Moldavia, c’è qualcuno che ha manipolato la “Twitter Revolution”

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Moldavia, c’è qualcuno che ha manipolato la “Twitter Revolution”

22 Aprile 2009

Sulla scia del cambiamento tecnologico abbiamo atteso a lungo una rivolta politica che sembrava essere finalmente arrivata lo scorso 7 aprile. Tra tutti i luoghi esistenti al mondo, dalla Moldavia è giunta la notizia della “Rivoluzione di Twitter”: a quanto pare in uno dei Paesi più arretrati d’Europa – un luogo che spesso viene definito come uno degli Stati più infelici del mondo – un gruppo di ragazzi avrebbero utilizzato i messaggi su Twitter, gli sms, gli appunti su Facebook, per organizzare una manifestazione in favore della democrazia e opporsi ai brogli elettorali.

La nuova tecnologia ha messo questi ragazzi di fronte alla vecchia autocrazia, in una trama fatta apposta per le prime pagine dei giornali: da un lato Vladimir Voronin, il presidente moldavo comunista, un uomo che non è solo un ex capo della polizia segreta sovietica ma – pensate un po’ che grande coincidenza! – anche il padre dell’uomo più ricco del paese; dall’altra le forze della modernità, della gioventù e del social networking. I giovani democratici si aspettavano circa 1.000 manifestanti. Grazie alla tecnologia, invece, ne sono arrivati più di 10.000.  

Sembrava troppo bello per essere vero, e infatti non è vero. Purtroppo sta diventando sempre più chiaro che non c’è stata nessuna “Rivoluzione di Twitter” in Moldavia, e non soltanto perché c’è una manciata di utenti registrati a Twitter nel Paese. Il fatto più importante è che, secondo gli osservatori  locali, l’inaspettata e numerosa manifestazione del 7 aprile (10.000-15.000persone è un bel risultato per l’apatica Moldavia) non è stato il prodotto spontaneo del progresso tecnologico. Come neppure è stato un semplice incidente il fatto che, tutto a un tratto, i manifestanti siano diventati violenti, abbiano incendiato alcuni edifici del governo o siano riusciti a sostituire la bandiera che si trovava nei piani alti dell’edificio del Parlamento con quella romena.

Non voglio esagerare; e non voglio neppure mescolarmi con quella massa di teorici cospirazionisti del flash-mob (un gruppo di persone che si radunano all’improvviso in uno spazio pubblico per mettere in pratica delle azioni insolite, grazie all’aiuto di Internet o tramite cellulari, ndt) che spunta fuori immediatamente ogni volta che c’è una crisi da qualche parte nel mondo post-sovietico: questo evento non è stato organizzato così bene da poter essere considerato una cospirazione e sicuramente ha fatto innervosire le autorità, preoccupate – senza dubbio – che così tanta violenza potesse sfuggirgli di mano.

Ma per quelli che erano presenti il giorno della manifestazione, quella in piazza non sembrava affatto una folla spontanea di giovani che sta cercando di costruirsi un futuro migliore. L’opposizione moldava non è sufficientemente ben organizzata o popolare da ispirare un movimento come quello che abbiamo visto, con o senza Twitter. Per di più, alcuni dei dimostranti più violenti sono stati immediatamente identificati dagli osservatori occidentali e dai politici locali come membri delle forze di sicurezza moldave. Uno degli osservatori in seguito mi ha fatto notare come, in realtà, sarebbe stato davvero difficile raggiungere anche semplicemente il tetto del Parlamento senza qualche attrezzatura e senza una preparazione adeguata, figurarsi piazzare una bandiera da soli.

E’ importante ricordare anche perché la bandiera romena ha una sua rilevanza: la Moldavia è stata creata nel 1940 quando Stalin, seguendo i termini dell’accordo sottoscritto con Hitler, occupò la provincia romena della Bessarabia, la riorganizzò in una repubblica sovietica e, con un perverso gesto d’arroganza imperiale, sostituì l’alfabeto latino con quello cirillico. Ad oggi, quindi, la paranoia moldava sulle ambizioni romene nella regione è fondata sulla realtà. Certi politici moldavi dell’opposizione appoggiano la riunificazione con la Romania, così come la appoggia parte della popolazione romena.

Il governo di Bucarest, nel frattempo, si è fatto promotore di una richiesta radicale come può essere quella di far stringere legami più forti tra la Moldavia e l’Europa. Ma i leader comunisti della Moldavia non vogliono instaurare rapporti più stretti né con la Romania né con l’Europa, in primo luogo perché i loro amici russi non gradirebbero particolarmente questo avvicinamento. E qui arriviamo al 7 di aprile: proprio quando i negoziati con l’Unione Europea con la Moldavia iniziavano a procedere cordialmente, ecco che è divampata una terribile – ma perfettamente credibile – esplosione di nazionalismo romeno!

Senza grosse sorprese, la settimana scorsa il governo moldavo ha accusato quello romeno di revanscismo, ha espulso l’ambasciatore romeno e ha arrestato i presunti capobanda dell’ancor più presunto colpo di Stato sponsorizzato dai romeni, talvolta pestandoli brutalmente. Naturalmente il presidente russo è subito intervenuto per condannare “i disordini di massa che si sono creati con il pretesto di non essere d’accordo con i risultati elettorali”. Lo stoico inviato europeo in Moldavia ha cercato di placare gli animi, riscuotendo anche qualche successo. Ma la sua influenza ha dei limiti: a un certo punto, Voronin ha detto ai diplomatici che non gl’importava niente dell’Europa, bofonchiando minacciosamente “abbiamo degli amici altrove”.

In altre parole, quello che abbiamo visto su YouTube non è stato un nuovo tipo di “rivoluzione twitteriana” ma, al contrario, un nuovo tipo di rivoluzione manipolata; non una Rivoluzione Arancione, né quella delle Rose, ma una rivoluzione deliberatamente deviata. Certo, ci sono state delle circostanze speciali: è abbastanza facile far arrabbiare la gente e permetterle di bruciare gli edifici del governo nel paese più infelice del mondo. Comunque sia, prevedo che questo è stato il primo segno di molte altre “rivoluzioni” del genere che avverranno in futuro. Uno scenario di questo genere è troppo bello per essere sprecato solo in Moldavia.  

Tratto da “Washington Post”

Traduzione di Fabrizia B. Maggi