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La guerra e il virus

Morire di Covid o morire di fame: ecco il dilemma della Siria

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Nove anni fa, in piena “primavera araba”, prese corpo una piccola manifestazione in una città di provincia del sud-ovest della Siria, Darra. Era l’11 marzo del 2011, e nessuno avrebbe potuto pensare che nel giro di neanche un anno la Siria si sarebbe trasformata nel campo di una delle battaglie più feroci e spietate che l’umanità abbia mai conosciuto.

Più di 80.000 jihadisti provenienti da oltre 70 Paesi del mondo (arabi, turchi, uiguri delle province cinesi, ceceni, albanesi, kosovari, europei convertiti all’Islam, magrebini, caucasici, ecc.) arrivarono in Siria convinti di combattere la loro guerra santa e di poter guadagnare il paradiso, vantaggi inclusi, compresa la loro quota di belle vergini come promesso dal Corano. A organizzare, finanziare e armare queste orde di tagliagole, principalmente Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia e gli Emirati arabi. La Turchia curò in particolare gli aspetti logistici e mise a disposizione degli jihadisti arrivati da ogni dove i suoi 850 km di confine,  facilitando il transito e provvedendo al loro addestramento. Nacque così un grande alleanza di matrice islamica sunnita, guidata dall’Arabia Saudita. A questa alleanza parteciparono, più o meno convinti, quasi la totalità dei Paesi musulmani sunniti, e la Lega araba espulse senza indugio la Siria, che pure ne era stata uno degli Stati fondatori.

Solo che l’alleanza durò poco e interessi contrapposti tra i principali protagonisti, Turchia e Qatar da una parte e Arabia Saudita ed Emirati Arabi dall’altra, fecero deflagrare l’intero progetto. Inoltre la resilienza dello Stato siriano nelle sue componenti fondamentali (esercito di leva, popolo, società civile) e l’entrata in campo, con forza, della Russia di Putin, fece fallire definitivamente il progetto di islamizzazione del Paese.

Per capire meglio il clima di entusiasmo iniziale, e la successiva delusione, è utile ricordare le parole di un importante protagonista di quell’epoca, l’ex primo ministro del Qatar, Hamad Ben Jasem: “Ci siamo gettati sulla preda (la Siria) come si getta un branco di lupi su un animale ferito, solo che mentre noi litigavamo su come dividerla, la preda è fuggita”.

Perché la Siria? Per comprenderlo è opportuno dare un’occhiata alla cartina geografica del Medio Oriente e alla posizione geostrategica di questo Paese: punto di snodo tra il Mediterraneo e il medio e lontano Oriente ( via della seta); punto di passaggio obbligatorio per i corridoi del gas provenienti dal Golfo Persico (Qatar) e diretti in Europa; punto estremo di una faglia geopolitica instabile che va fino all’India passando, senza soluzione di continuità, per Iraq, Iran, Afganistan e Pakistan, e ancora ostacolo insormontabile, verso sud, ai sogni di Erdogan e alla rinascita del nuovo impero in salsa ottomana, ad Israele e le sue ambizioni di realizzare uno stato confessionale. E infine la natura stessa della società siriana, multietnica (arabi, siriaci, curdi, armeni, assiri e altre minoranze ancora), multiculturale, multiconfessionale (musulmani, cristiani, alawiti, drusi), e soprattutto il suo essere una società laica. Risuonano ancora le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate durante la sua vista a Damasco nell’anno 2001: “La Siria ha una sua vocazione specifica, quella di essere, come è sempre stata, terra d’incontro tra fedeli di tutti le religioni”. E questa vocazione, che ostacolava i progetti di molti attori, in particolare di un islam radicale d’importazione, estraneo alla storia e alla cultura della zona, doveva essere rimossa.

Il 22 dicembre del 2016, la guerra siriana inverte la sua direzione di marcia. L’esercito nazionale, con l’aiuto decisivo e determinante delle forze armate russe, in particolare dell’aviazione, con base stabile nell’aeroporto di Hmaimin, sulla costa, riconquista la città di Aleppo, e immediatamente dopo seguono Palmira, Deir El Zur, fino al confine con l’Iraq.

In Siria oggi, Daesh è stato sconfitto e cacciato dalla quasi totalità del territorio. E’ rimasta solo la provincia di Idlib, nel nord ovest, al confine con la Turchia, sotto il controllo delle formazioni di Al Nusra, il braccio siriano di Al Qaeda, protette direttamente dall’esercito turco. Inoltre la Turchia, vedendosi smascherata e privata dei suoi strumenti principali di pressione, ha deciso di entrare direttamente, con il proprio esercito, oltre il confine, occupando una fascia di territorio siriano di 6000 kmq. Gli americani, con la scusa di proteggere i curdi, hanno installato anche loro basi militari nel nord est della Siria lungo il confine dell’Iraq, impossessandosi dei principali campi petroliferi siriani.

La partita siriana, come quella libica, è strettamente legata allo scontro in atto per la spartizione dei giacimenti di gas nella zona est del mar Mediterraneo. Le alleanze in campo sono: 1) Turchia e Qatar; 2) Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi; 3) Israele e Stati Uniti D’America; 4) Russia, Cina e Iran. Come notate manca la UE, ma questa ormai è una costante, che dimostra, purtroppo, l’inconsistenza di una politica estera europea. Paesi come Cipro, la Grecia e l’Italia, pur facendo parte dell’Unione, sono costretti, ciascuno per proprio conto, a cercare una collocazione in una delle suddette alleanze, per difendere i loro interessi nazionali, in quello che un tempo si chiamava Mare nostrum.

La Siria oggi, dopo nove anni di guerra, e nonostante la liberazione della quasi totalità del suo territorio dalle formazioni terroristiche, resta vittima di uno scontro di interessi tra potenze internazionali e regionali, Russia, America, Cina, Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita.

Si vogliono disegnare i confini del nuovo Medio Oriente. Gli accordi Sykes-Picot, le potenze (Francia e Inghilterra) che li hanno scritti e firmati, i confini che hanno prodotto, gli interessi per i quali sono stati tracciati quei confini, appartengono ormai a un passato troppo lontano. I nuovi protagonisti intendono scrivere una nuova storia, e sembra che Stati come Siria, Libano, Iraq e lo stesso regno di Giordania non avranno posto in questa nuova narrazione, devono sparire dalla carta geografica del Medio Oriente.

Perciò, in Siria, finita o quasi la guerra con le armi inizia quella economica, e a morire è sempre la povera gente, non certo gli uomini del “regime”.

Come se non bastassero le sanzioni in vigore, adottate dalla UE e dagli Stati Uniti già dal 2011 (Unione Europea assente ingiustificata, negli ultimi dieci anni, dalle politiche del Mediterraneo, ma pronta quando si è trattato di affamare il popolo siriano), che stanno mietendo più vittime della stessa guerra, il 17 giugno 2020 entrerà in vigore una nuova legge, del congresso americano, chiamata “Caesar”, che ha per obiettivo la chiusura ermetica dei confini siriani. E’ vietato a chiunque commerciare con la Siria; nessuna banca, americana o non, può effettuare transazioni finanziarie collegate a quel Paese; nessuna società o persona fisica può farvi entrare o uscire merci di nessun tipo. Insomma, una punizione collettiva che colpisce un intero popolo.

Mentre il mondo intero è impegnato a combattere la pandemia, ai siriani è rimata solo la scelta tra morire di Covid-19 o morire di fame, poiché è proibito loro di importare anche semplici prodotti alimentari. In nome di che cosa tutto questo? Per difendere la democrazia e i diritti umani.

 

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