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Libertà negata

Morire per la democrazia: la dittatura degli Aliyev in Azerbaijan

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I recenti eventi del Cairo mi hanno richiamato alla mente una mia personale esperienza di qualche tempo fa, quando i bravacci del governo mi hanno picchiato e arrestato per aver partecipato a una manifestazione. Ci arrestarono a migliaia, poi, nei posti di polizia, cominciarono con le torture. Qualcuno, più tardi, morì per le percosse; altri andarono a cercare asilo politico in Europa.

Non è accaduto in Egitto, Bahrein, Yemen, Libia o in qualche altro paese di quelli che adesso si trovano sulle prime pagine dei giornali. E’ accaduto in una nazione che, per quanto ricca di materie prime, per quanto geograficamente strategica, ha fatto in modo di restar fuori dai riflettori dell’informazione.

E’ accaduto in Azerbaijan. Visti la situazione in cui versa e i venti di cambiamento che spirano per tutto il Medio Oriente, il governo e il pubblico americano dovrebbero dedicare un’attenzione maggiore a quel paese.

L’Azerbaijan si trova nel Caucaso, crocevia tra l’Europa orientale e l’Asia occidentale; confina con Iran, Russia, Turchia e altre nazioni di grande importanza per gli Stati Uniti. E’ ricco di petrolio e metano. Il suo regime, persino a paragone delle dittature che in questo momento affrontano le proteste di piazza, è incredibilmente autocratico e corrotto.

Mi ricordo una conversazione di dieci anni fa, c’erano alcuni esperti di politica internazionale che ammonivano dell’intenzione del presidente azero Heydar Aliyev di trasmettere il potere al figlio, proprio come accade nelle dittature della Siria o della Corea del Nord. Dissi che non ero d’accordo, che non riuscivo a immaginarmi una cosa del genere, perché – argomentavo – nel nostro paese esiste una forte opposizione che ambisce alla democrazia, e guarda ai valori delle democrazie occidentali.

Io avevo torto, loro avevano ragione. Nel 2002, il presidente Aliyev cambiò la Costituzione in modo da permettere la trasmissione del potere a suo figlio Ilham. L’anno seguente, mentre si trovava forzatamente a riposo in un ospedale turco, il presidente nominò Ilham primo ministro. Subito dopo, Ilham “vinse” un’elezione presidenziale con l’84 per cento delle preferenze, in assenza di dibattito e al termine di una campagna elettorale brevissima.

E’ stato allora che migliaia di persone, me compreso, sono scese per strada a Baku, la capitale. Siamo stati affrontati, e subito travolti, dalla repressione brutale di polizia, forze di sicurezza e banditi al soldo delle elite al potere.

Da allora, le cose sono peggiorate. I partiti dell’opposizione sono stati estromessi dalle istituzioni, i media indipendenti come Voice of America, RFE/RL e la Bbc hanno perso la licenza di trasmettere su suolo azero, il giornalista di un noto quotidiano dell’opposizione è stato ucciso, dozzine di altri giornalisti hanno abbandonato il paese e due blogger hanno lasciato la prigione solo in questi giorni, grazie a un’intercessione del presidente Obama.

Dopo avere spianato l’opposizione, Ilham Aliyev è stato “rieletto” presidente nel 2008 con l’87,4 per cento dei voti. L’anno dopo, ha modificato la Costituzione rendendo permanente il suo mandato. Lo scorso novembre si sono tenute le elezioni politiche, e non ha permesso che alcun parlamentare dell’opposizione entrasse in Parlamento.

Il regime degli Aliyev è adesso più brutale e corrotto che mai, e si ammanta di propaganda come ai tempi dell’Urss. Non esiste un sistema legale indipendente, miliardi di dollari provenienti dal petrolio sono scomparsi rubricandoli come finanziamenti di strade, ponti e palazzi inesistenti. Ed è corrotto da togliere il fiato.

Milioni di azeri, umiliati, non hanno potuto far altro che emigrare in Russia, dove a costo di enormi difficoltà, e sopportando una diffusa discriminazione, inviano qualche soldo ai familiari rimasti a casa. Gran parte del paese, per di più, è sotto occupazione armena, e centinaia di migliaia di profughi vengono lasciati a vivere in condizioni inumane, senza che abbiano alcuna speranza di potere, un giorno, tornare a casa.

Il regime ha comprato il silenzio dei governi occidentali garantendo collaborazione sulle questioni energetiche, e dipingendosi come un alleato nella guerra al terrorismo. Si tratta della stessa, cinica strategia adottata dal regime di Mubarak in Egitto, i cui risultati sono adesso sotto i nostri occhi.

L’Azerbaijan ha bisogno di cambiare, subito. Il suo popolo vuole elezioni libere con uguali opportunità per tutti. Il suo governo deve essere trasparente e responsabile dell’ordine pubblico, e la stampa dev’essere libera.

Gli Stati Uniti hanno di fronte una scelta chiara. Possono continuare a mantenere buoni rapporti con un regime impopolare e autocratico, in cambio di una tranquillità a breve termine. Oppure possono riconoscere, come alla fine hanno fatto con l’Egitto, che anche i loro interessi, oltre a quelli del popolo azero, risiedono nella libertà e nella democrazia. Gli Stati Uniti dovrebbero dire chiaramente al regime azero che deve aprire le porte al vento di cambiamento che spira nella regione.

© News & Observer
Traduzione Enrico De Simone
 

Elkhan Mehdiyev è Fulbright Scholar dell’Azerbaijan presso la Duke University.

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