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Multiculturalismo: modello o cattivo maestro?

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Piazza Vittorio Emanuele, quartiere Esquilino. Roma? No, Shangai. O Mumbai o Dacca. Come preferite… La questione delle enclave d’immigrati all’interno del territorio italiano ha costretto i media a soffermarsi sulla vicenda con molta attenzione, dopo i fatti di via Sapri a Milano. Mentre in queste ore sono rimbalzate, con grande risalto, le immagini del bus incendiato da parte dei tre rapinatori albanesi. Ulteriore prova di come i clandestini siano attratti dalle nostre società e dal nostro stile di vita, provando al contempo una forte repulsione riguardo le leggi vigenti che vengono calpestate a loro piacimento. È successo tutto in maniera casuale? Come un virus latente sono rimasti nel corpo per manifestarsi improvvisamente con tale virulenza? A onor del vero, le avvisaglie c’erano già state con i fatti di Via Anelli a Padova, ma si è preferito obliare la questione.

Ciò che è accaduto a Milano è sintomo di due gravi fenomeni che minano la stabilità sociale nei paesi europei: da un lato, la presenza di comunità immigrate che creano un ambiente ermetico agli influssi della cultura che li circonda, ed è la situazione delle “Chinatown tricolori”; dall’altro, le comunità islamiche che avanzano la pretesa di sostituire la Shari’a alla legge dello Stato ospitante, adottando comportamenti contrari ai valori di quest’ultimo e finalizzati alla sovversione del regime giuridico vigente.

Chi scrive potrebbe essere accusato di operare una banale semplificazione di fatti che invece hanno molteplici aspetti e sono determinati da innumerevoli variabili. Tuttavia, così non è. I cinesi di via Sapri o i musulmani che seguono il khutba del venerdì presso l’Istituto Culturale Islamico di viale Jenner, agiscono esattamente nella maniera sopra descritta e purtroppo siamo noi italiani a consentirglielo perché non garantiamo l’osservanza delle nostre leggi. Nessuno a Pechino osa rivoltarsi contro le autorità (in verità qualcuno a Tian an men lo fece, ma questa è un’altra storia…), perché la repressione nei suoi confronti sarebbe feroce. E nessuno si azzarderebbe a edificare una basilica a La Mecca, perché sarebbe colpito da una fatwa ben peggiore di quella che pende sul capo di Salman Rushdie. A Roma, però, nella capitale universale della cristianità, sorge la moschea più grande d’Europa, finanziata generosamente dalla famiglia reale saudita col benestare delle autorità italiane. Se questa non è tolleranza e rispetto del pluralismo…

Il problema sta allora nella mancanza di reciprocità. In nome del multiculturalismo, che si è ormai allargato come una metastasi all’interno delle società occidentali, stiamo diluendo i nostri valori. Determinate categorie d’immigrati sono divenute legibus solutis solo perché sarebbe politicamente scorretto, o peggio razzista, pretendere che si comportino nel rispetto della legalità e delle tradizioni del paese d’accoglienza. L’applicazione della legge è diventata una richiesta così assurda? Ha senso indignarsi per i morti sul lavoro e allo stesso tempo sapere, senza battere ciglio, che in una stanza di due metri per due lavorano, in condizioni igieniche e di sicurezza simili a quelle narrate nei romanzi di Dickens, otto immigrati come schiavi? Ha senso denunciare il precariato del lavoro, mentre ci sono clandestini africani che nella stagione della raccolta dei pomodori si svegliano alle quattro del mattino per lavorare dieci ore sotto il sole cocente per una paga di miseri venti euro?

Non si tratta di farne una questione di xenofobia, ma soltanto di rispetto reciproco e viver civile. L’Unione Europea, nel bene e nel male, rimane sempre l’esempio più grande di melting pot istituzionalizzato. Non spontaneo come negli Stati Uniti, dove il fatto di essere cittadino americano garantisce a tutti di essere parte di una grande Nazione. La stessa che mette da parte tutti i suoi colori, religioni e razze il giorno del “Turkey Day” o quando si ritrova a Ground Zero a cantare “United we stand”. Noi europei dovremmo chiedere solo una cosa a coloro che, pur non essendo legati dallo jus solis, hanno scelto le nostre città per vivere, e cioè il rispetto della democrazia e delle sue leggi. Quella stessa democrazia dove vince le elezioni chi propugna il progetto politico più attraente. Dove le minoranze non stanno a guardare e siedono in Parlamento opponendosi e denunciando al corpo elettorale quello che non va nella politica del governo. Ma le leggi sono espressione del Parlamento, quindi dell’intero Paese, e una volta emanate, a prescindere dalle etnie, devono essere uguali per tutti.

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