ha il controllo? Metterà la scuola, le moschee, la stampa al servizio
dell’educazione alla pace? Si batterà contro la corruzione e il facile
passaggio degli aiuti internazionali nelle tasche dei suoi funzionari?

Ne dubito,
ma nessuno sembra prendere questi dubbi in considerazione.

Un altro
mito nutrito dai media è contenuto nell’articolo di Michael Matza sul
Philadelphia Inquirer del 26 novembre intitolato: “Le insidie di un nuovo
fallimento”.

Dice Matza:
“Dopo mesi di intensi ma inutili negoziati su come mettere fine al loro
testardo (mulish nella versione orginale) conflitto, le parti in guerra portano
la loro disputa sulla Chesapeake Bay per una conferenza orchestrata dal
presidente Bush e da Condoleezza Rice”. Capito? Il conflitto
israelo-palestinese è “testardo”, basato sulla stupida insistenza delle due
parti. E poi continua: “Ma in Medio Oriente, dove versare sangue è di routine, un
fallimento può aprire la strada a una nuova stagione di violenza. Volere la
pace è ammirevole. Ma può facilmente diventare letale se non ci sono le basi e
lo sforzo fallisce, dicono gli esperti”.

E’
esattamente il contrario. Innanzitutto bisognerebbe notare il disgusto per una
frase come “in MO versare sangue è di routine”. Fa il paio con la
“testardaggine” con cui questa gente agisce irrazionalmente. Lo spargimento di
sangue è terribile ma non è un fatto di abitudine, bensì di obiettivi. E’
l’estremismo dei fini e dell’ideologia che porta all’estremismo dei mezzi. Il
modo di pensare di molti giornalisti occidentali si adatta molto bene alle
società occidentali e alle loro politiche, ma fallisce completamente nel comprendere
come le cose funzionano in Medio Oriente. Così mancano di comprendere il
passato, aiutare il presente e predire il futuro.

Nel nostro
caso si presume che la gente desideri la pace, il compromesso e la
conciliazione e che quando non ottengono tutto ciò scelgono la violenza. In
effetti questo punto di vista ha nulla a che fare con la realtà. Il problema è
che la pace, il compromesso e la conciliazione sono sinonimi di eresia,
tradimento e resa. Più questi risultati appaiono possibili, più alto sarà il
livello di violenza per ostacolarli. Basta considerare che il ritiro di Israele
da Gaza ha portato al colpo di stato di Hamas; il ritiro israeliano dal Libano
ha rafforzato hezbollah; il processo di pace del 1990 non ha prodotto molti
palestinesi moderati; la promozione della democrazia avviata dagli Usa ha
aiutato più i radicali islamici dei moderati; e l’invasione dell’Iraq non a
portato pace e amore tra gli iracheni.

Questo non
significa che la conferenza di Annapolis sia stato un errore. Ma vuol dire che
non si risolverà mai un conflitto finché non si capisce di chi è la colpa per
il suo svolgersi e perché non si riesce a porvi rimedio.