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Il futuro della politica estera europea

Mrs. Pesc e Israele, quando il buongiorno si vede dal mattino

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Le recenti frizioni tra Israele e Stati Uniti hanno distolto l’attenzione dai rapporti diplomatici tra lo Stato ebraico e l’Unione Europea (Ue). Eppure il tema è di grande interesse, in quanto con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona l'Ue intende rafforzare la sua politica estera comune per la quale il conflitto israelo-palestinese costituisce un importante banco di prova. La baronessa Catherine Ashton, nominata Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune (Pesc), sarà quindi chiamata a favorire la ripresa del processo di pace, dal momento che l'Ue fa parte del cosiddetto Quartetto insieme a Stati Uniti, Onu e Russia.

In quest'ottica, il capo della diplomazia europea è stata finora molto attiva, per quanto a senso unico. Nei primi mesi del suo mandato, infatti, la Ashton si è mostrata fortemente critica (solo) nei confronti di Israele. Il 15 dicembre 2009, nel primo discorso di fronte ai parlamentari di Strasburgo, la signora Pesc ha detto che “Gerusalemme Est e il West Bank sono territori occupati”, ha criticato il muro israeliano in Cisgiordania e ha invitato a riaprire il flusso di beni verso Striscia di Gaza. Nessuna critica, invece, nei confronti Hamas, e nessun invito ai palestinesi moderati perché tornino al tavolo delle trattative senza precondizioni. Neanche a dirlo, il discorso della Ashton ha suscitato molte critiche: secondo quanto riportato dal quotidiano “Haaretz”, funzionari governativi di Gerusalemme hanno espresso sorpresa, disappunto e preoccupazione a fronte di critiche “espresse prima ancora di visitare Israele, e di venire direttamente a conoscenza dei fatti”. Non si dimentichi, poi, che le accuse della signora Pesc sono giunte a seguito di un semestre molto burrascoso per i rapporti tra Israele ed Ue, dal momento che la presidenza svedese (luglio-dicembre 2009) aveva proposto di riconoscere unilateralmente lo Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, contro le politiche “discriminatorie” del governo israeliano.

L’occasione di toccare con mano la realtà israelo-palestinese è giunta poi a fine marzo, quando la Ashton ha visitato la Striscia di Gaza – e il suo arrivo è stato salutato dal lancio di un razzo che ha colpito un kibbutz nel sud di Israele, uccidendo un agricoltore. Tornata in Europa, la baronessa ha affidato le proprie riflessioni ad un articolo intitolato “Lessons from a Gaza Trip”, pubblicato dal prestigioso “International Herald Tribune” lo scorso 21 marzo. “Spostandosi da Israele a Gaza – scrive la Ashton – si passa da un paese del XXI secolo ad un paesaggio che è stato sfigurato”, una landa desolata in cui “ricostruire è impossibile, dal momento che Israele blocca il traffico di merci”: la Sig.ra Pesc auspica poi una veloce ripresa dei negoziati, in quanto anche per gli israeliani “solo una pace definitiva porterà la sicurezza”. Delle responsabilità di Hamas, però, la Ashton non parla, limitandosi a notare come l’estremismo cresca “tra le macerie e i campi per rifugiati” – e non nell’ideologia terroristica di chi comanda quel fazzoletto di terra.

La miglior riflessione sull’articolo della Ashton è firmata David Harris. In un editoriale pubblicato sul quotidiano conservatore israeliano “Jerusalem Post”, Harris si mostra molto sorpreso: “La parola ‘Hamas’ non compare neppure una volta nel suo articolo. Come è possibile scrivere di Gaza oggi e non menzionare la sua forza governativa?”, chiede il direttore esecutivo dell’American Jewish Committee, e come è possibile “sorvolare sulla carta fondativa di Hamas?”. In quel documento, ricorda Harris, è scritto chiaramente che “Israele esisterà e continuerà ad esistere finché l’Islam non lo distruggerà, come ha distrutto altri prima di lui”: prima di scrivere di Gaza, allora, chiunque dovrebbe prima “informarsi sul disconoscimento del diritto all’esistenza di Israele, sulla condizione della donna, sulla centralità della Sharia nella società, e sulle ragioni che hanno portato l’Unione Europea a considerare Hamas un’organizzazione terroristica”. Se la pace deve essere basata sulla coesistenza e il mutuo rispetto, conclude Harris, bisogna prima di tutto riconoscere che Gaza è controllata da un gruppo terroristico che “non ricerca la pace, ma vuole sabotarla”.

La signora Pesc è in carica da pochi mesi, e avrà tutto il tempo per sposare una linea più moderata ed equidistante. In caso contrario, il rischio è che i rapporti tra Europa e Israele – rapporti diplomatici, certo, ma anche scientifici e commerciali – finiscano per deteriorarsi ulteriormente. Ad oggi, Catherine Ashton resta un personaggio controverso: quando ha assunto la carica di Alto Rappresentante, più che dei suoi progetti diplomatici si è parlato dei suoi trascorsi politici (il famoso dissidente russo Vladimir Bukovsky, ma non solo, l’accusa di aver incassato fondi dall’Unione Sovietica negli anni ottanta); e il fatto che molti non la considerino una figura di peso – anche alla luce del nuovo assetto europeo – non significa però che le sue dichiarazioni non sortiscano un effetto negativo tanto sui rapporti tra israeliani e palestinesi, quanto tra Israele ed Ue. Le riflessioni di David Harris sarebbero un buon punto di partenza per tutti gli europei: dopo aver riconosciuto i problemi di una parte, è giusto farlo anche con gli altri attori della regione. Solo così sarà possibile trattare onestamente, avendo ben chiara la realtà di cui si discute.

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