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Allarme sociale

Meno nascite e più inoccupati, l’Istat certifica la profonda crisi dell’Italia

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Una fotografia a tinte fosche quella scattata dall’Istat nel Rapporto annuale 2020 sullo stato del Paese. L’Istituto di statistica evidenzia, nel suo bilancio post Covid, tutte le fragilità del sistema Italia, mettendo ancora una volta in rilievo le disparità tra Nord e Sud, con il Mezzogiorno a fare da fanalino di coda in quasi tutti gli indicatori economici che contano. Insomma, c’è poco da stare sereni: i dati oggetto della rilevazione annuale certificano che la situazione è drammatica ed occorre intervenire subito per invertire il trend negativo.

Basti pensare al fatto che il 12% degli imprenditori vuole ridurre il proprio organico, con una grave perdita di posti di lavoro in tutti i settori occupazionali. Le donne sono tra coloro che restano più facilmente inoccupate, penalizzate dai turni notturni e dalla difficoltà di conciliare famiglia e lavoro. A gravare sulle attività femminili anche la didattica a distanza che ha visto le madri di ogni età in prima linea ad aiutare i propri figli, con una conseguente sottrazione di tempo allo stesso lavoro femminile. E se si riduce l’aspettativa di vita in uno dei paesi fra i più longevi dell’area Ue (il nostro), non va meglio per chi nasce in una famiglia poco agiata e spera con il tempo di migliorare la propria situazione economica. L’ascensore sociale è infatti bloccato, soprattutto per i nati tra il 1972 e il 1986: non solo non si verifica per costoro una “salita” verso posizioni migliori ma addirittura si registra una discesa vertiginosa verso classi sociali inferiori. Il 26,6% dei più giovani rischierebbe dunque un downgrading rispetto alle famiglie di origine.

Se la fase pandemica ha rafforzato il clima di coesione all’interno del Paese, va sottolineato che la possibilità che nascano nuovi bimbi si è ridotta notevolmente, anche se il desiderio di metter su famiglia rimane inalterato (la media ideale sarebbe di due figli per nucleo familiare). I nati scenderebbero così a 426mila unità entro la fine dell’anno in corso per poi ridursi a 396mila entro il 2021. E un Paese che non fa figli – lo abbiamo detto più volte – è destinato a ripiegarsi su se stesso.

Si annulla in questo modo la possibilità di generare futuro, di migliorare la qualità dell’istruzione, di far sì che chi ha meno possa avere di più grazie ad azioni di sostegno e di assistenza. Il che non vuol dire fare largo all’assistenzialismo; vuol dire piuttosto certificare la presenza dello Stato di fronte a soggetti deboli, emarginati, sconfitti, affranti. Insomma, il rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese va letto e tenuto da conto affinché i divari sociali attualmente esistenti possano ridursi.

L’Italia ha bisogno di politiche industriali serie in grado di garantire crescita e stabilità a tutte le fasce della popolazione. Fare questo è ora un’emergenza non più rinviabile.

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1 COMMENT

  1. Ho fatto il ricercatore del CNR per una quarantina d’anni, e tutti i risultati delle ricerche compiute dal gruppo in cui ero indserito sono rimasti “sulla carta”, nelle pubblicazioni in riviste scientifiche dei settori. Niente è arrivato alla produzione da parte delle industrie, che, spesso, si sono “tirate indietro” con motivazioni a volte al limite del ridicolo.

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