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Dittature e povertà

Mugabe ha distrutto lo Zimbabwe: lo stato della sua economia ne è la prova

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Imparare dagli errori commessi – i propri e quelli altrui – non conviene quando si sa che tanto saranno altri a pagare. In Africa per gli errori dei governi pagano le popolazioni locali, più povere oggi di quanto non lo fossero al momento delle indipendenze, e quelle dei paesi industrializzati, che non smettono di rimpinguare le casse statali del continente neanche adesso che sono anch’essi impoveriti dalla crisi e in recessione.

Lo Zimbabwe, ad esempio, di errore in errore, è sprofondato in una crisi economica sempre più profonda e insanabile: il colpo di grazia è arrivato nel 2000 quando il presidente Robert Mugabe, al potere dal 1980, ha confiscato gran parte delle fattorie di proprietà dei cittadini di origine britannica pretendendo di realizzare così una doverosa riforma agraria in funzione di una più equa ridistribuzione delle terre agricole. In realtà, una parte delle fattorie furono divise in piccoli appezzamenti e date in concessione a migliaia di famiglie che, sprovviste di mezzi, presero a coltivarle per la sussistenza ricavandone a mala pena di che sopravvivere; il resto fu donato a ministri e parlamentari che lasciarono incolte estensioni immense prima ben coltivate e accudite.

È stata la catastrofe per l’ex-Rhodesia del Sud, fino ad allora esportatrice di tabacco pregiato e ricca grazie all’abbondanza dei raccolti alimentari e delle risorse minerarie. Imperterrito, il presidente Mugabe, già colpito da sanzioni per precedenti brogli elettorali e violazioni dei diritti umani, si è ripresentato alle elezioni del 2008. Non ottenendo il rinnovo della carica al primo turno e avendo il suo partito, Zanu-Pf, perso per la prima volta la maggioranza in parlamento malgrado i brogli plateali e le intimidazioni nei confronti della popolazione, l’anziano leader ha aperto una violenta crisi post elettorale conclusasi soltanto dopo diversi mesi con la sua riconferma alla carica di capo dello stato e con la creazione di un governo di unità nazionale affidato alla guida dell’avversario storico, Morgan Tsvangirai, leader dell’MDC-T.

Se “crisi” definisce quello che sta succedendo in Europa, per la situazione dello Zimbabwe in quel periodo ci vorrebbe una parola nuova: oltre l’80 per cento di disoccupazione, un terzo della popolazione alla fame e assistita dalla comunità internazionale, un quarto in fuga dalla carestia e dalle violenze nei paesi vicini, soprattutto in Sudafrica, un’inflazione con incredibili tassi di crescita, fino a 2,2 milioni per cento e oltre, i negozi vuoti, le poche merci in vendita a prezzi astronomici (100 miliardi di dollari zimbabwani per una pagnotta di pane, 20 miliardi per un pacchetto di zucchero...) in aumento addirittura di minuto in minuto tanto che il prezzo alla cassa di un prodotto risultava maggiore di quello indicato sullo scaffale dal quale era stato prelevato poco prima.

Raggiunto l’accordo politico, dopo infinite discussioni sulla spartizione delle cariche – Mugabe è riuscito a conservare tra l’altro i cruciali ministeri della difesa e degli interni e quindi a controllare esercito e polizia – il paese ha ripreso in qualche modo a vivere e a lavorare. Ma nella sostanza ben poco è cambiato e si guarda quindi con preoccupazione alle elezioni generali del prossimo anno. Ancora resta da riscrivere la costituzione, passo fondamentale per l’affermazione di una democrazia reale: uno degli ostacoli maggiori è dato dal fatto che l’ottantottenne Mugabe non intende accettare la proposta riduzione dei poteri del capo dello stato il che fa capire che non intende neanche prendere in considerazione l’eventualità di non ricandidarsi e tanto meno di non essere rieletto. D’altra parte lui e i suoi ministri tendono a ignorare gli attuali rapporti istituzionali che imporrebbero di consultare il primo ministro prima di prendere certe decisioni.

È il caso di molte nomine a cariche importanti – di recente, dieci governatori provinciali, il direttore della Banca centrale, diversi alti ufficiali militari – che l’Alta corte della capitale ha appena deciso di invalidare proprio perché decise senza interpellare il premier Tsvangirai, ma che i legali del presidente sostengono essere legittime non dovendone il presidente rispondere a nessuno. I ministri della difesa e degli interni, due uomini di Mugabe, hanno da parte loro reclutato da gennaio a maggio 10.000 tra militari e poliziotti, presumibilmente in vista delle prossime elezioni. Oltre che irregolari, secondo il ministero delle finanze detenuto dall’MDC-T, il partito del primo ministro, le assunzioni mancano di copertura finanziaria: hanno creato finora un ammanco di oltre 150 milioni di euro e persino problemi di approvvigionamento alimentare delle caserme.

A peggiorare i problemi di bilancio è il calo di un terzo per quest’anno della produzione di cereali e la concomitante diminuzione dei proventi dalle esportazioni di diamanti che risultano nettamente inferiori alle aspettative. Come tutto rimedio alla bancarotta di una nazione, la leadership politica, che nulla sembra aver imparato dagli effetti catastrofici dell’esproprio di migliaia di fiorenti fattorie, ha varato nel 2010 una legge in base alla quale tutte le grandi imprese straniere – industrie, attività minerarie, banche... di valore superiore a 500.000 dollari – devono cedere non meno del 51 per cento delle loro azioni a persone fisiche, enti, società o comunità zimbabwani. Il 5 aprile scorso lo stato ha così assunto il controllo di almeno il 51 per cento delle azioni di tutte le attività estrattive straniere.

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