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L'addio al Maestro

Morricone e quel ‘900 che ci può salvare

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Chi può, si precipiti su youtube, e cerchi “Deborah’s theme”, tratto dalla colonna sonora di C’era una volta in America. A occhi chiusi, pare che le note accompagnino, cullandoci, in un volo. Laggiù, i tetti d’Italia, l’apice dei campanili, il Colosseo e il Duomo, il Maschio Angioino, i porti e le baite. Ennio Morricone ha saputo racchiudere nelle note il nostro essere italiani, consegnandosi all’immortalità. L’arte è veramente tale se è universale, se sa farsi ricordare ed è in grado, in ogni tempo e in ogni latitudine, di suggerire ad ognuno una chiave di lettura. Per questo ricordiamo le musiche del Buono, il Brutto e il Cattivo a distanza di 60 anni, ma dimentichiamo il tormentone estivo di tre anni fa. Torniamo a Deborah’s Theme. Andiamo avanti nell’ascolto, avvolti in questo velo di grazia, solennità, malinconia, lieta rassicurazione.

E l’Italia, è casa, è Morricone. E’ quel ‘900 che perdiamo, figura dopo figura, in dissolvenza mentre si spengono gli echi delle dichiarazioni di commiato, tutte uguali e tutte ammantate di formalismi inscatolati. Quel ‘900 che ha segnato una grande epopea italiana, di un Paese rinato dalle proprie ceneri, e capace di sprigionare la sua anima di generosità, fatica, genio. Storie di provincia che conquistano la loro quota di mondo e di storia. Talenti modellati come una statua michelangiolesca, lavorando di scalpello e martello, gettando sudore e lacrime, senza le scorciatoie. L’Italia degli Alberto Sordi e dei Federico Fellini, che dovevano dividersi il pasto. L’Italia, appunto, di Morricone, che per sua stessa dichiarazione visse con l’ansia di trovarsi senza lavoro. Lo slancio quasi spirituale delle grandi doti intrecciato ai buoni valori nati nei tinelli di casa, o nelle cantine. Mai montarsi la testa, lavorare duro, essere generosi. E mentre questo quadro viene quasi riposto nel baule dei ricordi, proseguiamo il viaggio supersonico nel Paese dei Balocchi di oggi, la terra delle scorciatoie, dove il talento è quantificabile nei follower, la scorciatoia della furiosa bulimia social toglie di mezzo la crudezza del cammino in salita. Dove è una febbrile successione di “fenomeni del momento”, e tutto sembra aver preso il ritmo forsennato dei social, dei messaggi di whatsapp, della bulimia da immagini. E nessun pennello sembra riuscire a fissare un altro tratto di colore nel meraviglioso affresco italiano. L’Italia, com’è stata e come dovrebbe tornare, saprà respirarla solo chi avrà memoria. E’ una salvezza, avere un grande passato. Ma è una condanna non avere un presente.

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