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Mille palestinesi per un soldato israeliano: uno scambio poco morale

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di Efraim Inbar

Abbiamo scelto l’editoriale di  Efraim Inbar proprio per il suo stile diretto e senza sfumature, anche se certo la tesi può apparire molto dura. Sul tema delle trattative per liberare cittadini e soprattutto soldati israeliani rapiti da palestinesi, hezbollah, o terroristi di svariate nazionalità, Israele ha sempre avuto un atteggiamento sofferto ma disponibile.  Si tratta di un riflesso dovuto  alla determinazione a dare valore alla vita di ogni singolo uomo fino allo stremo, dopo tanto strazio e tante vite perdute nella vicenda storica degli ebrei. 

Ma quell’atteggiamento costituisce anche una sorta di patto tacito, teso a  fornire a ogni soldato una garanzia: il ragazzo che va a servire in armi il suo paese per tre anni,  in situazioni fra le più pericolose del mondo, e con lui la sua mamma, la sua ragazza, sanno che Israele farà di tutto per liberarlo se sarà rapito.

Ma Inbar identifica in questa analisi una situazione  strategica che induce alla riflessione, forse al cambiamento. La crescita tutt’intorno a Israele, da Gaza al Libano, all’Iran, dell’aggressività e dell’accumulo di armamenti letali, impone una riflessione: occorre forse rivedere i parametri strategici di questa guerra perenne in cui Israele  è immersa. Ciò che appariva morale un tempo può divenire letale. La scelta di Inbar è quella di una morale diversa, quella, innanzitutto della salvaguardia e della sopravvivenza di Israele, costi quel che costi. Anche la vita di un suo soldato rapito. Un dilemma degno di essere ponderato. (Fiamma Nirenstein)

 

Mille palestinesi per un soldato israeliano: uno scambio poco morale

Il governo israeliano sembra aver già deciso di rilasciare oltre mille terroristi in cambio di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito nel giugno 2006.  Il governo sta ora negoziano con la controparte palestinese guidata da Hamas sull’identità dei terroristi che potranno essere inclusi nello scambio.

Esiste in effetti l’ obbligo morale di riportare a casa Shalit, ma quell’obbligo è sottoposto a limiti di carattere anch’esso morale e di utilità.

Rilasciare terroristi sotto ricatto incoraggia nuovi atti di terrorismo. I palestinesi che macchiano di crimini terroristici imparano in fretta che la loro permanenza in prigione più essere molto breve se i loro compagni riescono a rapire cittadini israeliani con cui fare cambio. Inoltre si perde qualsiasi effetto rieducativo sui detenuti: le statistiche mostrano che il 50 per cento dei rilasciati tornano alla loro abitudine di uccidere israeliani.

Rilasciare terroristi e quindi mettere a rischio la vita di altri  cittadini ha un evidente risvolto morale.

Senza contare che l’accordo è anche uno schiaffo in faccia alle famiglie delle vittime. Mentre è vero che la punizione più severa non è mai di consolazione per la perdita di un congiunto, i segni di gioia e di vittoria degli assassini rilasciati rinnovano terribilmente il dolore. Questo finisce per indebolire la fiducia della società israeliana nella lotta al terrorismo.

Al contrario il rilascio dei terroristi rafforzerà il nuovo governo palestinese dominato da Hamas. I moderati nel governo saranno indeboliti, mentre Hamas che finora ha fatto molto poco con la sua azione di governo, otterrà consensi dalla dimostrazione di essere in grado di far uscire i palestinesi dalle prigioni israeliane. L’accordo porterà alle stelle il morale dei palestinesi e aumenterà il sostegno popolare al governo islamista.

Negoziare con il governo palestinese per il rilascio di terroristi manda un messaggio sbagliato sotto tutti i punti di vista. E’ difficile credere che un paese che è stato in grado di liberare gli ostaggi ebrei presi ad Entebbe, a distanza di migliaia di chilometri, si arrenda al ricatto di banditi appostati a pochi chilometri dai confini di Israele. Molti israeliani oggi si sentono umiliati e probabilmente sosterrebbero un governo determinato a porre termine a queste politiche di scambio e a rifiutare ogni ricatto.

La soluzione non uno scambio di prigionieri ma una azione militare a Gaza. La necessità di un’operazione su vasta scala è evidente ormai da tempo. A Gaza è stato risparmiato il trattamento riservato nell’aprile 2002 alla Cisgiordania con l’operazione “Defensive Shield” che ha ridotto significativamente le capacità palestinesi di colpire Israele.

Il ritiro unilaterale da Gaza nel 2005 ha creato le migliori condizioni per i terroristi per attaccare Israele. Le capacità offensive dei palestinesi aumentano di giorno in giorno con l’afflusso di armi e di tecnologia avanzata che ormai ricevono con crescente supporto internazionale. Il raggio d’azione dei missili Kassam è stato notevolmente ampliato e nuovi tunnel di rifornimento sono stati scavati, mettendo un sempre maggior numero di israeliani in pericolo. Inoltre, dopo la seconda guerra libanese, Hamas e altre milizie a Gaza tentano di emulare gli Hezbollah, credendo di avere la possibilità di sconfiggere l’esercito israeliano.

La lezione appresa in Libano è che l’inazione a lungo andare è pericolosa e ha un prezzo da pagare. Prima l’esercito israeliano si occuperà della crescente capacità militare palestinese, meglio sarà. Non è necessario rioccupare Gaza permanentemente, ma sarebbe opportuno un attacco su larga scala per ripulire le rinnovate capacità offensive delle milizie, seguito da interventi militari intermittenti per mantenere il controllo. Azioni del genere avranno un costo per Israele ma questo sarà certamente inferiore a quello che si pagherà rinviando. La sicurezza complessiva di Israele sarà meglio garantita da un intervento preventivo a Gaza piuttosto che da un’azione successiva.

L’intervento militare avrà anche l’effetto di complicare la vita al nuovo governo palestinese e di impedire il suo consolidamento. E, ancor più importante, un successo militare ristabilirà un minimo di deterrenza necessario a  mostrare a tutti i radicali del Medio Oriente che gli eventi dell’estate 2006 hanno rappresentato un cedimento temporaneo e che l’esercito israeliano è ancora in grado di combattere e vincere.

Offrire oltre mille palestinesi in cambio di un israeliano non è quello che ci vuole.

Efraim Imbar insegna scienze politiche all’Università di Bar-Ilan ed è il direttore del Begin-Sadat Center for Strategic Studies (BESA)

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