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Molti buoni motivi per ripensare la politica agricola comune

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"I giorni dei cerali a basso costo sono finiti", ha dichiarato Dan Basse, presidente della AgResource, società di analisi dei dati sulle materie prime di Chicago. Gli incrementi dei prezzi di quest'anno paiono dargli ragione. Infatti i prezzi di soia e mais prodotti in Illinois sono cresciuti rispettivamente del 75% e del 40% rispetto allo scorso anno, mentre il grano del Kansas ha registrato una crescita del 70% o più.

Dall'analisi della serie dei prezzi dei futures della Borsa di Chicago (la prima la mondo per i mercati dei generi alimentari) si evince che si tratta di un aumento tutt'altro che legato al contingente (raccolti scarsi), ma dovuto al fatto che i farmers trovano più conveniente vendere i propri prodotti alle compagnie energetiche per produrre elettricità piuttosto che farne cibo. Ma non basta questo, perché anche milioni di persone in Asia e Sudamerica grazie al miglioramento delle condizioni di vita, effetto della deprecata globalizzazione, possono spendere più denaro per comprare generi alimentari fino ad allora inarrivabili. Detto in breve, il cinese della middle class o il softerista della net company indiana può permettersi tra la ciotola di riso o un piatto di pasta o una bistecca alla texana. Ecco come si spiega l'aumento della domanda di latte e carne, che a sua volta incremanta la domanda di cereali per nutrire il bestiame.

L'inversione della tendenza all'abbassamento dei prezzi dei cereali potrebbe, però, produrre degli effetti nefasti. Infatti le riserve stanno arrivando al punto più basso degli ultimi anni e ciò potrebbe rendere il mondo assai debole di fronte a crisi prodotte  da carestie o cattivi raccolti. Anche l'aumento delle superfici coltivabili ha un limite ben preciso che non può essere varcato, pena i disastri ambientali che avvennero negli stati degli USA delle praterie negli anni '80 dell'Ottocento o negli  anni ‘30 del Novecento. Per di più il rincaro dei prezzi minaccia anche di impedire alle charities di fornire cibo alle centinaia di milioni di persone che vivono di sussidi alimentari nei paesi del Terzo Mondo, specie in quelli africani martoriati da lunghissime e sanguinose guerre civili e tribali.

Allora come se ne esce? Anzitutto con un approccio e un utlizzo più sensato delle biotecnologie, da non vedersi più come qualcosa di mefitico o mefistofelico ma come una straordinaria opportunità di sviluppo. Si pensi a una varietà di mais capace di reggere alle siccità, perchè dotato del gene di una pianta bisognosa di poca acqua: renderebbe coltivabili non solo in modo stabile gli States delle praterie, ma anche molti paesi africani e asiatici che oggi stentano a produrre cibo per sé ma che così addirittura potrebbero esportarne per l'estero, con benefici effetti sulla propria economia. Senza contare che il bio-diesel potrebbe diventare una realtà assai conveniente.

Poi è necessario un ripensamento della polica agricola comune, che non sia solo benefica verso gli elettorati rurali dei principali paesi dell'Unione Europea, come Francia o Regno Unito, ma sia finalizzata alla realizzazione di un nuovo modello di vita e sviluppo. Ciò è tanto più vero in ragione dello spostamento di milioni di europei dalle aree urbane ai piccoli centri. Si tratta di un fenomeno che l'eurocrazia trascura. Sapranno Sarkozy, Merkel e Gordon Brown interpretare e gestire il cambiamento? A  Prodi non si può chiedere  perché non conta molto e soprattutto vede tutta la crisi attuale con gli schemi intellettuali di trent'anni fa, come ha candidamente ammesso al Convegno di politica industriale di Foggia del 20 settembre scorso.

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