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Mediobanca, Italia fuori da Eurozona risparmierebbe

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Un recente rapporto di Mediobanca accende i riflettori su un argomento che circola da un bel po' nei palazzi del potere, sui media ma anche nelle discussioni da bar. Da una rapida lettura del report, infatti, si capisce che c'è la possibilità di una uscita dell'Italia dalla eurozona nei prossimi anni, come del resto aveva già ipotizzato qualche settimana fa un approfondito articolo dell'American Enterprise Institute, che sottolineava comunque il rischio per l'Europa di uno scenario simile, una Italia "too big to fail". Sia Mediobanca che l'AEI arrivano comunque alle stesse conclusioni: da quando l'euro è sbarcato nel Belpaese non c'è stata una vera crescita. 

Certo le ragioni del mancato sviluppo italiano negli ultimi anni sono molte, le criticità della moneta unica si sono acuite con la crisi dei debiti sovrani, ma il rapporto di Mediobanca sottolinea che "la crescita estremamente contenuta del Pil, le limitate riforme strutturali, la deflazione e l'assenza di una reale sovranità monetaria, continueranno a rappresentare delle dure sfide per la sostenibilità del debito in Italia". Dunque, politiche monetarie, mancanza di crescita e livelli di indebitamento non solo non migliorano ma rischiano di diventare insostenibili. Insomma le cose tendono a peggiorare.  

Il rapporto sottolinea, poi, un dato di cui si parla pochissimo, "il Pil è rimasto stazionario, in termini reali, tra il 1999 e il 2015, mentre si è verificata una contrazione del 7% tra il 2008 e il 2016". Il concetto non può essere sintetizzato in maniera differente se non: negli ultimi 18 anni non c'è stata un vera crescita economica in Italia. Il paragone con le altre economie dell'area euro è impietoso, come sottolinea Loredana Federico, economista di UniCredit Bank Ag a Milano. "per l'Italia sarà molto difficile colmare il divario con le altre economie che sono già tornate ai livelli pre-crisi o lo hanno superato".

In termini di variazione del pil pro-capite, l'Italia fa addirittura peggio della Grecia, che dal 1998, nonostante la gravissima crisi degli ultimi anni, ha visto aumentare il proprio del 4 per cento in termini reali. Quanto alla Germania, l'aumento è stato del 26,1 per cento negli ultimi 20 anni, più che in qualunque altro paese dell'eurozona. Un secondo problema rilevato nel rapporto riguarda, poi, la politica della BCE sul quantitative easing (QE). Il programma prevede, sostanzialmente, la creazione di un extra di 80 miliardi di euro al mese in liquidità. Ma il rapporto, anche qui, ha qualcosa da sottolineare: "neanche il costo del beneficio del finanziamento QE è qualcosa che può essere preso per oro colato. Se da un lato, inatti, si stima un costo di 20 miliardi di euro di beneficio dal finanziamento iniziato nel 2013, dall'altro si calcolano 21 miliardi di euro che rappresentano l'impatto negativo dei tassi bassi sul MTM dei derivati del debito pubblico nello stesso periodo". 

Con MTM si usa indicare il "fair value" di una passività o di una attività sulla base del prezzo corrente di mercato. E, in questo caso, per 'passività', si intendono i derivati del debito pubblico. Dal momento che il mercato sta apprezzando questi ultimi ad un valore più basso, a causa della mancanza di crescita e debito pubblico, gli effetti iniziali del QE da parte della BCE sono annullati. I due fattori sopra riportati portano alla conclusione che nei prossimi anni gli investitori saranno meno restii a valutare la possibilità che l'Italia esca dalla zona euro, a meno che non si verifichi una seria ristrutturazione del debito. Opzione, questa, che aumenterebbe l'instabilità per una zona euro sempre più fragile. D'altronde Draghi aveva avvisato, "Se un Paese dovesse lasciare l'Eurozona, dovrebbe risolvere in pieno i crediti e le passività della banca centrale nazionale con la BCE".  A quanto pare, l'integrità della zona euro non è tanto inviolabile come quando ci hanno fatto credere. 

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