Mi fido del mio computer. Più che della Cassazione.
11 Febbraio 2009
Mi fido del mio computer. Lui conosce il valore delle cose. E della vita. E consente solo a me di eliminare ciò che è mio.
Quando, ad esempio, voglio sopprimere una e-mail non è sufficiente che io, con clic distratto, la releghi in “posta eliminata” (che poi, alla faccia del lessico approssimativo degli ingegneri, eliminata non è). Se voglio proseguire nel mio intento distruttivo devo andare sulla casella “posta eliminata”, cliccare ancora sulla crocetta in alto a destra e rispondere a una domanda ultimativa, chiara, netta: vuoi eliminare in modo definitivo gli elementi selezionati?
Il mio computer, insomma, vuole capire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se sono consapevole di ciò che sto facendo.
Ma non basta. C’è di più, infinitamente di più. Per iniziare il protocollo di eliminazione di qualcosa che è mio e soltanto mio, il mio computer vuole essere sicuro che a decidere sia proprio io. Per questo mi chiede un segno d’identità: una password.
Perché c’è pure il caso che da quelle parti passi mio padre che, in buona fede, magari perché in un momento particolare mi ha sentito dire “non sopporto più tutte queste e-mail”, voglia aiutarmi, voglia, a modo suo, rispettare la mia volontà. Il mio computer, che ne sa una più di tutti i tribunali, che ne ha viste di tutti i colori, che rispetta i miei errori, che mi consente di sbagliare, non permette che nessun altro sbagli per me, decida per me. Neanche per una stupida, inutile e-mail.
Mi fido del mio computer. Più che della Cassazione.