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Cinquant'anni dopo

Mishima Yukio, la morte e la spiritualità nell’Impero che cambia pelle

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Mishima Yukio è di gran lunga l’autore giapponese più noto e più tradotto grazie alla sua versatilità e al suo vigore. Come afferma Henry S. Stokes: «siamo di fronte all’unico scrittore nipponico che si sia espresso con la stessa forza nelle quattro principali forme della prosa: il romanzo, il racconto, il saggio e il lavoro teatrale».

Le agiografie ne fanno una figura dai contorni mitici, i critici ne sottolineano l’esibizionismo, ma ogni volta che si rileggono le sue pagine si aprono sempre nuovi squarci su una mente acuta e su uno stile in grado di commuovere il lettore.

Mishima avrebbe voluto terminare i suoi giorni entro i vent’anni (come Raymond Radiguet che venerava), ma 45 fu il limite massimo che si concesse.

Nel suo universo letterario: giovani ossessionati dalla vecchiaia, culto della virilità, amori infelici, ma anche un profondo senso di spiritualità. Sullo sfondo, l’Impero sconfitto che si occidentalizzava e – appunto – un morboso rapporto la morte. Morte che non deve essere un progressivo decadimento ma un atto di potenza, un’affermazione creativa.

Nel romanzo Tempio dell’Alba, Mishima dice di Honda (uno dei protagonisti del ciclo Il Mare della Fertilità), ritratto davanti allo specchio nella sua stanza nell’Oriental Hotel a Bangkok: «Avevo visto solo il riflesso di un uomo di 47 anni che aveva vissuto troppo a lungo».

Mishima era ossessionato dall’idea di morire in età avanzata per malattia o per cause accidentali, perciò – nel riflesso di Honda – vede il pericolo di un’ipotetica, avanzata, vita futura. Ed è probabile che all’uscita di quel romanzo (terzo volume della quadrilogia inaugurata da Neve di primavera, preceduto da A briglia sciolta e seguito da La decomposizione dell’Angelo) – il 10 luglio del 1970 – avesse già deciso e programmato la data e la modalità rituale del proprio suicidio.

Commentando la futura pubblicazione – in un’intervista rilasciata nel 1969 – descrive le diverse caratteristiche del suo stile di scrittura e di narrazione: «Dopo aver volutamente usato in Neve di primavera un linguaggio ricco di ornamenti retorici – per descrivere l’amore tragico e la morte a vent’anni del giovane e bellissimo Kiyoaki -, ho cercato di scrivere A briglia sciolta in uno stile il più virile possibile – per raccontare la vicenda del giovane militare Isao, idealista e morto suicida per seppuku – e il Tempio dell’Alba in uno stile cromaticamente ricco – per descrivere la storia di una principessa thailandese, Ying Chan, perita anche lei a vent’anni per il morso di un cobra, e, allo stesso tempo la corruzione dell’alta società giapponese nel dopoguerra. Ma forse ritenere che un solo autore possa utilizzare linguaggi tanto diversi nasce da un eccesso di fiducia in se stessi o da un’illusione».

Il filo conduttore di questo flusso narrativo è quello che lo stesso Mishima descrive come una storia «di sogni e di metempsicosi», infatti uno dei protagonisti, muore – come abbiamo visto – sempre a vent’anni per reincarnarsi ogni volta, mentre l’altro – il già citato Honda – è il comprimario e l’osservatore che, per sessant’anni, vede il ciclo ripetersi mentre – sullo sfondo – il Giappone muta pelle.

Nell’ultimo romanzo – La decomposizione dell’Angelo – lo schema e lo stile cambiano e questa volta definitivamente, perché il ciclo si è consumato, giungendo a conclusione: Toru si avvelena a vent’anni ma non muore, resta cieco.

Il finale – un dialogo tra Honda (ormai ottantenne e malato) e la Badessa che custodisce il tempio dove sessant’anni prima aveva preso vita questo viaggio spirituale, storico, emotivo – è totalmente al di fuori dei registri dell’autore, ha un sapore zen, profondo e folgorante come un koan che si schiude sul ku, il vuoto; lo stesso che forse Mishima ritrovò nell’ultimo atto che questa volta lo vide protagonista: «Ho sentito spesso ripetere il detto “La penna e la spada si uniscono in un unico cammino”, ma in verità esse si uniscono solo nella morte».

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