Mentre l’Occidente fa i suoi calcoli la Siria sta morendo
12 Maggio 2011
di Souad Sbai
Un campo di prigionia a cielo aperto vasto centonovantamila km quadrati, per ospitare oltre venticinque milioni di prigionieri. Questo è oggi la Siria di Assad, fra bombardamenti con i tank e repressioni di massa nel sangue. Damasco, Homs, Deraa: questi i teatri principali del folle massacro attuato dal dittatore a scapito della sua stessa popolazione, colpevole solo di chiedere libertà.
Non c’è ostacolo che possa ad oggi frapporsi alla forza d’urto dell’esercito siriano, che nonostante al suo interno presenti delle defezioni eroiche di giovani soldati che si rifiutano di sparare sulla gente pur sapendo bene che lo stesso destino toccherà a loro, avanza incontrastato. Il video che uno di loro ha inviato a Euronews, mostrando il tesserino militare e raccontando i drammatici momenti dell’ammutinamento, lascia davvero atterriti. E sullo sfondo il fragore delle bombe che colpiscono Tripoli e Misurata, con un Gheddafi misteriosamente scomparso e forse morto, a far da contraltare all’imperiosa figura di Assad, fieramente alla testa di questa aberrante repressione.
Eppure quell’alleanza che in Libia sta devastando ciò che rimane del paese dopo l’era del Colonnello, non muove un dito per colpire Assad, che meriterebbe di essere condannato a tanti ergastoli quante persone ha massacrato dall’inizio della rivolta. La Comunità Internazionale vede il sangue siriano nelle strade e la libertà imprigionata nelle galere di Damasco, ma nulla fa, se non impantanarsi in sterili discussioni su ridicole sanzioni internazionali. Il tutto per nascondere che la volontà di attaccare Assad non c’è. Perché il tiranno siriano è il miglior alleato di Ahmadinejad, famigerato direttore dell’altro campo di prigionia a cielo aperto che è l’Iran.
La Comunità Internazionale ha paura di scontrarsi con Siria e Iran, perché ne conosce la forza distruttiva e l’arroganza. Oppure qualcuno ha il coraggio di confessare che gli interessi sono primari rispetto ai diritti umani? Che forse qualche accordo geopolitico blocca quella incredibile frenesia che ha portato all’immediato attacco alla Libia? Il vero problema di chi decide le sorti di quel quadrante? Chi pensa con la propria testa, chi è cosciente che un dittatore non merita la morte solo perché amico di un esponente politico odiato in patria. E che, nella ristretta mente di qualcuno, un dittatore oggi non vale l’altro.
La Siria sta morendo, assassinata da chi le doveva dare la libertà, e fuori dal confine c’è ancora chi vive di fervida immaginazione, mentre l’estremismo si impadronisce dovunque di spazi vitali, barattando risorse in cambio della conquista della mente delle persone.
