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Zimbabwe divorato dall'inflazione

Mugabe apre a un governo di unità nazionale

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È giunta a una svolta la crisi politica dello Zimbabwe. Tutto ha avuto inizio con il rifiuto del suo presidente Robert Mugabe di accettare la volontà dell’elettorato che il 29 marzo scorso, chiamato alle urne per eleggere il capo di stato e i membri del parlamento, gli ha preferito, attribuendogli la maggioranza relativa, l’avversario Morgan Tsvangirai, leader dell’Mdc, Movimento per il cambiamento democratico. Per la prima volta nella storia del paese, il partito di governo, lo Zanu-Pf, è stato così messo in minoranza.

Il 21 luglio Mugabe, Tsvangirai, che non si vedevano insieme dal 1999, e Arthur Mutambara, che guida una fazione minoritaria dell’Mdc, hanno firmato un memorandum d’intesa preliminare all’avvio di negoziati che, almeno stando alla dichiarazione d’intenti, dovrebbero entro 15 giorni portare a un accordo tra le parti per la costituzione di un governo di ‘unità nazionale’, la solita formula con cui in Africa le leadership politiche, constatata l’impossibilità di escludere gli avversari dal potere, si rassegnano a spartirlo.

 

Nei giorni precedenti, mentre alle Nazioni Unite Russia e Cina esercitavano il diritto di veto per impedire l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che proponeva nuove sanzioni allo Zimbabwe, Mugabe, riconfermato alla presidenza il 27 giugno con un ballottaggio farsa al quale ha partecipato da solo, aveva intrapreso due iniziative volte a restituirgli anche il controllo del Parlamento. Con la prima ha tentato di portare dalla propria parte Arthur Mutambara per assicurarsi i suoi 10 seggi. Inoltre ha chiesto l’incriminazione e un mandato di cattura per sette parlamentari Mdc, accusati di essere responsabili delle violenze verificatesi dopo il voto. Secondo gli esponenti dell’opposizione, l’intenzione è di ottenerne la condanna grazie a giudici corrotti e quindi di procedere a elezioni suppletive dopo aver preparato la vittoria dello Zanu-Pf con atti di intimidazione alla popolazione.

 

I negoziati avrebbero dovuto incominciare immediatamente a Pretoria, in Sud Africa, alla presenza del presidente sudafricano Thabo Mbeki che fin dall’inizio della crisi svolge la funzione di mediatore per incarico della Comunità di sviluppo dell’Africa Australe. Ma sono stati subito rinviati almeno di un giorno: forse il primo incontro avrà luogo il 24 luglio. Nell’attesa, e malgrado la soddisfazione espressa dai governi che hanno impedito a livello internazionale una condanna più energica ed efficace di Mugabe, il fatto positivo è che forse la volontà popolare sarà rispettata almeno in parte, se davvero l’Mdc entrerà nel governo. Tuttavia resta al potere un dittatore responsabile della bancarotta dello Zimbabwe, macchiatosi di gravissime violazioni dei diritti umani, incluse le violenze inflitte alla popolazione civile nelle ultime settimane durante le quali i suoi fedeli “veterani della guerra di liberazione” hanno ucciso, violentato e torturato infierendo contro i sostenitori dell’Mdc.

 

Inoltre, che l’influenza di Morgan Tsvangirai determini un cambiamento di rotta lo si saprà soltanto alla prova dei fatti. È successo troppe volte nella storia dell’Africa indipendente che gli avversari di un regime si siano rivelati altrettanto corrotti e incapaci di amministrare nell’interesse collettivo, una volta giunti al potere. Per questo, con l'obiettivo di dare un segnale inequivocabile di fermezza, l’Unione Europea ha approvato nel frattempo l’estensione ad altre 37 persone delle sanzioni che già colpivano Mugabe e un centinaio di cittadini zimbabwani.

 

Tanto meno vi è certezza che entro due settimane i partecipanti raggiungano un’intesa: altre situazioni analoghe hanno richiesto dei mesi perché si arrivasse a un accordo. Ma di tempo ne resta davvero poco in Zimbabwe, per milioni di persone. Secondo gli ultimi dati ufficiali pubblicati il 17 luglio dall’Ufficio centrale di statistica del paese, l’inflazione, al 165.000 per cento a febbraio, è ormai salita alla vertiginosa quota di 2,2 milioni per cento e rilevazioni effettuate da enti privati la danno addirittura a 12,5 milioni per cento. Alcuni beni di prima necessità hanno subito un incremento ancora maggiore, stando a un comunicato della Banca centrale: ad esempio, il prezzo del sapone da bucato è aumentato di 70 milioni per cento, quello dell’olio da cucina di 60 milioni per cento e quello dello zucchero di 36 milioni per cento. Una pagnotta di pane costa circa 100 miliardi di dollari zimbabwani. Ancora nel 2006, lo Zimbabwe produceva sapone e olio da cucina per il fabbisogno interno, oggi, insieme ad altri generi di base, li importa da Egitto, Iran, Malesia, Cina e Sud Africa.

 

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