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Metalmeccanici uniti contro la “squadra” di Montezemolo

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La piattaforma rivendicativa dei tre sindacati di categoria (Fiom, Fim e Uilm) legati alle grandi confederazioni approvata in questi giorni  è - come ha detto lo stesso presidente di Federmeccanica Massimo Calearo - uno schiaffo in faccia alla controparte: proposte onerose avanzate solo per farsi dire di no.

Vi è certamente qualche esagerazione nelle parole dell’imprenditore vicentino, però è evidente come nel contesto degli accordi del 1993, secondo i quali gli aumenti salariali nazionali dovevano recuperare l’inflazione programmata, e che avrebbero dunque prevedere aumenti nell’ordine dei 65 euro, chiederne 147 è una bella sfida. Di questi 147, poi, 30 sono per i lavoratori delle imprese che non fanno accordi aziendali. E questo è un ulteriore passo verso la distruzione della logica del ’93 che prevedeva aumenti correlati alla produttività: se si danno comunque 30 euro mensili in più senza valutare alcun aumento di produttività, la logica contrattuale studiata per aumentare la competitività dell’industria italiana svanisce.

Le proposte sindacali portano il segno della Uilm, categoria dei metalmeccanici della Uil, che è passata da un atteggiamento moderato a uno duramente salarialista: la Fim-Cisl chiedeva aumenti per 100 euro, la Fiom-Cgil per 132, il sindacato guidato da Tonino Regazzi ne chiedeva 152 e ha trovato l’accordo delle altre organizzazioni su 147. Certo i sindacalisti della Uil avanzano le loro proposte anche per difendere in qualche modo le forme di flessibilità contemplate dalla Legge Biagi, che non è più osteggiata in toto neanche dalla Fiom, e per ottenere qualche spazio per una gestione più innovativa (anche se molto modesta) degli straordinari. Resta il fatto che, non tanto per la quantità (i salari dei metalmeccanici, a partire dalla fasce più basse, sono cresciuti poco nell’ultimo decennio anche a causa della composizione del costo del lavoro in Italia), quanto per la qualità (il limitatissimo peso del legame salari- produttività) le richieste dei metalmeccannici “uniti” (le componenti moderate schierate con quelle radicali) la proposta di Fiom-Uilm-Fim è un grande brutto colpo per la Confindustria montezemoliana.

Uno dei fondamenti di certe aree di ostilità verso il precedente presidente Antonio D’Amato era data da quella parte di imprenditori meccanici (soprattutto dell’Emilia e di parte della Lombardia, a iniziare da Brescia) che aveva dovuto subire duri scioperi di una Fiom che non aveva firmato il contratto. Mentre lo avevano firmato Fim e Uilm. Luca Cordero di Montezemolo in persona aveva spiegato che si poteva aprire un nuovo corso di relazioni più aperte con la Cgil: nuovo corso che avrebbe portato grandi benefici alle imprese, sulla base della filosofia del “fare squadra”. Anche Alberto Bombassei, un po’ perplesso, dopo avere condotto in prima persona la linea sindacale damatiana, aveva dovuto cantare nel coro montezemoliano. Tre anni dopo, la situazione è molto difficile: non si sono modificate le regole della contrattazione nazionale, si stanno affossando gli accordi del ’93, i problemi della produttività restano quelli che si conoscono. Non solo: la Fim e la Uilm si sono ritirate e hanno rinunciato a esprimere punti di vista riformisti. La Fiom da isolata che era, ha ora un peso decisivo.

L’idea di una Cgil che faceva gioco di squadra non ha portato risultati pratici. I confindustriali impegnati in prima fila da Montezemolo (Andrea Pininfarina è quasi sparito dalla scena, ma anche Bombassei e Calearo sono in difficoltà) a difendere la linea del fare squadra, non hanno portato a casa grandi risultati.

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