Milano amara per il Cav. col rebus Lega Il terzo polo non sfonda e si divide

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Milano amara per il Cav. col rebus Lega Il terzo polo non sfonda e si divide

16 Maggio 2011

Il voto amministrativo dice tre cose. La prima: il centrodestra segna il passo a Milano con la Moratti costretta al ballottaggio da Pisapia che spiazza tutti, perfino i suoi. La seconda: la debàcle del Pd a Napoli dove al secondo turno con Lettieri ci va il dipietrista De Magistris e la conferma di una radicalizzazione a sinistra, da un lato l’Idv, dall’altro i vendoliani, e terzo incomodo, i grillini. Coi democrat al traino, fatta eccezione per la vittoria netta di Piero Fassino a Torino e quella che si profila al primo turno per Merola a Bologna, anche se c’è la sorpresa del Movimento Cinque Stelle che sfiora il 10 per cento. La terza: la performance non esaltante del Nuovo polo casinian-finiano inchiodato ad un consolatorio 5.6 per cento a Milano, nella stessa città dove Bocchino aveva vaticinato l’exploit di Manfredi Palmeri.

L’effetto immediato è un Terzo Polo già diviso tra chi come Urso e Ronchi sanno fin d’ora cosa fare il 5 e 6 giugno, mentre Bocchino e i pasdaran futuristi puntano a essere l’ago della bilancia. Tutto mentre Casini, Fini e Rutelli ripetono che il bipolarismo è finito e riuniti in conclave decideranno la linea solo oggi, a bocce ferme, anche se l’orientamento pare essere quello della libertà di voto. La realtà di questo voto dice anche altro: ci sono alcune piazze, a cominciare da Bologna dove i candidati terzo polisti sono stati scavalcati da quelli di Grillo.

Milano, avviso al Pdl. Il 42 per cento (secondo le ultime e parziali proiezioni) della Moratti pesa molto nel centrodestra. Il sindaco uscente si giocherà il tutto per tutto al ballottaggio e con lei le forze che la sostengono, Pdl e Lega in testa. Ma soprattutto per Berlusconi la sfida milanese rappresenta uno snodo importante, perché la forte caratterizzazione del significato politico di questo voto, l’impegno in prima persona e la sua candidatura a capolista del Pdl per Palazzo Marino hanno inevitabilmente trasformato l’appuntamento elettorale in una sorta di referendum pro o contro il premier. E la flessione di Pdl e Lega nei voti di lista, segnala che qualcosa non ha funzionato. Al di là delle dichiarazioni prudenti fino all’ultima scheda scrutinata, i numeri sono difficilmente interpretabili. 

C’è dell’altro: nella sfida all’ombra della Madunina, bisognerà leggere bene la performance del Carroccio che sì, è convintamente a sostegno della Moratti e lavorerà per la vittoria al secondo turno ma la sensazione che serpeggia nei ranghi pidiellini è che gli uomini del Senatur non si siano spesi fino in fondo e al massimo per accompagnare la Moratti alla vittoria al primo turno. E questo allo scopo di incassare proprio in vista del ballottaggio un peso maggiore nella prossima giunta di centrodestra, a cominciare dalla poltrona di vicesindaco rivendicata dal Carroccio (da due legislatura appannaggio di De Corato, ex An oggi nel Pdl)  e per la quale è dato in pole position Matteo Salvini, consigliere comunale ed europarlamentare.  E non è escluso che il tutto possa avere anche effetti sugli equilibri nazionali.

Bocche cucite e aria tesa nel quartier generale di via Bellerio. I commenti sono rinviati a tarda sera, in attesa dei risultati definitivi, ma qualcosa esce ed esce dalla bocca dello stesso Salvini per il quale a Milano “sono stati compiuti degli errori”. Facile immaginare che il politico padano li individui tutti nel campo dell’alleato, cioè il Pdl. Bisognerà vedere quanto questo ‘avviso di sfratto’ al centrodestra o “la breccia di Pisapia” come nel centrosinistra  l’hanno già ribattezzata, riuscirà a ricompattare le forze moderate e soprattutto a riallacciare i contatti con i terzo polisti per fare fronte comune e battere il candidato vendoliano Pisapia.  

Ipotesi alla quale guarda con interesse Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl che a questo punto si domanda come faccia il terzo polo, di fronte a una radicalizzazione della sinistra “a mantenersi su una posizione neutra”. Ed è proprio sulla radicalizzazione della sinistra che il vicepresidente dei senatori insiste evidenziando che Casini non può sottoscrivere un patto con la sinistra vendoliana o dipietrista e che proprio per questo occorre “radunare il voto del polo moderato”. Così a Milano, così a Napoli. Così come in Calabria dove l’alleanza dell’Udc col Pdl  dice che quando le forze moderate stanno insieme, sono maggioritarie nel paese. Quanto alla performance della Moratti, Quagliariello non si nasconde dietro un dito: “Conservare i voti a Milano senza quelli di Fini e di Casini sapevamo che oggettivamente era difficile. Io non ho mai pensato a una vittoria al primo turno ma a un ballottaggio favorevole”.  Detto questo rileva difficoltà speculari sia nel Pd con l’esempio di Milano e Napoli che tra i terzopolisti che “ora dovranno scegliere” da che parte stare.

Terzo Polo al bivio. Nelle dichiarazioni di rito Casini da un lato e Bocchino dall’altro suonano la grancassa del terzo polo determinante per i ballottaggi. In realtà il 5,6 di Palmeri a Milano e l’8 per cento di Pasquino a Napoli non sono certo risultati stratosferici da enfatizzare, men che meno il fatto che in città come Bologna il candidato di Casini è stato surclassato da quello di Beppe Grillo (che sfiora il 10 per cento). Né la performance del terzo polo può essere interpretata come un ottimo viatico in chiave 2013. Per un semplice motivo: adesso e forse una volta per tutte, il terzo polo deve decidere da che parte stare. La politica del ‘un po’ di qua e un po’ di là’ non basta più e non può bastare, a maggior ragione di fronte a una radicalizzazione della sinistra. Il che significa che a Milano, Casini dovrà scegliere se far convergere i voti moderati sul candidato vendoliano Pisapia o sulla Moratti e a Napoli se sostenere il candidato dipietrista De Magistris o seppure lavorare per la vittoria di Lettieri.

D’ora in poi non ci sono più mezze misure e la decisione potrebbe avere un peso specifico (in termini di consensi) anche in vista delle politiche, tra due anni.  Un bel dilemma per Casini e i suoi. Un nuovo motivo di lacerazioni dentro Fli, con Urso e Ronchi che hanno già scelto da che parte stare al secondo turno, cioè con il centrodestra. E sul fronte dei pasdaran con Bocchino convinto che, invece, i colleghi di partito parlano a titolo personale e che sarà Fli a individuare la linea definitiva nei prossimi giorni. Dunque, da queste amministrative il partito di Fini potrebbe uscire con una spaccatura forse definitiva. Per Casini una grana in più.

Pd ‘ostaggio’ di Vendola e Di Pietro. De Magistris che sorpassa Morcone a Napoli, Pisapia che a Milano spiazza tutti. Due fotografie per certi aspetti speculari che evidenziano tutta la difficoltà di un partito, il Pd, che pure in questa tornata elettorale ha dovuto andare al traino di Vendola e Di Pietro. Sono loro, i leader di una sinistra radicale il primo e di una sinistra giustizialista e populista il secondo, quelli che possono cantare vittoria perché in entrambi i casi hanno rifilato una ‘lezione’ a Bersani e D’Alema incassando un risultato elettorale ‘personale’ che lascia poco spazio alle interpretazioni. 

A parte la vittoria schiacciante di Fassino a Torino e quella ancora non certa ma probabile di Merola a Bologna, i democrat fanno i conti con gli alleati e con un dato oggettivo: una radicalizzazione fortemente ideologizzata che rischia di fagocitare il fragile equilibrio interno sul quale si regge il partito di Bersani. E a poco vale l’esultanza di Bersani o le parole di miele che Di Pietro gli dedica commentando i risultati elettorali.

Perché la sinistra è bravissima a ricompattarsi attorno all’unico collante che la tiene insieme – l’antiberlusconismo – ma il rischio vero è che il primo partito di opposizione debba piegarsi ai diktat degli alleati. Vecchi, nuovi o presunti.