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Fuori dai circoletti dei tappeti rossi

Mostra del Cinema, la Venezia da bere e la Venezia da vivere

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Venezia nell’ultimo anno è salita quattro o cinque volte soltanto agli onori del dibattito pubblico. E non è stato né per la Biennale d’arte né per il Festival del Cinema, che è in corso adesso. L’Italia infatti ha parlato e discusso di Venezia per cinque questioni che interessano il futuro complessivo della Nazione, anche se sembrano toccare soltanto la città.

L’elenco è veloce: 1) se è giusto o no che Venezia abbia un numero chiuso di turisti, che oggi arrivano a 20-25 milioni di presenze l’anno; 2) se è giusto o no che le grandi navi di crociera, circa 663 nel 2012 oltre a 300 traghetti, navighino a stretto ridosso degli edifici storico-artistici con il rischio della fortuita collissione come la Costa Concordia al Giglio; 3) se è giusto o no che Pierre Cardin, con un’operazione da 2,5 miliardi di euro, costruisca a Marghera una complessa struttura architettonica, il Palais Lumiere, in cui ospitare anche l’Università della Moda; 4) se è giusto o no che Benetton o Prada o Pinault si comprino palazzi storici o punti strategici come il Fontego dei Tedeschi o Ca’ Corner o Punta della Dogana dando milioni di euro al Comune, garantendo il restauro degli immobili ma assicurandosi anche una fisiologica trasformazione degli spazi affinché essi, oltre ad essere luoghi musealizzati, diventino anche luoghi di commercio e di vendita.

Sembrano questioni non decisive: invece toccano in pieno il dibattito sul nostro futuro, su quale Italia vogliamo, quale turismo incentiviamo, quali regole o leggi vogliamo preservare, quali politiche culturali scegliamo di perseguire. Insomma il patrimonio storico-artistico di Venezia è ancora, per fortuna, un fuoco acceso che suscita forti contrapposizioni e confronti.

Ciò che invece non diventa né motivo di contrapposizioni né motivo di fierezza è il Festival del Cinema. La televisione e i giornali ne danno notizia, ma in fondo la kermesse non innesca alcuna discussione civile. Il patrimonio storico-artistico di Venezia, come quello delle altre città, è così intrecciato a case, abitazioni, uffici, parcheggi, negozi, scuole, chiese, che discutere di esso significa discutere della nostra vita, dei nostri spazi. Il Festival di Venezia invece si è mestamente adeguato alla generale convinzione che il cinema non sia così coessenziale al nostro vivere. Esiste nella sua inessenzialità, come un aperitivo. La sua irrilevanza civile è nei fatti. Si parla assai di film nei giorni del Festival, ma sono fiumi di inchiostro per pettegolezzi, recensioni e tappeti da star. Ovvero, appunto, superfluità.   
 

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