Messi: adesso Nonna Clelia sarà contenta

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Messi: adesso Nonna Clelia sarà contenta

Messi: adesso Nonna Clelia sarà contenta

“Lionel, un giorno diventerai il più grande giocatore del mondo”. La frase è della nonna del neo campione del mondo di calcio Leo Messi. Quelle parole pronunciate da una anziana donna argentina di origine italiana nei confronti di un piccolo ragazzino neanche tanto robusto e determinato, un po’ smarrito come dicono le cronache, ieri al termine della finale contro la Francia da parte dell’Argentina, sono diventate realtà. Ma dietro tutto ciò c’è un mondo, una realtà incredibile fatta di tante cose.

Coraggio, determinazione, costanza, sogni da realizzare e perché no amore, tanto sentimento che cambia il mondo, le persone e la loro voglia di vivere, sorridere alla vita come sfida. Qualcuno una volta ha detto che dietro ogni uomo c’è una storia. Il suo crescere diventa uomo. Assumersi delle responsabilità per trovare un posto nel mondo. La storia del campione del mondo, di Leo Messi, inizia una mattina del 24 luglio 1987 in una cittadina dell’Argentina a neanche tanti chilometri dalla capitale Buenos Aires. E’ la stessa città dove è nato anni prima Che Guevara ma questa è un’altra storia.

I genitori del piccolo Leo hanno già tre figli. Il padre è di origine spagnola, Jorge ed un semplice operaio. La madre che porta lo stesso nome della nonna del neonato Leo è di origine italiana. Una donna che aiuta il marito a tirare avanti la famiglia facendo le pulizia in altre famiglie. Pochi soldi per sbarcare il lunario. E’ la storia, la realtà di tante famiglie di origine europea nel paese sudamericano. Viene subito in mente il nome dell’attuale papa della Chiesa Cattolica, Bergoglio, anche lui di origine italiana. Piemontese per la precisione.

Leo Messi ha un po’ tutto contro di lui. Viene da una famiglia modesta. Non ha un gran fisico, tutt’altro. E’ chiuso, parla poco. Non è davvero un bambino che esprima carattere, forza di volontà. Ma ha dalla sua lo sguardo di nonna Clelia. Non si saprà mai perché ma quella donna riesce a vedere delle potenzialità in quel piccolo ragazzino che si affaccia alla vita. Lo intuisce, diciamo così. Profondamente cattolica, con una grande fede, lo porta tre volte a settimana con la sua bicicletta a giocare a calcio. In un campetto un bel po’ distante da casa. Il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Nessuna settimana saltata.

Quella nonna intuisce che lo sport, il calcio, deve formare quel piccolo nipote insicuro. Lo sprona. Gli sorride. Lo difende quando viene picchiato da altri ragazzi, il doppio di lui, durante le partite di calcio. Novanta minuti sono lunghi ma Leo deve tenere duro. Rimanere in piedi, stringere i denti. Rafforzarsi. Deve prendere delle medicine ma ci sono sempre soldi per questo per questo.

Nonna e nipote sono inseparabili. I mesi passano e così anche le stagioni. Leo inizia a giocare meglio. Gli sguardi e le parole di nonna Clelia sono fatte di tante cose. Così come i sorrisi. Ma esprimono un unico concetto: “Devi credere in te stesso. Non arrenderti mai”. Scritto sullo sfondo dei lunghi chilometri in bicicletta in quella pianura argentina.

Qualcuno nota Leo. La proposta di trasferirsi in Spagna per continuare a rimanere un calciatore arriva inaspettata per tutti tranne che per nonna Clelia. La vita è fatta di tante cose, anche di addii. Tra la nonna e il nipote arriva anche questo momento. “Sai Leo, abbiamo fatto tanto insieme, adesso è arrivato il momento che tu faccia qualcosa per me. Sono gravemente malata. Tu segnerai tanti goal. Ogni volta che questo accadrà devi dire una preghiera per tua nonna e guardare il cielo”.

Il grande giocatore Leo Messi dopo aver segnato, tutte le volte, nessuno goal escluso, ha alzato gli occhi al cielo, dopo aver fatto il segno della croce. Una preghiera per sua nonna Clelia. Quel piccoletto alto neanche un metro e 70 è andato avanti. Negli anni ha vinto tutto quello che poteva vincere. Senza polemiche, frasi cattive. In silenzio si è fatto strada in un mondo di giganti. Pian piano li ha, come dire, sovrastati. La pulce ha superato tutto e tutti, soprattutto se stesso.

Non ha mai dimenticato gli insegnamenti di sua nonna. Non ci può essere futuro senza il passato. Campionato spagnolo, campionato europeo per club. Più volte pallone d’oro. Poi, un giorno, sempre seguendo la strada tracciata dalla parola amore è tornato indietro nella sua città argentina di Rosario per ritrovare l’altro grande amore della sua vita.

Una ragazzina di origine italiana. I suoi occhi non li aveva mai dimenticati. Lei, soprannominata la Pocahontas argentina, è stata la sua amichetta fin dai tempi della scuola. Nei primi anni. Sui banchi. In un mondo del calcio fatto di scandali. Amori usa e getta. Leo e Antonella Roccuzzo, di origine calabresi per la precisione, si sono sposati il 30 giugno del 2017. Neanche a dirlo a Rosario. Davanti alle rispettive due famiglie.

Nonna Clelia non c’era ma chissà se questo era vero. Con loro negli anni sono arrivati tre figli, tutti maschi. Thiago, Mateo e Ciro. Una foto ricorda Leo Messi perdere un aereo che doveva portarlo ad una importante partita con una squadra inglese per stare con un bambino all’aeroporto che gli aveva chiesto una maglia col numero 10. Seduti a parlare. Beneficenza è una parola che i due coniugi, Messi e Roccuzzo, conoscono bene. Son più che ricchi ma non si sa quanti soldi danno a chi ne ha bisogno. Si sa solo che sono tanti, proprio tanti.

La sua famiglia era lì sorridente in quel modernissimo stadio del Qatar nella finale incredibile vinta dall’Argentina contro la formidabile Francia nel campionato mondiale di calcio appena concluso. La bandiera del paese sud americano sventola così per la terza volta sul podio del mondo del calcio. Gli argentini per la terza volta sono davanti a tutti. Stavolta con il loro capitano, Leo Messi. 36 anni, l’ultimo campionato del mondo da lui giocato. Come lui stesso ha detto. A guardarlo sembra un po’ uno dei tanti ragazzi che stanno in silenzio in fondo al pullman. Non si atteggia. Non parla a sproposito. Osserva. Fa suo il mondo attorno a sé. Che vuol dire, poi, lasciare tutti senza fiato con le sue incredibili giocate.

Un pallone che sembra l’emanazione di se stesso. Appena arrivato in Spagna sembra che uno dei dirigenti del Barcellona che lo aveva visto giocare esclamò “ma questo qui da dove viene fuori”. Negli anni Messi al di là del diventare un grande giocatore, forse il più grande della storia del calcio, di sicuro ha imparato che molti l’hanno sottovalutato ma che la sua forza viene da lontano, da un passato che lui ricorda molto bene.

In Argentina da diverse ore c’è una specie di pellegrinaggio laico sotto la casa che era stata di nonna Clelia. Valori, riconoscenza per quello che quella donna ha fatto per il loro capitano argentino campione del mondo. Le immagini trasmesse in tutto il mondo parlano di una folla immensa nella capitale Buenos Aires. Il ringraziamento di un popolo, di una nazione che nella sua storia ne ha viste tante. Popolo di immigrati. Di duro lavoro. La voglia di andare avanti. Di farcela sempre e contro tutti. Lo ricorda ogni giorno nel suo pontificato, non c’è bisogno di ricordarlo, lo stesso Papa Francesco.

Dire che la storia di Leo Messi è unica è come affermare che la storia di ogni uomo e donna è unica e irripetibile. E quando i riflettori della grande vittoria argentina si saranno spenti rimarrà solo quel gesto rappresentato da un segno della croce, una preghiera e uno sguardo al cielo di un ragazzino diventato campione del mondo verso una anziana donna chiamata nonna Clelia.